Attentato Maduro, italiana accusa italiani

| La giornalista Geraldina Colotti difende il regime di Maduro e denuncia il ruolo sostenuto da alcune persone di origine italiana nell'attentato del 4 agosto. "Una strage per far cadere il presidente"

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Geraldina Colotti, la “pasionaria” italiana del presidente Nicolas Maduro, accusa alcuni venezuelani di origine italiana di aver partecipato in modo concreto all'attentato del 4 agosto a Caracas. La giornalista 62enne è sicura che Usa, Colombia e ultradestra stavano per far cadere il regime, provocando una strage. Ormai da anni s’è schierata a favore del regime chavista di Caracas. Lo fa con una straordinaria passione e anche con cieca fiducia verso un governo aspramente contestato per le sue disastrose politiche economiche che hanno ridotto il popolo in miseria e anche per il mancato rispetto dei diritti umani e politici. Nelle carcere venezuelane i prigionieri politici sono già 342, e tante altre persone che hanno partecipato alle manifestazioni di protesta sono state trattenute senza processo e senza tutela. Ma Colotti tira dritto nel sostenere la “democrazia” creata da Hugo Chavez e poi ripresa, con varianti peggiorative, fosse mai stato possibile, dal suo erede dallo scarso carisma ma deciso a conservare il potere a ogni costo, Nicolas Maduro. 

Nel suo ultimo servizio, Colotti analizza l’attentato di sabato durante la celebrazione della GNB, la Guardia Nazionale Bolivariana, con un taglio decisamente originale. Scrive sul portale online L’Antidiplomarico, a proposito del presunto ruolo di un ufficiale di polizia di origine italiana: “Salvatore Lucchese, italiano di nascita, è un ex direttore della polizia di San Diego, nello Stato venezuelano di Carabobo. Anch'egli ha voluto uscire allo scoperto per rivendicare in un'intervista alla Reuters la sua partecipazione al fallito attentato del 4 agosto contro Maduro. Lucchese fa parte dell'estrema destra venezuelana e, per sua stessa ammissione, si sente ‘molto vicino’ alle posizioni dell'ex presidente colombiano Alvaro Uribe, grande sponsor del paramilitarismo, dentro e fuori il suo paese…”.  Così in perfetta sintonia con il regime, che appunto teorizza il ruolo della Colombia nella pianificazione del fallito attentato.

“Nel 2014, durante le violenze di piazza organizzate dalle destre per far cadere il governo Maduro, le guarimbas, Lucchese venne condannato a 10 mesi di carcere: si era rifiutato di eseguire l'ordine del Tribunal Supremo de Justicia (Tsj) che intimava alle autorità locali di agevolare la libera circolazione delle persone, impedita dai “guarimberos” (nella foto di apertura) armati. Con lui, e in base alla stessa motivazione, venne spedito nel carcere di Ramo Verde un altro italiano, Enzo Scarano, sindaco di San Diego”, osserva ancora la giornalista. Poi: “Uscito dal carcere nel 2015, Lucchese è rimasto attivo nelle sfere golpiste. Vedendo arrivare un altro ordine di cattura, è fuggito in Colombia, dove ha continuato a tessere trame fra Miami e Bogotà”. Insomma, un filo rosso lo unirebbe con gli attentatori arrestati pochi minuti dopo lo scoppio del drone lanciato contro la tribuna del presidente”.

 Sempre secondo Colotti, gli arresti dei sospettati avrebbero messo in evidenza la pista collegata ai “Soldados de Franelas” (poichè indossano semplici T-Shirt) il gruppo armato che ha rivendicato l'attacco. “Una rivendicazione arrivata da Miami per bocca della giornalista Patricia Poleo, ricercata per l'omicidio del giudice Danilo Anderson, incaricato di indagare sul golpe contro Chavez nel 2002. Dei 'Soldados de Franelas' faceva parte anche l'ex poliziotto Oscar Pérez, che l'opposizione oltranzista ha cercato di trasformare in un simbolo della “resistencia” contro il chavismo”, aggiunge la giornalista filo Maduro. Che se la prende con la sinistra italiana, rea di presentare “questi figuri come pacifici manifestanti contro la dittatura e di invitarli persino in Parlamento, a spese dei contribuenti”.

Una denuncia accorata: “Nessuna voce si leva da quei settori per condannare l'attentato contro Maduro, che avrebbe potuto provocare una strage. La prima versione adottata dai grandi media italiana è stata, come di consueto, quella diffusa in Venezuela dai giornali di opposizione e in Spagna da El Pais: insinuare che si fosse trattato di una montatura del “regime” per distogliere l'attenzione dai problemi del paese e scatenare la repressione”. Però, la repressione c’è stata eccome. L’arresto notturno del deputato Juan Requesens, ne è la prova.  Ma Colotti insiste: “Risulta che a Miami e Bogotà, erano in tanti a conoscere i preparativi dell'attentato. Jayme Bayly, un altro transfugo di origine peruviana che fa il giornalista a Miami, sostiene addirittura di aver partecipato alla discussione organizzativa dell'attacco, una settimana prima del 4 agosto. Uno degli arrestati, l'ex sergente della Guardia Nacional Bolivariana, Juan Carlos Monasterio, ha raccontato in dettaglio la dinamica dell'attentato, programmato già per i mesi precedenti, ma saltato perché i droni non sono arrivati in tempo”. E proprio Monasterio sarebbe il “pentito” che ha messo nei guai i parlamentari d’opposizione, Julio Borges, di Primero Justicia, in fuga a Bogotà, e il deputato Juan Requesens”.

Conclusione: "L'Assemblea Nacional Costituente, installatasi un anno fa dopo il voto di oltre 8 milioni di persone, si è riunita in seduta speciale per discutere l'abolizione dell'immunità parlamentare a Requesens. Il Parlamento (a maggioranza di opposizione, e considerato “in ribellione” dagli altri poteri della Repubblica) ha invece definito “un sequestro” il fermo di Requesens e rigettato la tesi governativa". L’attentato, dunque, era una “prova di forza”, di Usa e Colombia per far cadere Maduro. Con la strage prevista, sarebbe stato necessario quell’intervento esterno “tanto richiesto dalle destre ai loro padrini occidentali”.

 

 

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