Venezuela: "In fumo trent'anni di lavoro"

| Paure e speranze di un imprenditore piemontese emigrato in Venezuela negli Anni '80

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Come va?  "Male. Ventisette anni di lavoro vanno in fumo". Arriva chiara, dal Venezuela, Santa Ana del Coro, la voce di Mario Z., 66 anni, moglie e due figli, piemontese, titolare di una Pmi, settore metalmeccanico. Inflazione al 500 per cento, ordini in caduta libera, tensione e paura nelle strade, con gli oppositori e i sostenitori del governo Maduro a un passo dalla guerra civile. "I ministeri non rispondono più, sono stato tre giorni a Caracas per definire i termini di una commessa statale da tempo acquisita ma non sappiamo se procedere, fermarci, andarcene via. Nessuno ci risponde". 
"Produzione ferma" 


La situazione sociale è esplosiva, racconta questo industriale emigrato negli anni '80, con un buon risultato ormai alle spalle. "Avevamo circa 300 dipendenti e un indotto di rilievo. Mio figlio si occupa di logistica, trasporti su camion. Da mesi è fermo. Molti se ne sono andati, tante aziende hanno smesso di produrre. E la tensione dei lavoratori, gente perbene, molto seri, è alta perché c'è la sensazione che presto anche alimentarsi sarà un problema. Chiudono i negozi, la crisi è arrivata anche qui, lontano dalla metropoli". Lei ha paura? "Certo. Ho paura, perchè i collectivos imperversano in tutto il Paese, colpiscono chi non collabora con il governo, la polizia politica scheda chiunque osa manifestare dissenso". Però Maduro si fa passare come un Allende sotto assedio dalle destre. "Azzardare analisi è pericoloso e fuorviante. Il problema è un altro, mancano i fondamenti dell'economia, siamo su un piano inclinato, la produzione è ferma, i consumi anche, anche la classe media rischia di estinguersi. E' vero, anche Allende aveva creato con nazionalizzazioni e altri errori macroscopici un disagio per il popolo,  qui è peggio. La Cia non serve".
Nuove elezioni e governo di coalizione
I partiti di centro destra all'opposizione, ma anche schieramenti di centro sinistra, chiedono nuove elezioni e un governo che si smarchi una volta per tutte dalla "rivoluzione permanente". Maduro paga colpe non sue, come il crollo del prezzo del greggio, ma dovrebbe - secondo gli oppositori - ammettere la sconfitta e accettare un governo di salute pubblica, una grande coalizione che rimetta le mani in una riorganizzazione economica che non si discosti dai principi elementari di una buona gestione. Saranno lacrime e sangue per i lavoratori e per la gente, per tutti, ma almeno si creerebbe - sostengono - una speranza per il futuro, in una terra ricca di risorse e con un popolo attivo e con una classe dirigente in teoria di livello.


"Contiamo i morti per le strade, la polizia e l'esercito hanno l'ordine di picchiare, se non di uccidere. Uno dei miei dipendenti è in stato di fermo da 20 giorni, fermato a Caracas in uno scontro, gli avvocati non sanno neppure di cosa è accusato".

Ma lei che farà ora, rientrerà in Italia? "La mia vita è qui, questa è la mia seconda patria. Ho fiducia che la situazione possa tornare lentamente alla normalità, qui ho investito tutti i miei capitali, i miei figli sono sposati con ragazze venezuelane. Andarmene? No, sarebbe una fuga. Qui c'è un detto che dice ‘ieri non esiste, domani non ancora, lotta per oggi'. Resteremo".

 

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