"Rivoluzione Bolivares, temiamo un disastro"

| Un rappresentante della comunità italiana racconta in esclusiva il primo impatto con la rivoluzione monetaria di Maduro. Prime valutazioni, speranze e paure. Emigrazione selvaggia e repressione politica

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Primi giorni della rivoluzione monetaria in Venezuela: le reazioni a caldo degli imprenditori della comunità italiana. L’intervista che segue, realizzata via Skype, è con un manager di un’azienda che produce impianti industriali. Chi parla è un esponente dell’opposizione, e per evidenti ragioni di sicurezza non ne divulghiamo il nome e altri dati sensibili.

Come precede il varo del Bolivar Soberano?

“Il sistema bancario è in forte ritardo con l’adeguamento tecnico sul passaggio del Forte al Soberano, ma la vera mazzata alle imprese arriverà con i costi dell’energia e della benzina, che saranno adeguati, dice Maduro, ai tabellari internazionali. Da Italiano, ma soprattutto da venezuelano, viviamo un periodo d’attesa. Siamo contrari al regime di Maduro ma se dovesse portare a casa risultati utili per tutti, ne prenderemmo atto con vera soddisfazione. Adesso il problema è un altro…”.

Quale?

“Come pagare gli stipendi. Ho una ventina di dipendenti e adesso sono obbligato per legge a pagarli più del 3mila per cento rispetto alla paga base. Ho abbastanza fondi per affrontare i primi mesi, in attesa dei risultati veri dell’operazione, ma se la produzione di beni di consumo dovesse restare al palo, sarò costretto a licenziarli perché non sono in grado di sostenere uno sforzo finanziario di questa portata: devo triplicare la produzione, pena finire in fallimento”.

Com’è la situazione sociale nel Paese?

“Un disastro, c’è una fuga continua di persone, anche di chi ha professionalità di alto livello, verso il Brasile, l’Ecuador e il Perù. Sto parlando di migliaia di persone, intere famiglie, imprenditori, contadini, operai, un esodo disperato nella speranza di vivere condizioni migliori di vita, di cibo, di sicurezza e della possibilità di avere un futuro”.

In Occidente passa in parte la tesi di un’ostilità preconcetta nei confronti delle politiche sociali di Maduro che ha cercato di creare un welfare state per tutti, con trasporti a basso costo e altre iniziative di carattere sociale. E così?

“Chi afferma questo vuol dire che non conosce il nostro paese, non c’è mai stato, prima del Chavismo e dopo, con il suo alter ego in sedicesimo, Nicolas Maduro. Credetemi, vivere in Venezuela è un inferno, soprattutto nelle città. Nelle campagne sostenersi è più facile con l’agricoltura base, l’allevamento di animali e lo scambio in natura. Lì bene o male si campa. Ma nelle metropoli si muore letteralmente di fame. Sapete perché? Perché si è interrotta la catena alimentare, il valore del cibo non è più quantificabile in seguito all’inflazione. Per fare la spesa ci vogliono milioni e milioni di Bolivares, e chiunque capisce che è impossibile vivere così”.

Dopo gli arresti per l’attentato del 4 agosto come è cambiata la situazione politica?

“L’arresto dei deputati è stato giudicato da tutti una violazione costituzionale di eccezionale gravità, in buona parte del mondo, Onu compresa, ma temevamo una spinta repressiva assai più forte. Passata la prima ondata, con 34 arresti e fermi, tutto sembra ridimensionarsi. ll processo per i droni esplosivi si preannuncia una farsa giudiziaria, con sentenze già scritte. Noi lotteremo per convincere il Regime a liberare subito almeno i parlamentari e chi non ha avuto un ruolo diretto”. 

Lei ha scelto di non emigrare, pensa che possa tornare la speranza?

“Sino a quando saremo nelle mani dei chavisti di seconda generazione, no. Continueremo la lotta democratica, in Parlamento, nelle istituzioni, sino a quando la struttura clientelare che consente a Maduro di vincere elezioni fortemente condizionate da intimidazioni e brogli, non imploderà da sola, stritolata da un disastro economico senza precedenti. Ma siamo nazionalisti: andarsene è una sconfitta, è una rinuncia alla lotta. Abbiamo creato reddito e ricchezza qui, in un paese tanto bello quanto sfortunato, e qui vogliamo restare con un sogno nel cuore, quello di ritornare a vivere in una Nazione normale, con l’incubo di un governo marxista-populista ormai alle spalle, nell’archivio della vergogna del Sudamerica”.

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