Sex and the screen: le luci rosse di Hollywood e dintorni

| Il sesso e lo schermo, quello grande: lo scandalo Weinstein è ormai una macchia che attraversa l'oceano e sporca gli ambienti. Asia Argento svela che anche in Italia è così: a lei è successo con un grande regista, e qualcuno pensa sia Michele Placid

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Di Davide Cucinotta
Non saranno i titoli di coda di Hollywood, ma qualcosa di profondo da quelle parti si è rotto, forse una volta per tutte. Da giorni, un brivido profondo attraversa quel meraviglioso tratto di colline affacciato sull'oceano della west coast, costellato da residenze inaccessibili ai più: la caccia alle streghe è iniziata, e chi ha qualche peso sull'anima meglio si faccia avanti adesso, prima che la giustizia suoni al campanello di casa. Perché tanto lo farà: la frase "Harvey è fuori, ora staniamo tutti gli altri" è sibillina, e lascia intuire che i tempi del "casting touch", l'umiliante divano su cui stendersi per sperare di avere una particina in un film, sono arrivati al capolinea.

Insomma, Harvey Weinstein non è solo: o meglio, lui solo lo è, sempre più, ripudiato dalla moglie, licenziato dalla sua compagnia, sfrattato dall'Academy Award, privato della Legion d'Onore francese e con una sequela di accusatrici lungo come la faglia di Sant'Andrea che prima o poi (prima, c'è da starne certi) chiederanno ragione di violenze e molestie.

L'Asia e l'Italia

La Argento è stata fra le prime attrici a svelare la propria nauseabonda esperienza con Weinstein, finendo nel vortice di una polemica casalinga di chi le continua a chiederle come mai quell'episodio da dimenticare sia venuto fuori a vent'anni di distanza e soprattutto dove stia di casa la repulsione, visto che a conti fatti l'esperienza si è trasformata nel primo di una lunga serie di appuntamenti con il rubicondo Harvey, andati avanti per cinque anni fra voli intercontinentali e regali.

Ma Asia non sente ragioni: si difende e rincara perfino la dose. Proprio in queste ore, l'attrice ha svelato in un'intervista con il quotidiano "La Stampa" che il divano di Weinstein non era il primo, purtroppo: quando aveva 16 anni, il regista e attore Michele Placido (riferisce "Il Foglio", notizia immediatamente smentita dall'ufficio stampa del regista) aveva tirato fuori gli attributi mentre parlavano amabilmente del personaggio da interpretare. Episodio finito ben peggio una decina di anni dopo, questa volta con protagonista un "grosso regista americano con il complesso di Napoleone", che dopo averle dato la così detta "droga dello stupro", l'avrebbe violentata in stato di completa incoscienza.

Enrico Lucherini, storico press-agent e memoria storica degli ambienti di Cinecittà e dintorni, ammette di stupirsi poco: la pratica del divano è in uso nel mondo del cinema più o meno dai fratelli Lumiére in poi. Non che questo la giustifichi, sia chiaro, ma a stupire è lo stupore, per dirla con un gioco di parole che rende al meglio l'idea.

Decine e decine di attrice italiane, racconta Lucherini, per decenni sono volate a Hollywood in cerca di sbocchi internazionali delle proprie carriere, trovandosi nella spiacevole condizione di ricevere fiori, regali, palpate e inviti più o meno espliciti. Qualcuna ha fatto la valigia ed è ornata in Italia, altre boh, meglio non sapere.

Il turno di Donald

È un terremoto dalle conseguenze devastanti, quello che si vive a Hollywood, un disastro incalcolabile che sembra voler scardinare una dopo l'altra le file degli intoccabili, a cominciare da "The Donald", Trump in persona, chiamato in causa già un anno fa da Summer Zervos, ex concorrente di "The Apprentice", che non solo lo accusa di molestie sessuali, ma chiede di riaprire il proprio caso e quello di decine di querele presentate da altrettante donne passate dai casting della trasmissione televisiva. Per scendere nel dettaglio, miss Zarvos racconta di essere stata aggredita da Trump nel 2007, in un albergo di Beverly Hills. E qualcuno, lesto di memoria, ha rispolverato una registrazione audio diffusa in campagna elettorale dal sito "Access Hollywood" in cui il futuro presidente americano confessava di provarci con tutte, perché "quando sei una star puoi fare quello che vuoi".

(In) tutto il mondo è palese

Se Hollywood trema e l'Italia si scompone poco, non sono da meno la tanto civile Danimarca e la compassata Inghilterra. Nel primo caso, è l'artista islandese Björk a svelare di aver vissuto con un regista danese un'esperienza paragonabile a quella delle vittime di Weinstein. La cantautrice, resasi immediatamente conto che il mondo del cinema poggiasse su ipocrisie e coperture, svela di aver reagito malamente agli attacchi, ottenendo in cambio una campagna denigratoria nei suoi confronti che le ha complicato non poco la carriera.

Perfino Scotland Yard, per cambiare ancora destinazione, ha aperto un fascicolo d'inchiesta per quattro abusi sessuali compiuti da Weinstein in Inghilterra. E non siamo che all'inizio di un probabile giro del mondo dei pruriti, perché pare che Harvey amasse tornare a casa con i "tre punti" conquistati ad ogni trasferta.

Quelli che sembravano dimenticati

La pace è finita, anche per chi in passato si è macchiato di qualche maialata che sperava ormai smarrita negli archivi della memoria. Macchè: Judy Garland, la tenera Dorothy de "Il mago di Oz", faceva poca tenerezza agli occhi suini dei produttori. Fra tutti, a spiccare per intraprendenza era Louis Mayer, il papà del colosso Metro Goldwyn Mayer, che complimentandosi per la voce melodiosa, le stringeva le tette. A fare scandalo era anche l'intera esistenza di Chaplin, storicamente attratto da donne molto più giovani, alcune delle quali portate direttamente sull'altare: Mildred, 17 anni lei, 29 lui, Lita Grey, diventata signora Chaplin a 16 anni, mentre era incinta. Paulette, 21 anni (lui 43) e Oona, appena diciottenne, sposata da Charlot alla tenera età di 54 anni.

Problemi pesanti anche per Roman Polanski, che evita di tornare negli Stati Uniti poiché sa che ad attenderlo c'è una condanna per la violenza su una donna, all'epoca dei fatti appena tredicenne. E guai da risolvere anche per Woody Allen, in passato accusato dall'ex moglie Mia Farrow di violenza sulla figlia Dylan, 7 anni, e subito dopo reo di aver sposato Soon-Yi, la figliastra.

Più recente, e non ancora risolta, la doppia vita di Bill Cosby, nella finzione dei "Robinson" - telefilm di enorme successo - padre eccezionale, mentre a telecamere spente vero satiro accusato di stupro e molestie da oltre 50 donne.

Perfino l'erculeo Arnold Schwarzenegger è cascato sulla palpata: sei donne, una quindicina di anni fa, lo avevano denunciato. E fra i comparsi nel tritacarne mediatico delle questioni di anche Hugh Grant, l'attore inglese che nel 1995, non soddisfatto di Liz Hurley, la fidanzata da urlo, per 50 dollari finì appartato in macchina con la prostituta Divine Brown.

Ed è sufficiente scavare in pochi centimetri di web, per imbattersi in una vera Babilonia del sesso mescolato al potere: da Charlie Sheen, che ha impunemente ammesso di aver nascosto la positività all'HIV a decine i amanti, a Rob Lowe, che qualche anno fa porta in camera due ragazze e le filma mentre amoreggiano, finendo vittima del ricatto di una delle due, minorenne ma sveglia a sufficienza per capire come le girano le cose, a Hollywood.

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