L'Occidente non esiste, il soggettivismo dei poli geografici e la relatività dei punti cardinali: per i giapponesi la Cina è un paese occidentale, per gli indiani orientale

| RASSEGNA STAMPA. DA GNOSIS Come cambiano i criteri di difesa globale in un mondo nuovo

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L'Occidente, com'è oggi comunemente definito, è nato nel secondo dopoguerra per cementare ideologicamente l'alleanza attorno agli Stati Uniti. Prima della guerra le sue frontiere variavano a seconda degli interessi geopolitici, tendenzialmente separando i destini europei da quelli americani. Al concetto, divenuto quasi un luogo comune a partire dalla caduta dell'Urss, è stata attribuita una presunta radice ‘giudaico- cristiana' che contraddice tutta la storia dell'Europa fino alla fine del XX secolo. Oggi, il concetto di Occidente, oltre alle sue immediate motivazioni geopolitiche, offre un punto di riferimento in una fase di rapido slittamento identitario a livello globale.

Occidente: negli ultimi decenni, questo innocente punto cardinale si è trasformato in un concetto politico polivalente e onnicomprensivo, un criterio di descrizione del mondo e delle sue civiltà, un discrimine ideologico; si è trasformato insomma in una vera e propria arma politica. Occorre dire che il vocabolo si presta bene alla bisogna perché, anche come concetto geografico, è rimasto impigliato in un limbo di indeterminatezza. Infatti, mentre i poli hanno fornito ai geografi un criterio oggettivo e definitivo per stabilire la posizione convenzio- nale del nord e del sud, il meridiano di Greenwich non ha mai prodotto lo stesso risultato per l'ovest e l'est: se così fosse stato, Oxford sarebbe una città occidentale e Cambridge una città orientale. Questo significa che il riferimento a questi due punti cardinali è sempre soggettivo: per i giapponesi, la Cina è un Paese occidentale, mentre per gli indiani è un Paese orientale.

 

Il passaggio dal soggettivismo geografico al soggettivismo politico è stato così facilitato. L'‘Occidente' politico si è spostato a seconda delle circostanze e delle convenienze. I russi, che oggi si vorrebbero all'avanguardia del fronte ‘anti-occidentale', nel 1905 sostenevano, per bocca del principe Sergej Pe- trovic Trubeckoj, di essere in prima linea nella difesa della civiltà occidentale contro il «pericolo giallo, le nuove orde di mongoli armati dalla nuova tec- nologia»1. Nel 1924, il geografo tedesco Karl Haushofer propose una rappre- sentazione cartografica della «grande antitesi futura tra Occidente e Oriente», con l'Asia e il Pacifico fino alle Hawaii come zona di sovrapposi- zione dei reciproci interessi2; nella concezione di Haushofer (immagine sotto), il cuore dell'Occidente erano l'Europa e la Russia mentre per l'Oriente erano gli Stati Uniti. Un anno prima, il conte Richard Coudenhove-Kalergi aveva proposto l'unificazione dell'Europa come sola alternativa all'espan- sionismo americano e russo; per lui, l'idea che l'Europa e gli Stati Uniti po- tessero far parte dello stesso schieramento geopolitico «occidentale» era semplicemente priva di senso: «Né l'Est né l'Ovest vogliono salvare l'Europa: la Russia vuole conquistarla, l'America vuole comprarla»3.

  Nel 1933, l'editrice berlinese Buchdruckwerkstätte pubblicò il pamphlet Germany's Fight for Western Civilization: il testo in inglese suggerisce che l'obiettivo fosse quello di mettere in piedi una sorta di coalition of the willing allo scopo di difendere la «civiltà occidentale», minacciata dal bolscevismo orientale, coalizione di cui la Germania nazista avrebbe ovviamente dovuto prendere la testa. In tedesco, allora, e fino alla fine degli anni Cin- quanta, il termine utilizzato non era l'attuale Westen, ma Abendland, la cui connotazione politica era stata precisata nel 1918 dallo storico Oswald Spengler in un testo che fece epoca, Der Untergang des Abendlandes (Il declino dell'Occidente), in cui la crisi della Germania e dell'Occidente venivano equiparate.

Nel secondo dopoguerra, il concetto di Occidente venne declinato nei termini di con- trapposizione ideologica tra i due campi opposti della Guerra fredda, con un'inversione di 180° rispetto alla rappresentazione «eurasiatica» di Haushofer. Dal punto di vista americano si trattava, evidentemente, di stringere i Paesi conquistati in Europa in una comunità di destini che andasse al di là della contingente lotta contro il ‘comunismo', ma che affondasse le sue radici non solo nella storia ma addirittura nella civiltà.

In Europa, quell'operazione ideologica faticò a mettere le radici. L'ostacolo principale non fu tuttavia il fatto che, fino alla Seconda guerra mondiale, l'‘Occidente' fosse stato concettualizzato in chiave prevalentemente anti-americana: all'epoca – tra la seconda metà degli anni Quaranta e l'inizio degli anni Sessanta – l'Europa rimasta al di qua della Cortina di ferro non poteva permettersi il lusso di un'autonomia dagli Stati Uniti, né militare, né politica, né ideologica. L'ostacolo maggiore era semmai rappresentato da una tradizione culturale, tanto antropologica che storica, che identificava l'Occi- dente con il Vecchio Continente, e poteva tutt'al più spingersi a considerare gli Stati Uniti come una ‘emanazione' dell'Europa.

Prendiamo il caso di uno degli intellettuali europei più illustri dell'epoca, lo storico francese Fernand Braudel. Nella Grammaire des civilisations (1963) Braudel è molto circo- spetto nell'affrontare il tema dell'Occidente, e preferisce parlare di aree culturali, di «spazi continuamente scomponibili in una serie di distretti particolari». La civiltà detta «occidentale», spiega, è al tempo stesso composta dalla «civiltà americana» (distinta tra Stati Uniti e America Latina), dalla Russia e, beninteso, dall'Europa. Quest'ultima è un insieme di diverse civiltà nazionali (polacca, tedesca, italiana, inglese, francese ecc.), costituite a loro volta da sottoinsiemi (Scozia, Irlanda, Catalogna, Sicilia, Paesi Baschi ecc.) che differiscono dall'insieme più grande per costumi, abitudini, abbiglia- mento, cibo, lingue ecc. Trattando le civiltà da un punto di vista culturale e non poli- tico, Braudel poteva permettersi di annoverare la Russia tra le «civiltà europee», «saldata all'Occidente», a un'epoca in cui quasi nessuno si sarebbe azzardato a met- tere in dubbio la contrapposizione tra un Occidente guidato da Washington e un Oriente guidato da Mosca4.

4. BRAUDEL 1993, p. 54. Un altro storico altrettanto insigne, A. Toynbee, considerava invece la Russia un Paese non occidentale e in lotta contro l'Occidente, ma in una luce molto più legata alle contingenze poli- tiche del momento.

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  La grande antitesi futura tra Occidente e Oriente, in Karl Haushofer, Geopolitik des Pazifischen Ozeans, Kurt Vowinckel, Heidelberg 1924.

1. FERGUSON 2006, p. 54.

2. HAUSHOFER 1924, p. 283.

3. COUDENHOVE-KALERGI 1997, p. 11.

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In Europa, l'uso politico del concetto di ‘Occidente' fu dunque limitato, a parte naturalmente l'identificazione – oggettiva – di un'Europa e di una Germania occidentali separate dalla Cortina di ferro dall'Europa e dalla Germania orientali. ‘Occidente' fu a lungo un mantra dell'estrema destra, a sua volta divisa tra chi si iscriveva in continuità con le ideologie degli anni Venti e Trenta, tanto antiamericane quanto antirusse, e chi, invece, abbracciava con tale foga l'ostilità antirussa da aderire alla prospettiva ‘atlantica'; il caso più celebre è quello del gruppo Occident in Francia, in palese rottura non solo con le tesi di Haushofer e dell'europeismo fascista, ma anche con lo stesso anti-americanismo tipico dell'idéologie française, ispi- rato alle tesi di Coudenhove-Kalergi.

Il concetto politico-ideologico di ‘Occidente' si è affermato solo negli anni Novanta, cioè, paradossalmente, nel momento in cui la divisione Est- Ovest tipica della Guerra fredda è venuta meno. Il successo editoriale di The Clash of Civilizations, pubblicato nel 1996, è dovuto alla capacità di Sa- muel Huntington di soddisfare il bisogno intellettuale e psicologico di un nuovo principio d'ordine dopo il tramonto di quello precedente. Huntin- gton proponeva la rappresentazione di un mondo diviso tra diverse «ci- viltà» dalla personalità identitaria ben definita, separate da demarcazioni almeno altrettanto nette e precise di quelle della Guerra fredda, che per- mettevano al lettore di capire chi fosse, da che parte stesse, e da che parte stessero i suoi nemici, reali o potenziali.

Il nuovo bisogno di frontiere ha oscurato il fatto che la tesi di Huntington era un contributo al dibattito in corso all'epoca negli Stati Uniti sul futuro delle relazioni internazionali. Il problema non era intellettuale o psicologico, ma rigorosamente politico: la guerra contro l'Iraq, nel 1991, non aveva dato vita ad alcun ‘nuovo ordine'. Il frangente era critico perché, dal 1941, l'Urss aveva collaborato con gli Stati Uniti al mantenimento dell'ordine bipolare, prima sconfiggendo e poi tenendo sotto controllo il temibile concorrente europeo. Perdipiù, l'Urss veniva a mancare proprio quando, oltre al suo ruolo di spalla degli americani in Europa, avrebbe potuto diventarlo anche in Asia, facendo da contrappeso al Giappone incombente e alla Cina emer- gente. La scomparsa dell'Unione Sovietica creava insomma agli Stati Uniti più problemi di quanti non ne risolvesse. Se si iscrive il libro di Huntington in quel dibattito – il sottotitolo d'altronde era The Remaking of World Order – ne emerge una nuova dimensione: quella dell'atlantismo, cioè quella che sostiene un rapporto privilegiato tra Stati Uniti e Europa. Nella «carta delle civiltà» che accompagna il testo, la rappresentazione dell'‘Occidente' (che Huntington chiama anche «Western Christianity») ne tradisce apertamente il carattere di progetto politico: in primo luogo, le sue frontiere – che risul- tano straordinariamente simili a quelle della Nato del 2016 – sono state

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 Sopra, i Paesi della Nato nel 2016; sotto, i Paesi ‘occidentali' secondo Samuel Huntington.

 tracciate a un'epoca in cui i Paesi dell'ex-blocco sovietico non facevano ancora parte dell'Alleanza atlantica; in secondo luogo, rispetto ai membri della Nato del 2016, sono assenti i tre Paesi ortodossi – Romania, Bulgaria e Grecia – con- siderati parte di un altro blocco di civiltà (quello russo, o «Eastern Christianity») e, evidentemente, il solo Paese musulmano, la Turchia, che si sta oggi posizio- nando sempre più ai margini dell'Alleanza.

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Huntington offriva alla classe dirigente americana un set di strumenti per far fronte ai cambiamenti in corso:

– esponendo una teoria generale: i rapporti di forza tra le potenze cambiano

in continuazione e, quindi, non c'è mai un vincitore definitivo;

– individuando due problemi principali: l'emergere di nuovi rivali degli Stati

Uniti (la Cina in particolare), e il declino dell'‘Occidente';

– enunciando un'ipotesi per il futuro delle relazioni internazionali: la possi- bile alleanza tra Cina e Paesi musulmani (e, molto probabilmente, anche

la Russia) contro l'‘Occidente';

– proponendo una soluzione: l'interesse comune di Stati Uniti ed Europa

(l'‘Occidente', appunto) a combattere il proprio «declino morale, suicidio culturale, e la disunione politica» per tener testa ad armi pari ai Paesi mu- sulmani e asiatici e alle loro «asserzioni di superiorità morale»5.

L'‘Occidente' di Huntington è un progetto politico: le sue caratteristiche non possono che essere quelle che più vi si attagliano. In primo luogo, la scelta di chi ne fa parte, cioè, come abbiamo visto, i Paesi Nato meno la Turchia e la Grecia, i Paesi dell'ex-blocco sovietico meno la Romania e la Bulgaria, con l'ag- giunta però di Australia e Nuova Zelanda. Gli ultimi due rispondono, infatti, al criterio che fa del «cristianesimo occidentale [...] la singola caratteristica più importante della civiltà occidentale»6. Siamo così tornati alla tesi del Cristia- nesimo come ‘cuore' della civiltà occidentale, cioè al concetto tedesco di Aben- dland che, secondo la «Frankfurter Allegemeine Zeitung», «è sempre stato brandito come un grido di battaglia, ma sempre accompagnato, in modo im- plicito o esplicito, all'aggettivo ‘cristiano'»7. Un cristianesimo ‘post-scismatico', si potrebbe dire, la cui unità culturale e ideologica è garantita proprio dalla sua separazione dal cristianesimo orientale bizantino. Secondo Huntington, la «Western Christianity» esiste come blocco di civiltà proprio perché il suo indi- spensabile fondamento cattolico romano è rinvigorito dall'apporto della Ri- forma. L'America Latina è, invece, esterna al blocco (benché «culturalmente prossima») perché è la terra di un cristianesimo ancora esclusivamente catto- lico, indolente perché beneficiario di una rendita di posizione e della promi- scuità con il potere politico («anche se questo potrebbe cambiare», scrive)8.

5. HUNTINGTON 1996, p. 288.

6. Ivi, p. 70.

7. HANK 2014. Il movimento antimusulmano Pegida, creato nel 2014, ha assunto il termine nel suo stesso nome Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes (Patrioti europei contro l'isla- mizzazione dell'Occidente).

8. Huntington scriveva nella prima metà degli anni Novanta, quando la progressione dell'evange- lismo in America Latina sembrava inarrestabile. Da allora le cose sono effettivamente cambiate, grazie anche a un nuovo atteggiamento della Chiesa cattolica, ufficializzato alla V Conferenza dei vescovi della regione nel 2007, e diventato universalmente noto nel 2013 dopo l'elezione di Jorge Mario Bergoglio.

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  Il contributo della Riforma è storicamente decisivo, afferma Hun- tington, perché essa rappresenta la reazione «alla stagnazione e alla corruzione delle istituzioni esistenti [...] predica il lavoro, l'ordine e la disciplina; e attrae la dinamica classe media emergente»9.

Nel libro di Huntington, le radici «giudeo-cristiane» dell'Occidente sono menzionate sei volte, sempre però all'interno di citazioni; il che lascia supporre che l'autore non condividesse quella formula. Ciononostante, essa è divenuta un luogo comune, testimonianza del carattere impromptu del concetto stesso di ‘civiltà occidentale'. Si tratta, infatti, di un'invenzione estremamente recente, che «si è cristallizzata come un antidoto post-Olocausto all'antisemitismo»10. In quella logica, la «riabilitazione» dell'ebraismo si è spinta fino a farne un attore principale della storia europea; un tragico paradosso se si pensa che gli ebrei sono stati un popolo essenzialmente euro- peo per quasi due millenni, ma il loro ruolo è stato riconosciuto solo dopo la loro quasi totale eliminazione dal Vecchio Conti- nente11. Un sondaggio tra gli ebrei e i cristiani dei secoli passati, ha scritto Richard Bulliet, troverebbe molto probabilmente «in en- trambi i campi delle maggioranze disgustate da quest'associa- zione»12: infatti, se vi è un'identità tra ‘civiltà occidentale e Cristianesimo', allora vi è anche un'identità tra civiltà occidentale e ostilità nei confronti degli ebrei, lungo tutti i sedici secoli in cui il Cristianesimo ha dominato in Europa, fino, appunto, all'Olocausto. Tutto ciò non ha impedito al concetto delle ‘radici giudaico-cristiane dell'Occidente' di diventare, per la sua automatica, immediata, in- tuitiva e insanabile esclusione dei musulmani dall'‘Occidente', un mantra anche per chi, fino a oggi, ha sostenuto che una delle carat- teristiche principali, se non ‘la' caratteristica principale, della ‘civiltà occidentale' è la laicità, o la separazione tra religione e politica (che, secondo un altro luogo comune, non esisterebbe nell'islam).

Il dibattito politico francese attuale, che mescola talvolta spregiu- dicatamente i valori al tempo stesso ‘laici' e ‘cristiani' che fondano l'identità nazionale, è forse la dimostrazione più lampante che le ideologie identitarie non hanno più bisogno neppure di una pretesa di coerenza logica per crescere in popolarità.

9. HUNTINGTON 1996, p. 111.

10. MAMDANI 2004, p. 244.

11. L'88,6% degli ebrei del mondo viveva nel 1888 in Europa; nel 1948 era il 32% e il 10,8% nel 2010.

12. BULLIET 2004, p. 6.

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 Lorenzo Ghiberti, Porta del Paradiso, particolare, museo dell'Opera del Duomo, Firenze.

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Ma se il concetto di ‘giudeo-cristianesimo' è recente, i cosiddetti ‘valori occidentali', quelli che garantirebbero certi ‘diritti individuali' negati dai Paesi ‘oscurantisti', lo sono ancora di più. Agli inizi degli anni Settanta, l'adulterio era ancora un reato in Francia e negli Stati Uniti (in 16 Stati Usa, tra cui New York, il Massachusetts e l'Illinois lo era ancora nel 2015)13; molti Paesi occidentali (tra cui Francia e Italia) prevedevano an- cora il delitto d'onore; l'aborto, il divorzio (in Italia) e la vendita di con- traccettivi erano vietati; la maggioranza delle donne non lavorava fuori di casa14; nelle campagne italiane, una gran parte delle donne andava in giro col velo; dovunque, infine, gli omosessuali erano oggetto di scherno, discriminazione e spesso di persecuzione legale. In Germania, il reato di sodomia fu abolito nel 1969; secondo una sentenza della Corte Suprema americana del 1986, «sostenere che l'atto di sodomia omoses- suale possa essere protetto come diritto fondamentale significa rigettare millenni di insegnamento morale» (Bowers vs Hardwick), pronuncia- mento rovesciato solo nel 2003. Nel nostro Paese era stato escluso dal Codice penale fin dal 1927, con la motivazione che «il turpe vizio, che si sarebbe voluto colpire, non è così diffuso in Italia da richiedere l'inter- vento della legge penale». Insomma, i ‘valori' da difendere contro gli ‘oscurantisti' non fanno affatto parte della ‘tradizione occidentale'. Anzi, la tendenza a usare sempre più frequentemente i ‘valori' come arma po- litica può portare al loro rovesciamento: la Cnn si è chiesta se la Francia faccia ancora parte dell'‘Occidente' dopo la pericolosa farsa del bando del ‘burqini' l'estate scorsa; per il «New York Times», «l'umiliazione pub- blica e l'ostracismo» in vigore sulle spiagge francesi fanno pensare alla «polizia morale di Paesi teocratici come l'Iran e l'Arabia Saudita, non a un Paese che considera i propri valori come un modello delle libertà oc- cidentali»15. Insomma, l'ideologia dell'‘Occidente' ha le gambe corte: è confusa, contraddittoria, raffazzonata. Perché, allora, quando si parla di ‘Occidente', tutti sembrano sapere precisamente di che si tratta, mentre appena si gratta un poco la superficie dell'ideologia ci si accorge che sotto non c'è nulla? La risposta è relativamente semplice: perché serve a semplificare una situazione molto più complessa e a dare una parvenza di realtà a un mito geopolitico – quello, appunto, dell'unità del ‘mondo occidentale'.

13. Il reato di adulterio è stato abolito in Lussemburgo nel 1974, in Francia nel 1975, in Spagna nel 1978, in Portogallo nel 1982, in Belgio nel 1987, in Svizzera nel 1989 e in Austria nel 1997. In Italia era stato abolito nel 1969.

14. Negli Stati Uniti solo il 34% delle donne lavorava fuori di casa nel 1950; erano diventate il 43% negli anni Settanta e sono oggi circa il 60%.

15. RUJOULEH 2016; RUBIN 2016.

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  La regola generale secondo cui «Gli Stati non hanno amici, ma solo interessi» (attribuita a Charles de Gaulle, che sapeva di cosa stava parlando) vale anche per la cosiddetta ‘coalizione occiden- tale': non solo gli Stati Uniti non hanno gli stessi interessi del- l'Europa, ma, in Europa, la Francia non ha gli stessi interessi della Germania, che non ha gli stessi interessi dell'Italia e così via. Lo si è magistralmente visto nel caso della crisi ucraina: gli Stati Uniti vi ci sono buttati con entusiasmo, nell'intento (riuscito) di mettere un cuneo nella relazione tra Europa e Russia; per farlo, hanno spinto avanti i Paesi europei più ostili al rapporto diretto tra Mosca e Berlino (Polonia, i tre baltici e, in parte, la Svezia), uno dei tre fronti, e certamente il più attivo, in cui si è divisa l'Eu- ropa; il secondo fronte era quello degli irriducibili amici del Cremlino (Italia, Grecia, Cipro, con l'appoggio esterno della Ser- bia), e il terzo, a sua volta diviso da sfumature assai diverse, era quello dei Paesi favorevoli a un compromesso con Mosca. L'unità del ‘mondo occidentale' non è mai esistita. Come detto, l'invenzione americana dell'‘Occidente' risale al secondo dopo- guerra, cioè al momento in cui gli Stati Uniti si accordavano con la Russia di Stalin per tenere divisa e sottomessa l'Europa. Per- fino la special relationship con la Gran Bretagna è segnata da una sequela di atti di ostilità che vanno dalla rivoluzione del 1776 alla guerra del 1812, alle tensioni ricorrenti al confine col Canada (1837, 1839, 1844, 1867, 1898), al quasi conflitto durante la Guerra di Secessione, alla guerra ispano-americana del 1898 che colpì più gli interessi geostrategici del Regno Unito che quelli della Spagna, alla contestazione del primato della sterlina, alle due guerre mondiali, in seguito alle quali il Regno Unito perse defi- nitivamente il suo primato finanziario globale e il suo impero, all'espulsione di Londra dal Medio e dall'Estremo Oriente, fino alla crisi di Suez del 1956, quando Mosca e Washington si ritro- varono una volta di più sulla stessa lunghezza d'onda anti-euro- pea. Quegli atti di realpolitik, tappe successive dello shift of power che ha portato gli Stati Uniti a prendere il posto della Gran Bre- tagna come prima potenza mondiale, sono stati tutti coperti da diversi strati ideologici, dalla special relationship alla ‘lotta con- tro il comunismo' fino, appunto, all'unità del ‘mondo occiden- tale'. Senza quelle mascherature, utili tanto a fini diplomatici che propagandistici, sarebbe stato molto più difficile per Washington mantenere la sua supremazia globale, quasi assoluta, almeno fino al crollo dell'Unione Sovietica.

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Ma se l'‘Occidente' non esiste, qual è il contenuto reale delle dispute che oppongono fautori e nemici della cosiddetta ‘occidentalizzazione' del mondo? Per capirlo, occorre tornare a Braudel, e al suo prudente approccio cronologico, logico e causale (e non politico) al concetto di ‘Occidente'. Quando nel 1952 gli fu chiesto di scrivere una storia del- l'Occidente, il risultato fu il saggio su Civilisation matérielle, économie et ca- pitalisme. Allorché, nel 1961, la Columbia University Press fece uscire la terza edizione dei suoi Chapters in Western Civilization «come testo ba- silare per i corsi di storia europea e civiltà occidentale», Braudel par- tecipò con un testo su European Expansion and Capitalism. Nella sua Grammaire des civilisations, Braudel parla di «civiltà occidentale» quasi come sinonimo di ‘civiltà industriale'. Ma Braudel non è solo: nel 1963, lo storico canadese William H. McNeill, nel voluminoso The Rise of the West. A History of the Human Community, individua una serie di ragioni per le quali l'‘Occidente' (leggasi: l'Europa) era riuscito a imporsi al mondo a partire dal Cinquecento: l'espansione territoriale, l'industria, la diffusione della tecnica e delle idee e il liberalismo, senza dimenti- care l'importanza degli scambi tra le diverse civiltà. Molto più recen- temente, Niall Ferguson ha sostenuto che l'‘Occidente' ha trionfato sul resto del mondo («the West vs the Rest») grazie a quelle che lui definisce sei «killer apps»: «la competizione, la scienza, lo stato di di- ritto, la medicina, il consumismo e l'etica del lavoro»16.

Ciascuno da un angolo visuale differente, ma tutti e tre concordi nel- l'identificare, di fatto, l'‘Occidente' con il capitalismo e le sue caratte- ristiche. Il capitalismo ha iniziato la sua opera di conquista del mondo a partire dall'Inghilterra, dove, per una serie di circostanze storiche, si sono concentrate le condizioni per l'avvio della rivoluzione industriale; siccome l'Inghilterra si trova in Occidente, e siccome lo sviluppo ca- pitalistico ha inizialmente interessato un piccolo gruppo di Paesi oc- cidentali (Francia, Stati Uniti e Germania), ecco che la ‘civiltà industriale' può a buon diritto essere chiamata ‘civiltà occidentale'. La cosiddetta ‘occidentalizzazione' non è dunque altro che la diffu- sione del capitalismo su scala globale per effetto della sua produttività incomparabilmente superiore a quella di tutti gli altri sistemi econo- mici. «Ogni rivoluzione industriale riproduce all'incirca uno stesso ‘modello', come dicono gli economisti, uniforme, abbastanza sem- plice», scriveva Braudel nel 1963. E ne concludeva: «Ben presto, non ci sarà più nessun punto al mondo che la civiltà industriale, nata in Europa, non avrà ‘contaminato'»17.

16. FERGUSON 2011, p. 12. 17. BRAUDEL 1993, p. 56.

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  Con estrema cautela, è dunque possibile individuare un denominatore comune che permetta di dare un senso storico alla formula di ‘civiltà oc- cidentale'. Ma non altrettanto si può fare per altre presunte ‘civiltà', a meno di limitarsi alle stratificazioni storiche accumulate in forma di abi- tudini alimentari, abbigliamento, tradizioni, istituzioni, lingue e dialetti, ma che sono spesso, a loro volta, un miscuglio di diversi contributi cul- turali, ‘individualizzati' a posteriori (ad esempio, lo stesso caffè è ‘turco' per i turchi e ‘greco' per i greci). Proprio quelle stratificazioni che il capi- talismo divora e assimila progressivamente nella sua espansione inar- restabile, imponendo, come dice Jacques Berque, «l'acquisizione di un abito planetario di tecniche e di comportamenti»18.

La cronaca di oggi ci dice che più il mondo diventa complesso, più cresce il bisogno di spiegazioni semplici e di soluzioni facili: essere pro o contro la mondializzazione, pro o contro l'Unione europea, pro o contro gli im- migrati e via semplificando sembra orientare le ansie e le paure verso obiettivi a portata di mano.

Naturalmente si tratta di illusioni, anche gravide di pericolose conse- guenze. Ma, almeno, la mondializzazione, l'Unione europea e gli immi- grati esistono. Con l'‘Occidente', non c'è nemmeno quella scusa

18. Ivi, p. 173. BIBLIOGRAFIA

F. BRAUDEL, Grammaire des civilisations, Flammarion, Paris 1993 (ed. or. S. BAILLE – F. BRAUDEL – R. PHILIPPE, Le Monde actuel, histoire et civilisations, Eugène Belin, Paris 1963. R.W. BULLIET, The Case for Islamo-Christian Civilization, Columbia UP, New York 2004. R.N. VON COUDENHOVE-KALERGI, Paneurope, Fondation Coudenhove-Kalergi, Genève 1997 (ed or. Pan-Europa, Pan-Europa Verlag, Wien 1923).

N. FERGUSON, The War of the World. History's Age of Hatred, Penguin B., London 2006. N. FERGUSON, Civilization. The West and the Rest, Penguin Books, London 2011.

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M. MAMDANI, Good Muslim, Bad Muslim. America, the Cold War, and the Roots of Terror, Doubleday, New York 2004.

A.J. RUBIN, French ‘Burkini' Bans Provoke Backlash as Armed Police Confront Beachgoers, «The New York Times» (24 agosto 2016).

R. RUJOULEH, Burkini bans. Why France Is Giving Iran a Run for Its Money, «CNN» (25 agosto 2016).

O. SPENGLER, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte, Verlag Braumüller, Wien 1918 (ed. it. Il tramonto dell'Occidente, a cura di R. Calabrese Conte – M. Cottone – F. Jesi; introduzione di S. Zecchi, collana «I Marmi», Lon- ganesi, Milano 2008.

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