La spia, la prof, i Servizi: chi ha ucciso Giulio?

| L'anniversario della tragica morte di Giulio Regeni, scomparso il 25 gennaio 2016 Al Cairo. La storia delle indagini, dei dubbi e dei sospetti. Il procuratore Pignatone: "Ringrazio il collega egiziano, noi cercheremo la verità "

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Alle 19,50 del 25 gennaio 2016 Giulio Regeni, ricercatore italiano, originario del Friuli, dell’università di Cambridge, scompare in circostanze mai chiarite al Cairo mentre sta cercando di ottenere delle interviste di ambulanti per la sua tesi di dottorato sui sindacati di base, notoriamente ostili al governo. Il corpo viene trovato nove giorni dopo, il 3 febbraio, in una tangenziale, abbandonato in un fosso. Il cadavere presenta segni di sevizie e di atroci torture. «Ho riconosciuto mio figlio solo dalla punta del naso», racconta sua madre, Paola Regeni. Due anni dopo, non sono stati cancellati i sospetti sul ruolo sostenuto da alcuni poliziotti di un commissariato locale nella prima fase e delle squadre speciali anti-terrorismo del ministero degli interni egiziano, sia nel sequestro che nell’omicidio. Ci sono molti elementi nuovi, grazie ad una timida apertura della procura egiziana alle richieste della procura di Roma, ma la verità è ancora molto lontana.

ULTIMO MESSAGGIO "ESCO"

Alle 19.41 del 25 gennaio Regeni manda un messaggio alla sua ragazza: «Esco». L’ultimo messaggio. Lui è diretto alla fermata della metropolitana per raggiungere - forse - l’uomo che gli aveva dato appuntamento. Regeni ha 28 anni, vive in un piccolo alloggio in un fabbricato anonimo nel quartiere Dokki di Giza, a 17 km di chilometri a sud-ovest del Cairo. Zona abitata dalla media borghesia egiziana e da molti stranieri, dipendenti delle ambasciate o di aziende. Tranquilla e molto lontana dagli epicentri degli scontri tra musulmani e polizia. In teoria, dopo l’incontro con il suo contatto, avrebbe dovuto raggiungere la festa di compleanno di un amico, organizzata vicino a piazza Tahir, la piazza più importante del Cairo. Non ci arriva.

FOTOGRAFATO DALLA DONNA COL VELO

Regeni quel giorno rimane a casa per sicurezza, il 25 gennaio era il quinto anniversario della rivoluzione del 2011 dove Mubarak viene deposto e alla successiva ascesa dei Fratelli Musulmani, i cui attivisti sono molto diffusi tra i piccoli commercianti e gli ambulanti delle periferie. La polizia egiziana aveva compiuto migliaia di perquisizioni per impedire le proteste contro il governo del presidente Abdel Fattah al Sisi. Quello che poi avvenne tra la sera del 25 gennaio e il 3 febbraio è il centro delle indagini. Dopo il rapimento Giulio sarebbe stato portato in un alloggio non distante e qui tenuto priglioniero per circa settimana, torturato e infine ucciso con un colpo di karatè al collo. Le premesse: l’11 dicembre 2015, Regeni partecipa a una riunione dei sindacati indipendenti e dice preoccupato agli amici che una giovane donna con il velo l'ha fotografato senza dirgli una parola. Perchè? Non era a fianco degli oratori ma confuso con il pubblico. In quella riunione le critiche al governo di Al Sisi non mancano e Giulio le annota in un taccuino e poi scrive, per  Il Manifesto, un articolo molto critico con le istituzioni egiziane. Nonostante lo pseudonimo, i Servizi sanno che dietro quella firma c'è lui e che è ancora nella capitale. Sempre nel 2015, la sua professoressa di Cambridge gli affida un finanziamento di 10mila sterline erogato da una fondazione britannica che si occupa di progetti di sviluppo.

Mohammed Abdallah


"DAMMI I SOLDI SONO PER MIA MOGLIE"

Devono servire come un aiuto concreto per le ricerche del suo dottorato. Gli viene in mente di parlarne con Mohamed Abdallah, uno dei leader del sindacato indipendente dei venditori di strada che pretende quei soldi, dice, per curare la moglie malata. Giulio parla poco l’arabo, tra i due ci sono incomprensioni, ma soprattutto (vedi il video allegato) il ricercatore si rifiuta di affidare quella somma all’uomo. Il 7 gennaio Abdallah va dalla polizia del commissariato locale per segnalarlo come spia inglese, che, conclusi brevi accerttamenti, trasmette la segnalazione ai servizi di sicurezza. Dice di avere agito "nell'interesse del suo Paese" ma la soffiata suona come una vendetta postuma per la delusione di non avere avuto quei soldi. I Servizi di sicurezza ammettono di avere cercato di capire chi fosse quell’italiano, spiedito lì dall'Inghilterra, con le tasche piene di soldi che frequentava le assemblee di sindacati dissidenti, promettendo anche somme di denaro in cambio ella collaborazione. Ce n'era abbastanza per ipotizzare un ruolo nell'Intelligence britannica o per conto dei dissidenti all'estero radicati soprattutto in Gran Bretagna. Ma il caso sarebbe stato archiviato.

DEPISTAGGI E OMICIDI A FREDDO

La fase dei depistaggi, alcuni veramente ingenui, è lunga. Regeni morto in un incidente stradale, dice la polizia, ma Giulio è stato ucciso con un colpo viiolento sul collo, l' osso spezzato come nei manuali delle forze di sicurezza, al capitolo uccisioni. I denti spezzati, le mani fratturate, prova della lunga sessione di torture a cui era stato sottoposto in uno delle basi segrete dei Servizi. I filmati di quella notte non poterono essere acquisiti, a quel punto, risultano essere già cancellati, poiché richiesti troppo in ritardo dalla polizia.

Viene inscenata una turpe commedia sul ritrovamento deii documenti di Regeni. Il 24 marzo il ministro degli Interni egiziano scrive su Facebook che i colpevoli sono "quattro membri di una banda criminale specializzata nel fingersi agenti di polizia, nel sequestrare cittadini stranieri e rubare loro i soldi". I “sequestratori” erano stati tutti uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia. Muti per sempre.

BUGIE E PISTE FALSE

Il governo egiziano passa ai media le foto del passaporto di Regeni, della sua carta d’identità italiana, di una carta di credito e del suo tesserino dell’Università di Cambridge, ritrovati iun portadocumenti nella casa dei "rapitori". Ma, al momento della scomparsa, il capo-famiglia era a più di 100 chilometri dal luogo del sequestro, dicono sconvolti i familiari. Le autorità egiziane non chiariscono perché dei rapinatori avrebbero dovuto seviziare Regeni per una settimana prima di ucciderlo.

E' stato “venduto” da Mohammed Abdallah, noto informatore di polizia e Servizi, che regala senza farsi troppi scrupoli,a Giulio il ruolo di “spia” dell'MI6, e non un ricercatore dell l’università di Cambridge. La National Security Agency, il servizio segreto civile al cui vertice c'è il ministro dell'Interno Abdel Ghaffar, svolge un ruolo chiave nella vicenda.

Tra dicembre e gennaio, media arabi ed egiziani raccontarono la storia di Abdallah, il sindacalista che aveva denunciato Regeni. Fu pubblicato anche video che mostrava il sindacalista chiedere dei soldi al ricercatore egizia

PIGNATONE: "CERCHIAMO LA VERITA'"

L’Università di Cambridge respinge le accuse di pm e media italiani difendendo la tutor Rabab El Mahdii. Il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, in una lettera al Corriere, spiega che i pm sono riusciti a smantellare tutti i tentativi di despistaggio, contestando però  all’Università di Cambridge le “contraddizioni” e la mancanza di collaborazione. Ringrazia invece ringrazia il procuratore egiziano dopo l’invio di documenti importanti per le indagini. Nabeel A. Sadek. «Da parte nostra - conclude Pignatone - possiamo assicurare che proseguiremo con il massimo impegno nel fare tutto quanto sarà necessario e utile affinché siano assicurati alla giustizia i responsabili del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio».

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