MEDIA USA ODIANO TRUMP LA GENTE NO. LO APPROVA

| Attacchi continui ed ossessivi al presidente. Giornali, web e tv in crisi. Il quarto potere non condiziona più come un tempo l'opinione pubblica

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Reportage di Germano Longo
Galverston (Texas)
E' una sindrome diffusa un po' ovunque: si sale al potere tra gli applausi della folla e poco dopo, vai a capire il perché, abbasso il re. Una sensazione che appena qualche mese fa ha provato il giovine Renzi, salito a Palazzo Chigi fra gli sguardi compiaciuti degli altri leader europei e poi costretto alla resa, e dopo di lui perfino Macron, l'altro young boy di questa storia, issato sul soglio dell'Eliseo accompagnato da un consenso popolare da standing ovation e al primo sondaggio infilzato da un patatrac delle percentuali di apprezzamento da parte dei francesi. Un discorso un po' a parte lo merita "The Donald", il presidente americano che contro ogni logica politica e ogni aspettativa dei sondaggisti, lo scorso novembre ha sbaragliato Hillary Clinton conquistando la Casa Bianca. Anche per lui, statisticamente, il consenso è in crollo verticale, ma con un'aggravante in più: la velocità.

Sono bastati pochi giorni, al magnate ciuffodotato, per instillare il dubbio nella maggioranza degli americani, arrivati a chiedersi se nel chiuso della cabina elettorale avessero sbagliato qualcosa. Già nel febbraio scorso, ad otto giorni appena dall'insediamento, "Forbes" - pubblicando i dati di un sondaggio della "Gallup", una delle più serie aziende specializzate nelle indagini demoscopiche - certificava che il 50% degli statunitensi si limitava a non approvare le prime uscite pubbliche del magnate. Un vero e proprio record, se si considera che per Clinton la disapprovazione era arrivata dopo quasi 600 giorni di mandato e addirittura 960 erano serviti per averne abbastanza di Barack Obama. E questo per tacere di altri, come Kennedy, Eisenhower e Ford, che il tasso di disapprovazione del 51% non l'hanno mai neanche sfiorato.

Dati che sono leggermente cambiati qualche mese dopo, in aprile, quando secondo "Fox News", soltanto il 7% degli elettori poteva pensare di votare un altro candidato nelle elezioni nel 2020, al termine del primo mandato. E' una verità che in Europa si stenta a capire, ma solidamente palpabile negli States, dove le auto con l'orgoglioso adesivo "Ho votato Trump" sono molte, più di quanto si possa pensare. Da buoni europei, con un oceano e qualche fuso orario di mezzo, abbiamo amato Obama più di quanto non l'abbiano fatto gli americani stessi, e provato antipatia per Trump con un impeto che in America, sinceramente, non c'è.

Negli immensi Stati Uniti, quasi tutti pensano che il muro sul confine del Messico, il raid missilistico contro il regime di Assad, la politica isolazionista, il "Muslin Ban", la stretta sugli ingressi dei cittadini di alcuni paesi, e perfino la riforma fiscale e quella sanitaria (il celebre "Obamacare") siano un vero toccasana per l'America.

A remare contro sono i media, in guerra aperta e totale con Trump e la Casa Bianca. Un cruccio, per Donald, che da consumato uomo di affari e spettacolo sa perfettamente quanto la televisione e la stampa in genere contino sugli umori del popolo. La battaglia si combatte a suon di "tweet" da una parte, una delle passioni di Donald, utilizzata a piene mani per delegittimare i media, e dall'altra inchieste, sondaggi e interventi di opinionisti che danno addosso al presidente a qualsiasi ora del giorno e della notte. A guidare il drappello è la "CNN", che da mesi cavalca una frattura ormai insanabile con la Casa Bianca: definita la regina delle "fake news", svetta nelle antipatie di Trump in compagnia di un altro colosso mondiale dei corporate media, il "New York Times". Due imperi dell'informazione di portata mondiale che accusano apertamente il presidente di essere in piena contraddizione fra le promesse delle campagna elettorale e quanto dimostrato finora.

La partita si gioca tutta sul tavolo scelto da Trump: convincere gli americani che soltanto lui è portatore sano della verità, e che tutti gli altri siano prezzolati, bugiardi e mossi dall'unico obiettivo di evitare che le cose cambino davvero. Banalmente semplice: i buoni, anzi il buono da una parte, i cattivi dall'altra.

E' la "media war", finora, la missione più evidente del suo mandato: un obiettivo così forte e sentito da fargli dimenticare, se non in rare occasioni, questioni aperte come l'aborto e i matrimoni omosessuali. Eppure, a conti fatti, malgrado per i lunghi mesi della campagna elettorale gli abbiano dato del fascista, sessista, bancarottiere, furfante, evasore e intrallazzatore, Trump è arrivato alla Casa Bianca. Un pensiero che ha gettato nelle sconforto i media, passati dal sentirsi il "quarto potere" ad un potere dimezzato che la dice lunga su questi anni strani.

L'Opinione
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