Elvis Presley, 40 anni senza il re

| E' un anniversario speciale, quello che quest'anno si celebra a Graceland, la sontuosa dimora del Re del Rock dove, fra l'11 ed il 19 agosto, si ricorda la scomparsa di Elvis Presley, l'artista diventato un'azienda

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Reportage di GERMANO LONGO
MEMPHIS
 

Vengono tutti a celebrarlo, partendo da qualsiasi angolo del mondo, anche se quasi nessuno accetta veramente l'idea che sia morto. Elvis Aron Presley, "The King", se ne andava 40 anni fa, portato via al culmine di una discesa fatta di abusi di ogni sorta e di concerti live, gli ultimi, in cui quasi non cantava neanche più. Era nato nel gennaio del 1935 a Tupelo, a pochi passi da Memphis, in una famiglia che non sapeva bene cosa avrebbe inventato, per sfamare i due gemelli che mamma Gladys aveva partorito quel giorno: dei due se ne salva solo uno, lo chiamano Elvis, e nessuno allora poteva immaginare che il destino, come sempre, anche quella volta aveva avuto un'ottima mira. A 18 anni, per fare un regalo a mammina, Elvis si presenta ai "Sun Studios", nella periferia più triste e desolata di Memphis: si dice che quello sia il posto dei sogni, ma da quelle parti c'è ben poco da sognare.

Elvis chiede di incidere un disco, lo accontentano perché tanto sono lì per quello e paga in contanti, e tanti saluti: buon ritorno a casa. A rendersi conto che il giovanotto ha una faccia che piace e una voce che buca è Marion Keisker, la solita segretaria più sveglia dei titolari di quel bugigattolo dove si spremono dollari ad artisti in cerca di un modo per cambiarsi un destino da operaio, se va bene. Il resto è leggenda, veloce e violenta come qualsiasi leggenda americana che si rispetti: Elvis in un attimo diventa un grande, il più grande, trasformandosi in una macchina da soldi che trasforma in oro qualsiasi cosa tocchi: film, tutti costruiti su di lui, dischi e serate che fanno il tutto esaurito ovunque. Perfino l'anno del servizio militare diventa un caso che divide in due l'America: da una parte chi dice lasciatelo in pace, è un artista, dall'altro la nutrita schiera del "chissenefrega", deve fare il suo dovere, come ogni buon americano che si rispetti.

Il 16 agosto del 1977, nel bagno della sua dimora principesca di Graceland, comprata per 100mila dollari nel 1957, Elvis se ne va, per cause ufficialmente ancora sconosciute, destinate a restare così ancora per altri dieci anni, quando ogni cosa sarà resa pubblica.

Da allora, ogni anno, Graceland è meta di un pellegrinaggio infinito che la rende la seconda abitazione più visitata d'America, dietro alla Casa Bianca. E lo è ancora di più quest'anno, 40esimo anniversario della morte del Re. Una "Elvis Week" piena zeppa di celebrazioni, concerti, grigliate e maratone in cui anziani con il deambulatore con la maglietta di Elvis, o peggio ancora, vestiti come lui. Se fosse ancora qui, Elvis sarebbe esattamente così, un pacifico ed enorme signore americano con i capelli tinti e le guance che sbuffano colesterolo. Ma forse è meglio che non ci sia, perché nessuno può dire se sarebbe davvero contento, di vedere quel che l'ex moglie Priscilla e la figlia Lisa Marie sono riuscite a mettere in piedi. Graceland, ingrandita a dismisura proprio quest'anno, è una Disneyland per gente dai 70 in su, accompagnata da nipoti che guardano stupiti, perché i nonni così non li avevano mai visti. Un enorme parco con un unico tema in cui l'esistenza di Elvis è sminuzzata con sapienza, per dare in pasto ai fans padiglioni che raccontano i suoi concerti, il periodo militare, il faraonico garage e perfino i suoi due aerei, con cui attraversava il mondo fra divani in velluto e rubinetti d'oro massiccio.

Elvis, quarant'anni dopo, non è più solo un nome: è diventato l'essenza del sogno americano, che ha senso solo se si trasforma in business. Un'azienda florida con centinaia di dipendenti, decine di navette che fanno la spola e code infinite per entrare in casa sua e scoprire che Elvis, in fondo, era meno divo e capriccioso di quanto il mondo immaginasse. Erano gli altri, a volerlo così.

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