Costa Concordia, sei anni dopo

| È il primo anniversario con il comandante Schettino chiuso in carcere, il terzo da quando il relitto ha abbandonato l’Isola del Giglio. Una tragedia che nessuno dimentica: chi si è salvato e chi, quella notte, ha pagato tutto con la vita

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Di Germano Longo

Francesco Schettino è in carcere: tre gradi di giudizio hanno stabilito che innocente non lo è, anzi. È sua la colpa del disastro della “Costa Concordia” che sei anni fa esatti trascinò davanti agli occhi del mondo la peggiore delle immagini possibili di un’Italia così inutile e codarda da pensare che certe cose andassero bene solo per le commedie di Sordi e Verdone.

Era una sera tranquilla e dalla visibilità ottima, quella del 13 gennaio 2012. L’immensa Costa Concordia era partita per Savona per l’ultima tappa della “Profumo d’Agrumi”, una crociera nel Mediterraneo, una delle tante che toccano le più celebri località di Italia, Francia e Spagna. Una nave che era l’orgoglio della “Costa Crociere”: 290 metri di lunghezza, 1.500 cabine per ospitare 3.780 passeggeri, 13 ponti, 5 ristoranti, 4 piscine, percorsi jogging, campo polisportivo. Un gioiello costato 450 milioni di euro realizzato dalla Fin Cantieri nel porto Sestri Ponente.

Partita da Civitavecchia alle 18:57 e raggiunte le acque dell’Isola del Giglio, la nave si avvicina a 450 metri dalla costa per “l’inchino”, nel gergo marinaresco un segno di saluto. Schettino è un capitano di lungo corso, l’ha fatto milioni di volte, ma qualcosa quella sera va storto: alle 21:45, la Costa Concordia urta gli scogli delle Scole, un piccolo spuntone di roccia che apre una falla lunga 70 metri sul lato sinistro. A 96 metri dalla costa, l’enorme nave da crociera si ferma: saltano l’impianto elettrico e i motori, quattro compartimenti si allagano fino all’altezza del ponte Zero. Scattano gli allarmi, la Costa Concordia inizia ad inclinarsi e a bordo si scatena il panico. Schettino riferisce l’accaduto al capo dell’unità di crisi della Costa Costa Crociere, minimizzando sugli effettivi danni della nave.

Dagli altoparlanti si invitano i passeggeri a mantenere la calma e tornare nelle proprie cabine. Un messaggio che per fortuna non ascolta quasi nessuno: tutti convergono verso i punti di riunione. Alle 22:33, con un colpevole ritardo, vengono lanciati i sette fischi che significano l’emergenza generale. È il caos.

La capitaneria e le forze dell’ordine, in contatto con la nave, inviano mezzi per supportare l’evacuazione, mentre la Costa Concordia si inclina sempre di più. Sono i minuti in cui il capitano di fregata Gregorio de Falco avrà la celebre telefonata con il Francesco Schettino: quella in cui gli ordina di tornare a bordo. Proprio Schettino era stato fra i primi ad abbandonare la nave, alla faccia di ogni regola, senso di responsabilità e umana pietà.

Le operazioni di soccorso vanno avanti tutta la notte: l’ultimo traghetto lascia la nave alle 5:27 del mattino con 51 superstiti. Alle prime luci dell’alba, si fanno i conti: mancano all’appello 32 persone, oltre ai 157 feriti, di cui 14 ricoverati in ospedale.

Per tre lunghi anni, il relitto della Costa Concordia resta nella stessa posizione di quella notte, diventando un triste monumento all’arroganza e la negligenza umana. Nel luglio del 2014, con un imponente sforzo tecnologico, l’immagine dell’Italia si riscatta un po’, anche se tardivamente, come sempre. Un’operazione senza precedenti di uomini e tecnologie che coinvolge 78 aziende e 350 addetti, per un milione di ore di lavoro complessive, riesce nell’impresa mai tentata prima di raddrizzare la nave, trainandola poi verso l’ultimo viaggio: i cantieri navali di Genova, dove sarà smantellata totalmente.

La Costa Crociere è stata condannata a pagare una provvisionale di danni compresa fra i 45mila ed i 65mila euro a passeggero, in attesa della decisione definitiva dei tribunali civili. Per tutta la durata dei tre processi, Schettino si dichiara prima innocente, quindi tenta di dividere le colpe con gli altri ufficiali della nave. Oggi sconta 16 anni di reclusione: a conti fatti, sei mesi per ognuno dei 32 morti che dovrebbero pesargli sulla coscienza.

Una triste ricorrenza

A non dimenticare la notte del 13 gennaio 2012 sono soprattutto gli abitanti dell’Isola del Giglio. Nella chiesa dei santi Lorenzo e Mamiliano, la stessa che quella notte si aprì per ospitare le migliaia di naufraghi terrorizzati e infreddoliti, una messa ha ricordato le 32 vittime, scandendo i nomi uno dopo l’altro. Nei primi banchi l’allora capo della Protezione Civile Franco Gabrielli, il Comandante De Falco, i familiari delle vittime, tanti dei sopravvissuti.

Una corona di fiori e una fiaccolata fino al molo, davanti alla targa in cui sono incisi i nomi di chi quella notte ha pagato con la vita.

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