Post Brexit: "E ora sono un immigrato"

| Sogni e timori degli studenti universitari italiani da anni a Londra

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Il Regno Unito divorzia dall'Unione Europea. Lo hanno deciso gli inglesi, il 26 giugno scorso, con un referendum e così ieri l'ambasciatore britannico Tim Barrow ha consegnato al presidente del consiglio Ue Donald Tusk una lettera in cui Londra ufficializza la sua intenzione di lasciare l'Europa. Ha vinto il ‘leave', ha perso il ‘remain'. "Vuoi stare con me? Si, no" e i sudditi della Regina hanno scelto il ‘no'. Il popolo è sovrano, non si torna indietro. Al contrario: si guarda avanti, dritto al 29 marzo 2019, quando l'addio diventerà definitivo. Una rottura in piena regola, questa Brexit. Con tanto di discussioni, polemiche, schieramenti, confronti, discussioni su cosa dare, cosa tenere e come trattare i non inglesi che vivono in Inghilterra, quelli che ci vanno in vacanza, quelli che ci studiano, quelli che ci commerciano. "Mi sono svegliato immigrato", aveva scritto ai suoi amici torinesi, la mattina dopo il referendum, Davide Bella. Lui è uno di quei 250mila italiani, persona più persona meno, che abitano a Londra. 28 anni, laurea in fisica, umorismo pungente anche sugli affari europei. E' partito il 28 aprile 2015 per un dottorato in matematica applicata e ingegneria meccanica: "nel Regno Unito mi pagano bene, trovare un posto in facoltà è più semplice e poi imparo bene l'inglese. E' la lingua europea per eccellenza, mi tornerà utile". La pensava così. Ma adesso le cose sono cambiate e la confusione è il sentimento più diffuso. "Per ora noi studenti e ricercatori siamo coperti dall'università e i fondi arrivano dall'Ue – spiega Davide via Skype – Ma, con la Brexit, i soldi non arriveranno più e il sistema cambierà". Nessuno, però, sa spiegare come. "L'Unione Europea finanzia tutti i dottorati come il mio e innumerevoli progetti di ricerca. Sarebbe un peccato se questi non dovessero essere portati avanti", continua. Davide, come tanti altri, si è confrontato sull'argomento. Sotto il Big Ben non si parla d'altro. "L'impressione – azzarda – è che la maggioranza degli inglesi abbia votato ‘di pancia', abbia optato per il ‘leave' per la paura dell'immigrazione". Lui, che spiega di non aver mai vissuto in una città così ‘cosmopolita' e di averla scelta anche per questo, ha cercato di informarsi, di capire qualcosa in più su questa Brexit. E l'ha fatto con i suoi compagni di laboratorio: cinesi, russi, greci, iraniani. Di inglese ‘doc' ce n'è solo uno.
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