Giustizia, quelle riforme mancate e sbagliate

| Cadono le speranze di modifiche di un'impostazione che penalizza molti operatori, ignorate critiche e rilievi

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DI FERDINANDO BRIZZI
Nei mesi scorsi abbiamo scritto di due importanti riforme che un Governo ormai alla fine del suo mandato si accinge a varare: la riforma della magistratura onoraria (Vpo, riforma ammazzi precari) e quella del codice antimafia (Corrotti come i mafiosi, ma serve davvero?).

Apparentemente si tratta di mondi diversi, tra loro incomunicabili, ma in realtà le due riforme presentano punti di contatto perché sono entrambe emblematiche dell'incapacità del potere esecutivo, ovvero del Governo, che ormai si è sostituito al Parlamento nella formazione delle leggi, e dello stesso Parlamento, ad adempiere alla funzione loro assegnata dalla Costituzione.

La riforma della magistratura onoraria è stata ormai "varata" dal Consiglio dei ministri.

Si era sperato che i rilievi mossi dalla Commissione Giustizia della Camera e del Senato, nonché dal Consiglio Superiore della Magistratura potessero indurre il Governo a rimeditare le proprie posizioni: l'introduzione di minime tutele a favore di questa disgraziata categoria di lavoratori, la previdenza sociale, la malattia, una retribuzione più equa, sembravano a portata di mano.

Ma il Governo ha voluto mantenere intatta la sua strategia, ovvero annichilire delle persone che da vent'anni e più si spendono per la Giustizia.

Si tratta di coloro che gestiscono la Giustizia di prossimità, da quella che passa per il Giudice di Pace a quella dei cosiddetti reati monocratici, ovvero quella che interessa la maggior parte dei cittadini.

Le Procure si sono ormai organizzate delegando ai magistrati onorari la gestione di questa Giustizia che i magistrati togati non possono gestire essendo impegnati nella trattazione delle indagini più delicate: la mafia, la corruzione, il terrorismo, solo per citare alcuni degli esempi più eclatanti.

Ora con la riforma questa linea organizzativa è destinata a scomparire: i magistrati onorari di Procura lavoreranno solo due volte a settimana, senza previdenza sociale, con una retribuzione miserrima, in pieno spregio della Costituzione, "consigliati" dal Governo di ricercare altra occupazione.

Eppure a segnalare l'abnormità di questa riforma si era levata la voce di oltre cento Procuratori in tutta Italia, da Spataro a Pignatone, da Gratteri a Greco. Ai Procuratori si sono presto aggiunti i Presidenti di Tribunale, tra cui quello di Torino, Terzi, che nell'audizione innanzi al Consiglio Superiore della Magistratura si era domandato se chi fa le riforme ha idea dello sconquasso che queste possono procurare ad un servizio al cittadino tanto delicato come il "servizio Giustizia".

Il Governo è rimasto insensibile a tutte le autorevoli sollecitazioni che hanno segnalato l' "ingiustizia" della riforma al grido di "così vuole l'Europa". In tal modo mistificando i segnali che vengono dall'Europa che inducono a ritenere che ben presto anche nel settore della magistratura onoraria si potrebbe verificare l'ennesima condanna dell'Italia, come già avvenuto per gli insegnanti: la Commissione europea dei diritti sociali ha già rilevato la situazione di pregresso sfruttamento dei magistrati onorari in assenza dei minimi diritti riconosciuti a tutti i lavoratori, una sorta di "caporalato di Stato"!

E allora ci si deve domandare quale sia la credibilità di un Governo che "si fa bello" per aver introdotto la repressione del "caporalato" quando lo stesso apparato statale, dopo aver sfruttato per anni la categoria dei magistrati onorari, adesso si accinge a metterli alla porta.

Ma ciò che fa più male è che questa "riforma epocale" è stata congegnata da coloro che sono gli eredi di quello che una volta era "il partito dei lavoratori": gli eredi di quella nobile tradizione ora stanno distruggendo il patrimonio di conoscenze acquisita in oltre vent'anni di sudato lavoro da tanti magistrati "onorari", per altro con l'avallo del Associazione Nazionale Magistrati, che comprende al suo interno anche i giudici del lavoro, ovvero coloro che dovrebbero porre i lavoratori nella condizione di ottenere quei diritti che la Costituzione riconosce loro.

Un lettore poco attento potrebbe dire: e tutto ciò che c'entra con la riforma del codice antimafia?

In realtà, mentre il disattento Governo vuole l'eliminazione della magistratura onoraria invocando l'Europa, vuole invece riformare il codice antimafia ignorando le indicazioni della Corte europea dei diritti umani, che solo a febbraio di quest'anno ha già inviato al Governo italiano un pesante monito circa la compatibilità con la Convenzione europea della normativa italiana in tema di misure di prevenzione. Abbiamo dunque un Governo che, da un lato mistifica le indicazioni degli organi comunitari, dall'altro le ignora.

Dopo il nostro modesto contributo sull'assoluta incostituzionalità della riforma del codice antimafia, sono intervenuti ben più autorevoli commentatori ad esprimere in modo qualificato identiche critiche: da Violante a Fiandaca, da Sansonetti a Cantone.

Sono state proprio le critiche di Cantone far fibrillare gli eredi del "partito dei lavoratori": con grande lucidità Cantone ha ricordato di essere stato chiamato ad esprimere il suo parere anche per la riforma delle mense scolastiche, ma poi nessuno lo ha consultato in merito alla riforma che estende ai "corrotti" le stesse norme previste per i mafiosi, estensione da lui ritenuta incostituzionale.

A seguito dell'intervento di Cantone si è scatenata la lotta interna nell'ex partito dei lavoratori. Alcuni hanno detto: ma perché Cantone non è intervenuto prima? In realtà Cantone aveva già espresso il suo autorevole parere parecchi mesi fa, ma tale parere era rimasto inascoltato, anzi del tutto ignorato.

Ma tale critica appare invero del tutto destituita di fondamento: sono anni che il mondo accademico esprime autorevoli riserve sul sistema delle misure di prevenzione, le stesse che vengono avanzate dall'avvocatura ed anche esponenti autorevoli della magistratura.

Allora non possono che tornare in mente le parole di Sciascia sui "professionisti dell'antimafia" che tante critiche gli attirarono: a distanza di tanti anni la profezia dell'illustre scrittore si è avverata.

Tuttavia Sciascia non poteva considerare quella che è la situazione attuale della normativa antimafia: basti solo pensare che "a scendere in campo" contro la riforma vi è stato anche il presidente di Confindustria, Boccia. Del tutto comprensibilmente dal momento che attualmente gli amministratori giudiziari nominati dai giudici "delle misure di prevenzione" gestiscono compendi societari ingentissimi secondo modelli ricalcati dalla normativa fallimentare. Né si può dimenticare che spesso accade che, dopo confische eclatanti di enormi patrimoni societari, poi è intervenuta la Corte di Cassazione ad annullarle.

E' inevitabile una conclusione: una tanto distratto Governo ed una tanto distratto legislatore si sono domandati con quali risorse umane potrà essere condotta la nuova lotta contro la corruzione mediante le misure di prevenzione se i giudici togati dovranno occuparsi di tutta quella "Giustizia minore" che però tanto interessa i cittadini al di là dei proclami elettorali?

Ecco che due mondi tra loro apparentemente lontani anni luce come quello dell'antimafia e quello magistratura onoraria si vengono ad intersecare: ma per rendersene conto occorre conoscere ciò che accade ogni giorno nelle Procure e nei Tribunali.

Non si può che auspicare un prossimo ministro della Giustizia finalmente dotato di competenze specifiche e soprattutto "ferrato" in tema di Costituzione.

A buon diritto...

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