Dalle moschee un aiuto per battere l'Isis

| Dopo Manchester critiche all'Intelligence per le segnalazioni ignorate ma sono migliaia le persone che ostentano atteggiamenti radicali sul web senza essere o diventare terroristi

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Di Germano Longo
Manchester, Nizza, Stoccolma, Parigi, Berlino, Bruxelles, Londra. In queste metropoli il terrorismo islamico ha colpito con una serie di attentati utilizzando armi convenzionali (mitra, pistole, esplosivi), camion usati per falciare la folla, bombe artigianali via via sempre più sofisticate. C'è un elemento comune a tutti gli attentatori-terroristi. Sono cittadini europei di origine straniera, tunisini in alarga parte, l'ultimo è un libico. Già nel 2005 gli inglesi scoprirono che nelle comunità pakistane di terza generazione si annidavano i terroristi che fecero saltare il metro di Londra, con un bilancio di 56 morti e centinaia di feriti. 

Il kamikaze di Manchester, di origine libica, il cui padre era un fuoriuscito dal regime di Gheddafi nel periodo cui, esserlo, era una patente di credibilità poiché i Servizi del dittatore libico, nel '96, fecero esplodere in volo un jet a Lockerbie, provocando altre centinaia di vittime innocenti. Salman Abedi è dunque cresciuto nelle scuole e nei college inglesi, ha avuto una vita normale e si è radicalizzato solo negli ultimi due o tre anni. Segue la solita trafila, arruolamento via web, contatti con altri fanatici, poi il proposito di trasformarsi in un "martire". Sotto i suoi occhi scorrono le immagini dei bombardamenti dei droni, dei jet, le foto dei morti, donne, adulti, bambini.
"E' in questo speciale frangente di una guerra vissuta fuori dai confini ma in un altrove astratto e lontano per gli occidentali, che germina il seme della violenza - spiega un analista dei nostri servizi di Intelligence - in Somalia i guerriglieri islamici prima di farsi saltare, cuciono sui vestiti le foto dei caduti, siano familiari o amici. C'è una sorta di fideizzazione con i morti, nel segno di un ritrovarsi poi in Paradiso. C'è un modo di accarezzare anche il destino delle vittime. Se non sono infedeli, andranno anche loro in Paradiso e in qualche modo saranno riconoscenti al martire che li ha guidati lassù. Le polemiche sui buchi del sistema di sicurezza europea sono pretestuose. Lei sa quando giovani di origine africana rimuginano, nei loro quartieri dormitorio, senza lavoro o prospettive, l'idea di un riscatto attraverso l'adesione ai proclami di Daesh? Migliaia e migliaia. I nostri sistemi giuridici non consentono interventi, anche preventivi, se non di fronte a fatti specifici, a prove sicure di un coinvolgimento nella rete terroristica. Alcuni radicali hanno imparato la lezione e viaggiano ormai completamente sott'acqua. Li scopriamo quando entrano in azione. Il sonno della ragione genera mostri ma gli investigatori non sono né maghi, né profeti". 
Però, alcuni di loro avevano manifestato propositi chiari: "Sulla tastiera di un pc appoggiano le dita milioni di seguaci dell'Islam radicale, in azione ne entra una percentuale vicina allo 0,0000000….Allora che si fa? Li carceriamo preventivamente? Il nostro compito è quello di monitorare un fenomeno purtroppo in costante espansione. E poi non si sanno, se non in minima parte, i risultati positivi ottenuti, abbiamo sventato molti attentati, nel silenzio che ci impone la logica e il buon senso".

Informatori nelle moschee 

A Manchester, contro le manie religiose di Salman Abedi ci furono 4 segnalazioni in pochi mesi da parte di amici, vicini di casa, professori alla polizia locale che le trasmise all'M15. Con un vizio di fondo che ne ha depotenziato l'effetto. Lo studente libico veniva in massima parte descritto come una persona disturbata di mente. Recitava il Corano ad alta voce in strada, sollevando la curiosità dei vicini, indossava lunghi abiti tradizionali e cappucci per nascondere il volto. Un asociale che annunciava a chiunque fosse disposto ad ascoltarlo che avrebbe voluto morire da martire trascinandosi dietro il maggior numero di infedeli. Le sue stranezze, non coerenti con l'immagine di un combattente pronto a pianificare l'attentato nei dettagli e poi ad uccidere, lo hanno risparmiato da controlli più accurati. Eppure questo ventiduenne dall'aria assente aveva costituito una cellula di cui era il capo. L'ordigno se lo è fabbricato in un alloggio affittato per lavorare tranquillo, un anno prima dell'attentato all'Arena di Manchester. Che fare allora? "Quello che stiamo già facendo, tenere attivi i legami con la parte sana, la maggioranza, delle comunità islamiche, terrorizzate quanto noi che qualcuno di loro possa fare quello che è successo in Europa. Collaborano, sono attenti a chi si comporta in modo sospetto. Da loro abbiamo avuto informazioni preziose, rischiamo di essere scoperti ma agiscono per il bene comune, anche il loro. Ma non possiamo dir loro grazie pubblicamente. Un domani, forse". 

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