I mille dubbi della notte di Las Vegas

| La carneficina di Stephen Paddock inizia alle 22:05 di domenica 1 ottobre per concludersi alle 22:15: restano sull'asfalto 58 morti e 517 feriti. Perché il killer l'abbia fatto, resta invece un mistero

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Di Davide Cucinotta

Invece di avvicinarsi ad una verità, intorno alla figura di Stephen Paddock, il killer di Las Vegas, sembrano addensarsi matasse di dubbi che difficilmente saranno sciolti, o almeno non a breve. Ed è un lento stillicidio, scoprire a passi lentissimi che il pensionato 64enne all'apparenza privo di problemi, benestante, proprietario di numerosi appartamenti, giocatore incallito di videopocker e con un tenore di vita decisamente alto, meditava da tempo di compiere un massacro. Di Paddock, ormai, si sa tutto: titolare di un brevetto di volo e con licenza di caccia, sposato e divorziato due volte, conviveva dallo scorso anno con una donna di origini filippine in una villetta di Mesquite, tranquillo sobborgo a un'ora scarsa di auto da Las Vegas, dopo aver vissuto in Texas, Nevada e Arizona. Nessun problema mentale conclamato, nessuna affiliazione a gruppi religiosi, nessun fanatismo o odio particolare covato in silenzio. L'unico neo, in questa storia, è la figura del padre Benjamin, uno dei più grandi ricercati dall'FBI fra gli anni Sessanta e Settanta: psicopatico, facile agli scatti d'ira, pericoloso ed evaso da un carcere.

Aveva in mentre altri obiettivi

Da lì in poi arrivano i tanti punti oscuri, e tutto torna al punto di partenza: un paio di mesi prima di aprire il fuoco sulla folla che assisteva ad uno dei tanti concerti del "Route 91 Harvest", un festival di musica country, Paddock aveva prenotato una stanza con vista su Grant Park all'Odgen Hotel di Chicago, in concomitanza con il "Lolapalooza", l'oceanica rassegna musicale in scena proprio lì fra il 2 ed il 5 agosto scorsi.

La medesima richiesta fatta al momento della prenotazione al "Mandalay Bay" di Las Vegas, ottenendo in cambio una suite al 32esimo piano che nelle ore precedenti al massacro, Paddock ha attrezzato seguendo un piano metodico e lucidissimo: telecamere piazzate per controllare l'arrivo della polizia, che ha accolto sparando 200 colpi, e un vero arsenale sistemato con cura: 23 fra pistole e fucili semiautomatici più centinaia di munizioni. Tutto nascosto con cura all'interno di dieci valigie, probabilmente portate in camera in momenti diversi per non insospettire il personale di un hotel che conta 3.300 stanze. Il desiderio di fare una vera strage lo conferma la presenza del "bump stock" su diversi fucili: un dispositivo che rende più rapida l'uscita dei proiettili, liberamente venduto negli States per pochi dollari.

Altre 47 armi, tutte acquistate regolarmente, sono state rinvenute nella villetta di Mesquite, mentre sulla sua auto, il killer di Las Vegas nascondeva 1.600 caricatori e 22 kg di nitrato d'ammonio.

Al momento non è di grande aiuto neanche Marilou Danley, 62enne di origini filippine, fatta rientrare negli Stati Uniti di gran fretta nella vana speranza che potesse fornire le chiavi per scardinare i dubbi su quello che era stato il suo compagno. Lei si limita a ripetere che Paddock le aveva pagato il viaggio nelle Filippine, per una visita ai familiari, e che il suo Stephen era un uomo gentile e tranquillo. Lo stesso ripete ossessivamente Eric, il fratello dell'omicida.

Il giallo delle rivendicazioni

A mescolare le carte è arrivata anche la rivendicazione dell'Isis, che ha definito Paddock un proprio soldato, ma su cui restano forti dubbi, malgrado alcuni analisti siano propensi a crederci, poiché statisticamente l'Isis tende a non fare proprie azioni di altri. A togliere i dubbi non è bastata neanche una nuova rivendicazione, questa volta lanciata dalla "Naba", una sorta di newsletter dello stato islamico, che ha rivelato l'affiliazione di Paddock avvenuta sei mesi prima, aggiungendo alcuni dettagli della strage, per la verità nulla che non si potesse leggere sui giornali.

Le tante storie di quella notte

Jonathan Smith, trent'anni, tecnico riparatore di fotocopiatrici, arrivato a Las Vegas per festeggiare il compleanno del fratello: quando ha iniziato a sentire i primi colpi, ha avuto la freddezza di guidare trenta persone in preda al panico verso un punto riparato. È tornato indietro per aiutare un gruppo di ragazze, ma è stato colpito al collo da un proiettile: se la caverà. Lo stesso ha fatto Taylor Winston, 29 anni, che con l'aiuto di un'amica ha caricato una ventina di feriti su un furgone portandoli all'ospedale.

Sonny Melton, infermiere del Tennessee, a Las Vegas per festeggiare il primo anno di matrimonio: ha fatto da scudo alla moglie Heather, prendendosi un colpo alla schiena che l'ha ucciso all'istante. È andata meglio a Matthew Cobos, militare che in quella che è diventata una foto simbolo, fa scudo con il proprio corpo a quello di una ragazza: entrambi si sono salvati.

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