L'ombra nera dell'ex marine Lee Oswald il suo fantasma inquieta ancora Dallas

| Reportage nel Sud degli Usa dopo gli incidenti razzisti in Virginia. Ma nel Texas si vive ancora nel mito di Jfk

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Dall'inviato GERMANO LONGO
DALLAS
22 novembre 1963, ore 12.30: ci sono una data e un'ora precisa per sapere il giorno in cui l'America ha perso l'innocenza. E' quello, preciso al secondo, il momento esatto in cui gli americani capirono che il loro è un grande paese, ma capace anche di grandi porcherie. Nessuno, ad oltre cinquant'anni da quel giorno, sa ancora esattamente quale sia la verità, chi ha realmente sparato a JFK e soprattutto perché. E forse nessuno lo saprà mai. Ma la tragedia in fondo ha salvato Kennedy, il presidente giovane, bello, dalla politica rivoluzionaria e all'apparenza perfetto, con una facciata costruita ad arte su una famiglia da sogno per nascondere il sottile lavoro di suo padre Joseph, il patriarca, sangue irlandese nelle vene e l'ambizione di allevare i figli perché scrivessero qualche pagina di storia del paese che li aveva resi ricchi ma non nobili, come avrebbe voluto il clan. A che prezzo, l'avrebbero scoperto anni dopo, con JFK e Bob morti ammazzati e Ted, quello ribelle e scapestrato, portato via dal cancro senza aver mai scritto le pagine che gli sarebbero spettate, se non portare un cognome che gli apriva le porte dell'America intera. Perfino JFK, si scoprirà nel tempo, non era solo un ragazzone malaticcio dall'aspetto sano, ma nutriva sani appetiti verso qualsiasi mammifero di sesso femminile, meglio ancora se di bell'aspetto. Faticavano, i servizi segreti, a stargli dietro coprendo svolazzi di lenzuola che potevano costargli molto cari, come quello con Marilyn Monroe, che davanti a Jackie infuriata aveva pensato di intonare "Happy birthday mister President" inguainata in un vestito che lasciava poco alla fantasia e molto al testosterone.

100 years, mister President

Qualche mese fa, il 29 maggio, l'America ha celebrato il centenario della nascita di John Kennedy, chiedendosi se davvero merita ancora oggi l'appellativo di presidente più amato o se i colpi di fucile di Lee Harvey Oswald gli siano valsi l'immunità eterna da ogni giudizio. Politicamente, JFK aveva già mostrato un'idea del suo mandato, varando i "Peace Corps", un programma di conflitti senza armi così insolito da far sorridere, cinquant'anni dopo, gente come Bush o Trump. Allo stesso modo aveva affrontato la crisi cubana, vietando ai suoi generali di rispondere ai missili sovietici schierando altri missili. Nel 1963, l'anno della sua morte, aveva perfino accolto le proteste dei movimenti della gente di colore per mettere in piedi il "Civil Rights Act", volando poi a conquistare letteralmente Berlino, scandendo davanti alla porta di Brandeburgo "Ich bein ein berliner", io sono un berlinese.

Aveva capito, probabilmente troppo avanti per i suoi tempi, che l'America non doveva per forza sentirsi lo sceriffo del mondo: bastava la presenza della bandiera a stelle e strisce per mettere pace dove non c'era. Ma quella di JFK era una politica moderna, fatta di slogan e regole di marketing ancora oggi applicate alla lettera dagli staff dei candidati alla Casa Bianca: il primo dibattito politico televisivo della storia è stato suo, quando aveva polverizzato Nixon assicurandosi il volo per Washington.

La nota stonata, in tutto questo, resta sempre il 23 novembre 1963, a Dallas, sulla Elm street, una strada su cui da allora non passa giorno senza che qualcuno scatti una foto e indichi la finestra al sesto piano da dove, secondo le inchieste ufficiali, Oswald mise fine alla vita breve e intensa del presidente Kennedy. Perfino quel piano, il sesto, è diventato un museo dedicato a quel giorno infame: il "Sixth Floor Museum". All'interno rivive la parabola di JFK e di com'era fatto il mondo negli anni in cui lui era presidente. Foto inedite della famiglia, di vacanze e momenti ufficiali con Jackie e i due figli, John John e Caroline, l'unica ancora viva del regno ormai decaduto di "Camelot", come lo chiamava la stampa all'epoca.
The show must go on 


Ma è inevitabile, questa storia è un imbuto che porta dritto al 3 novembre del 1963, con l'arrivo in aereo, i fiori per la First Lady, gli ultimi discorsi e la sfilata per le vie di Dallas su una limousine scoperta, alla faccia di ogni programma di sicurezza.

Al sesto piano dell'ex deposito di libri tutto si è fermato a quel giorno: c'è il fucile di Oswald, il Carcano M91/38 di fabbricazione italiana, il cappello di Jack Ruby, la losca figura che poche ore dopo uccise Oswald - prima ancora che questo fosse interrogato dalla polizia - addirittura l'abito dell'agente che precedeva Oswald ammanettato fra i flash impazziti della stampa. Poi la celebre cinepresa di Abraham Zapruder, il sarto di origini sovietiche divenuto famoso per aver filmato la terribile sequenza degli spari e le immagini di Jackie che inseguono parte del cranio del marito, e per finire la finestra, quella, .

Sull'asfalto di Elm street, due "X" segnano i punti esatti in cui JFK fu colpito dai proiettili, ma tranquilli, il cordoglio dura un attimo: a pochi passi, lo shop ufficiale vende poster, libri, calamite e palle di Natale con l'immagine del giovane Kennedy. Se sia stato il migliore o meno dei presidenti lo deciderà la storia, ma comunque non prima che finiscano le scorte di tazze da colazione con lui e Jackie sorridenti.

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