JFK: ADDIO A MEZZO SECOLO DI SEGRETI

| Nell'ennesimo tweet, Trump ha confermato di voler desecretare i misteriosi fascicoli d'inchiesta sull'assassinio del presidente Kennedy

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Di Davide Cucinotta
(Nostro servizio)
di GERMANO LONGO
Questione di ore, ormai pochissime, e Trump renderà pubblici una parte o tutti i 50mila atti sull'assassinio di John Kennedy, tenuti al buio per 54 lunghi anni. In America, dove il nome di JFK è ormai sacro almeno quanto quelli di Washington, Lincoln e dei padri fondatori, l'attesa è quasi spasmodica. Si saprà, ma è d'obbligo il "forse", se è stato realmente Oswald a premere il grilletto, se quel giorno è stato aiutato, se ad armarlo è stata la Cia, Cuba, la Russia o tutti insieme, in un complotto che non aveva altre vie d'uscita possibili, se non quella di versare il sangue del presidente più amato di sempre?

Qualche ora e qualcosa e qualche dubbio potrebbe essere sciolto, ma c'è chi getta acqua sul fuoco ancor prima che l'incendio sia scoppiato. Gerard Posner, ad esempio, autore di "Case Closed: Lee Harvey Oswald and the Assassination of JFK", uno dei massimi esperti sull'omicidio del 22 novembre 1963, che intervistato dalla CNN ha tranquillizzato i suoi concittadini: "Non emergerà alcuna prova fumante: chiunque pensi che i documenti desecretati possano ribaltare il caso rimarrà deluso".

Posner ha passato anni a studiare il caso in modo approfondito, giungendo alla conclusione che a sparare fu Oswald, e solo lui. Ma qualcosa fa tremare comunque i servizi segreti americani, che sembra abbiano fatto pressioni sulla Casa Bianca per impedire la diffusione pubblica degli atti delle indagini, o almeno di quelli più recenti.

Secondo altre voci, altrettanto autorevoli, non è così: fra i segreti chiusi a doppia mandata 25 anni fa da Bush padre, potrebbe esserci anche la "Raleigh call", una misteriosa telefonata che Oswald sarebbe riuscito a fare dal carcere il giorno successivo all'omicidio, a poche ore dalla sua stessa morte per mano del losco Jack Ruby. L'omicida di JFK cercava di mettersi in contatto con John Hurt, ex militare del controspionaggio che viveva in North Carolina: le centraliniste finsero di fare il numero, ma il destino ha voluto che Oswald non potesse più riprovarci.

A proposito della vita dell'ex marine, aleggia nel mistero anche il misterioso viaggio in Messico di qualche settimana prima, con annessa visita alle ambasciate di Russia e Cuba. Fra le ipotesi, quella che Oswald stesse pianificando la fuga dopo l'omicidio. Una pista affossata su preciso ordine dell'allora segretario di stato americano Dean Rusk.

Per finire con il coinvolgimento nell'omicidio di Lyndon Johnson, il vice presidente che prese il posto di JFK, giurando sull'aereo che riportava la delegazione a Washington: ad accusarlo un libro del giornalista Roger Stone.

Tanti punti interrogativi

Ma l'omicidio Kennedy, che sia per un insieme di casualità, per estrema perfezione o  per un'approssimazione spaventosa, perché tutto a questo punto è possibile, si presta da sempre alle più accese teorie complottistiche. A confortarle i dubbi che serpeggiano lungo gli States, con il 52% degli americani convinti già a poche ore dall'assassinio che Kennedy fosse vittima di una cospirazione. Una cifra cresciuta nel tempo fino ad arrivare a quota 81%, la quasi totalità dei abitanti.

Per fare chiarezza nell'enorme quantità di dubbi, leggerezze e falle enormi nei protocolli di sicurezza e protezione, si potrebbe iniziare dai colpi di fucile esplosi quel giorno alla Dealey Plaza di Dallas: secondo le ricostruzioni più accreditate, Oswald impiegò 6,75 secondi per sparare e ricaricare per ben tre volte il moschetto Carcano. Un tempo realistico secondo la commissione Warren, ma troppo rapido per altri, anche nel caso di un cecchino professionista.

E che dire di John Connally, il governatore del Texas rimasto ferito nell'attentato? Anni dopo, il suo nome ricompare negli atti delle indagini della loggia "P2" in quanto amico fraterno del venerabile Licio Gelli. 

A guadagnarci, nelle pieghe dell'omicidio più inquietante della storia americana, fu la famiglia di Abraham Zapruder, l'autore dello storico filmato che ha fissato per sempre la fine del presidente: acquistato da "Life" per 150mila dollari, fu reso pubblico soltanto 12 anni dopo e requisito dal Governo, mentre gli eredi ricevevano una compensazione morale di 16 milioni di dollari.

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