Titanic II: a volte rinavigano

| Il vecchio sogno di un miliardario australiano sta per diventare realtà: la copia perfetta del transatlantico naufragato nel 1912. Ma con scialuppe per tutti, tranquilli

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Sarà quest’anno: è deciso. Clive Palmer, magnate e politico australiano insegue da anni un’idea un po’ folle, in cui per la verità ha già profuso intere valigiate di denaro: ricostruire la fedele riproduzione del “Titanic”, il leggendario transatlantico naufragato nel 1912, al suo viaggio inaugurale. Una delle più grandi tragedie del mare, costata la vita a 1.518 persone ed entrata nell’immaginario collettivo grazie anche all’omonimo kolossal del 1997, vincitore di 9 statuette dell’Oscar.

Tutto inizia nel 1998, ad un anno di distanza dal successo planetario del film, con un progetto di fattibilità ingegneristica pubblicato sulle pagine di “Popular Mechanics”, mensile americano dedicato alla tecnologia. Il progetto di “rebuilding”, studiato con l’apporto del “Webb Institute”, ateneo universitario newyorkese specializzato in ingegneria navale, dava come altamente possibile la realizzazione di una copia conforme dell’enorme transatlantico, a patto di apportare alcune variazioni sostanziali che comunque non avrebbero mutato l’aspetto esterno. Per cominciare, uno scafo saldato e non rivettato, un bulbo di prua per offrire meno resistenza all’acqua, stabilizzatori orizzontali e un sistema di propulsione diesel al posto delle 159 fornaci a carbone e le 29 caldaie che riempivano le stive del Titanic. Viste le moderne tecnologie, del tutto inutili dal punto di vista energetico, ma fondamentali per il “look”, risultavano i quattro fumaioli che impreziosivano la silhouette del transatlantico originale, di cui solo tre funzionanti ed il quarto adibito a presa d’aria. Ma nulla vieta di realizzarli, perché all’occhio, in questa operazione, spetta un ruolo fondamentale.

Il rapporto si chiudeva però con una nota dolente: i costi. A conti fatti, rifare il Titanic costerebbe più del doppio di una moderna nave da crociera. Cifre che non spaventano Sarel Gous, magnate sudafricano, che dopo essere entrato in possesso dei progetti originali del Titanic tenta di coinvolgere nell’operazione rinascita il consiglio della città di Belfast e i cantieri “Harland and Wolff”, gli stessi in cui fu realizzato il colosso dei mari. Ma non se ne fa nulla: 500 milioni di sterline sono uno sforzo eccessivo, per quanto il progetto sia allettante.

Mister Gous non si perde d’animo e vola nel Principato di Monaco, firma un accordo preliminare e sull’onda dell’entusiasmo sceglie addirittura di far rinascere la “White Star Line”, la compagnia proprietaria dello sfortunato transatlantico. Ma di mezzo si mette il parere contrario della “Solas” (Safety of Life at Sea), convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare, accordo per ironia della sorte nato all’indomani della tragedia del Titanic.

Nel 2006, malgrado i tentativi e gli aggiustamenti in corso d’opera, il progetto finisce in archivio, con grande soddisfazione di Milvina Dean, l’ultima sopravvissuta del naufragio ai tempi ancora in vita, da sempre contraria.

Passano sei anni di silenzio, e sul progetto del “Titanic II” piombano le fantasie del corpulento Clive Palmer, magnate minerario attratto dal turismo, proprietario di diversi resort di lusso e interessato a realizzare una luxury line di transatlantici da sogno sotto il nome della neonata “Blue Star Line”. Rispetto al suo predecessore, Palmer sceglie però di andare sul velluto: stringe un accordo con il “CSC Jinling”, un cantiere navale di Nanchino, in Cina, e conferma l’inizio dei lavori per il 2013, con la cerimonia solenne del varo già fissata nel 2016.

“Il ‘Titanic II’ sarà uguale in tutto e per tutto all’originale, lusso compreso: 270 metri di lunghezza e 65mila tonnellate di stazza, con tre classi per i passeggeri arredate in perfetto stile “Belle époque”, ma naturalmente dotata di tutte le più avanzate tecnologie del XXI secolo e dei più recenti sistemi di navigazione e sicurezza”, dichiara Clive Palmer nella conferenza stampa del 2012, a pochi giorni dal centenario dello storico naufragio. Silenzio sui costi, anche se si parla con insistenza di 390 milioni di euro.

Ma curiosamente, pochi giorni dopo, i responsabili dei cantieri cinesi dichiarano di non saperne nulla di contratti, oltre ad ammettere candidamente di non avere le competenze necessarie nella costruzione di navi passeggeri. Insomma, per restare in tema si torna in mare aperto.

L’anno successivo, nel 2013, il “Titanic II” torna a far notizia con l’ingresso nel progetto della “Deltamarin”, sempre cinese, società a cui sarebbe stato affidato lo sviluppo ingegneristico e il coordinamento di ogni dettaglio, dall’interior design al cantiere. La firma sul contratto, finalmente, arriva nel marzo del 2014, con grande soddisfazione di Clive Palmer.

Adesso, malgrado un ritardo di due anni sulla tabella di marcia, per il “Titanic II” sembra arrivato il momento di tornare a solcare i mari. Il viaggio inaugurale, quasi inutile aggiungerlo, seguirà la stessa rotta dello sfortunato transatlantico del 1912, con partenza da Southampton e arrivo a New York. Anzi, no: l’ultimo contrordine arriva qualche settimana dopo: si partirà da Jangsu, in Cina, per arrivare a Dubai. Che non c’entrano nulla, ma bisogna farseli bastare.

Per finire con un’aggiunta necessaria, più volte sottolineate da Palmer in persona: le scialuppe di salvataggio a bordo saranno in numero sufficiente per ospitare tutti i 2.700 passeggeri. Non si sa mai.

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