Salone del libro, la star è chi li censura

| Perplessità sulla scelta di dedicare il Salone del Libro di Torino all'Iran, il cui regime censura e incarcera scrittori e intellettuali dissidenti. Una singolare forma di sottomissione, non solo psicologica

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di DAVIDE RICCARDO ROMANO

Uno dei maggiori problemi che sembra attraversare la nostra civiltà è la distinzione tra amico e nemico. L'ideologia del dialogo fine a se stesso (o mirata a gonfiare il portafoglio, in taluni casi) sembra avere vinto. Il dialogo ha infatti senso se ha un fine: migliorare la situazione. Nel caso per esempio di quello ebraico-cattolico, è stato difficile all'inizio perché si sono affrontati dei nodi veri. Ma grazie alla serietà del dialogo, esso alla fine ha portato a dei risultati concreti in termini di reciproco rispetto. Non solo tra le religioni, ma anche tra Vaticano e Israele, per esempio.

Altra questione è il dialogo per esempio con l'islam, che troppo spesso non è dialogo, ma solo inchino e accettazione della violenza verbale e fisica. C'è un esempio al riguardo decisamente illuminante, emerso sulla stampa proprio in questi giorni: a Torino si è deciso di avere come ospite d'onore del Salone del libro l'Iran, un Paese dove vige la censura (non solo a Teheran, ma anche all'estero: ricordate la fatwa contro Salman Rushdie ancora valida e rinnovata recentemente? e che dire dei suoi traduttori, anch'essi minacciati e talvolta colpiti nei vari Paesi europei?). 

Come si faccia a concedere il posto d'onore alla Fiera del Libro a chi i libri li censura, sfugge a qualunque umana comprensione. Intendiamoci, io sarei pure favorevole agli scrittori iraniani, ma allora dedicherei il Salone del libro ai dissidenti iraniani. Ai tanti che coraggiosamente scrivono cose poco gradite al regime a rischio della propria vita, o che per questo sono costretti a vivere all'estero. Allora sì, sarei d'accordo. Ma l'operazione che si sta mettendo in piedi a Torino è inquietante: non è dialogo, ma sostegno a un governo criminale innanzitutto verso il proprio popolo e la libertà di pensare. 

Questo non è dialogo, è sottomissione.

 

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