"Vi prego, voglio restare in Brasile"appello di Battisti ai giudici brasiliani

| Accorata intervista a un media di Sao Paolo mentre gli intellettuali italiani proseguono nella gara di solidarietà a favore dell'ex terrorista pluri-assassino. Ferrero, ex prc: "Resti in Brasile, in Italia leggi liberticide"

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In attesa delle decisioni finali dell'estradizione, ormai imminenti, Battisti torna a far sentire la sua voce con il quotidiano brasiliano Efe. E' visibilmente preoccupato, è quasi convinto che la Suprema Corte gli darà ragione, bloccando l'estradizione in Italia, ma qualche pensiero negativo lo coltiva lo stesso. A 300 chilometri da Sao Paulo, in una casa zeppa di poste di Karl Marx, Picasso e Salvador Dalí, l'ex terrorista italiano di sinistra Cesare Battisti, ha ribadito che non "volevs participare nella lotta armarta perchè fu un disastro", dice amaro. Sta scrivendo un nuovo libro, e forse ci sarà uno spazio per raccontare "il cavario" della richiesta di estradizione: "Correría peligro de vida en Italia. Esa fue la razón principal por la que el expresidente Lula firmó el decreto", corro pericoli in Italia, spiega nell'intervista a Efe, ecco perchè lìex presidente Lula firmò il decreto. La casa di Desde Cananeia, dove vive, affittato, è il suo rifugio. Lui  ora confida, scrive Efe, nel no della Suprema Corte alle richieste italiane. "Ho combattuto quaranta anni contro le richieste del mio paese, ma ora sono stanco, io voglio restare per sempre qui, sto bene in Brasile". E ricorda il bimbo di quattro anni avuto da una donna brasiliana  con cui ha "ancora buoni rapporti", spiega contrito. Oltre ai santoni del marxismo, nella casa c'è pure un poster del calciatore brasiliano Socrates, un pilastro del Napoli leggendario di Maradona. "Ho perso molti compagni uccisi dalla polizia - rievoca Battisti - ma io me ne sono andato in tempo, prima di precipitare nel vortice della vendetta".
LA SOLIDARIETA' DEGLI INTELETTUALI
Paolo Ferrero, ex Rifondazione, dice: "Leggi sbagliate, di tempi emergenziali. Battisti resti dìv'è". Poi le firme a sostegno dell'ex terrorista: Massimo Carlotto, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Vauro, Pino Cacucci, i parlamentari di sinistra Paolo Cento e Giovanni Russo Spena. Una fan di Cesare Battisti è certamente Carla Bruni, che dovette smentire un intervento diretto sul presidente Lula per impedire l'estradizione dal Brasile del terrorista. Che in Francia ha goduto di grandi aiuti, dagli scrittori Bernard-Henry Lévy a Fred Vargas, che lo sostiene anche finanziariamente, pare tuttora. E forse brinda alla sua salute e alla sua libertà, come tanti altri compagni italiani…"Come non ho compassione per le vittime? Certo che ho compassione per le vittime. Io ho 62 anni, ho moglie e figli, ho nipoti, già sono nonno". Ha cercato di fare sponda con il figlio di una delle sue vittime, Alberto Torreggiani, figlio dell'orefice ucciso ai tempi del Pac. Subito smentito: ""Battisti se ha delle prove le usi, non rompa le balle alle famiglie delle vittime. "Ma il governo brasiliano si rende conto a chi sta dando credito? - Ha detto Torregiani all'Ansa - Ormai è delirante. Sta cercando di alzare un polverone come nel 2008 perché finche se ne parla lui rimane libero". "Battisti racconta un sacco di balle. Certo che penso che non sia stato lui a uccidere materialmente mio padre - prosegue Torregiani -, non lo dico io, lo dicono gli atti processuali. Ma lui fu tra quelli che progettarono gli attentati, anzi, quando il gruppo terrorista si spaccò proprio sull'opportunità di uccidere mio padre, lui insistette. Certo che è responsabile". Così Torreggiani replica all'intervista di Cesare Battistial Gr1 Rai, all'indomani della decisione dell'Alta Corte brasiliana di rinviare di una settimana l'esame del suo caso "Qualcuno - ha detto Battisti - ha voluto portarmi alla frontiera con la Bolivia, è stata una trappola.  Era tutto organizzato. Io qui in Brasile sono accettato da tutti, tutti mi vogliono bene". E' una specie di drammatico dietro-front, quello dell'ex leader dei Proletari Armati per il Comunismo. Spiega: ""Nell'Alta Corte brasiliana, ci sono diverse voci, molte delle quali sono a mio favore, sono da anni in  relazione con Alberto Torregiani, il figlio del gioielliere Pierluigi Torregiani, ci siamo scritti durante gli anni. L'ho aiutato a scrivere un libro. Io ho lettere di Alberto Torregiani in cui mi dice testualmente che non ha nessun dubbio sul fatto che io non ho niente a che vedere con la morte del padre. Fortunatamente sono uscito prima che iniziassero omicidi nel mio gruppo". E sulla lotta armata degli Anni di Piombo: "Come si può essere soddisfatti o fieri di tanta violenza, tanti omicidi tanto sangue, da una parte come dall'altra. La lotta armata è stato un suicidio, non poteva dare risultati per nessuno. E anche indirettamente ho partecipato a idee che hanno portato a una follia, ad una via senza uscita". Un cambio di prospettive e di umori, quello dell'ex Pac. Ma la sostanza non cambia. Per la giustizia italiana è responsabile di quattro omicidi, e le condanne sono passate in giudicato. Battisti ha affermato di avere "una relazione con Alberto Torregiani. Ci siamo scritti durante gli anni. L'ho aiutato a scrivere un libro. Io ho lettere di Alberto Torregiani in cui mi dice testualmente che non ha nessun dubbio sul fatto che io non ho niente a che vedere con la morte del padre. Fortunatamente - assicura - sono uscito prima che iniziassero omicidi nel mio gruppo". Seconda smentita: "Io e lui non abbiamo mai avuto contatti diretti, altro che aiutarmi a scrivere un libro", ha presicsato Torregiani. "Sono stato contattato, e non da lui, e si parla di 3 o 4 mail - ha detto all'ANSA - e comunque sempre attraverso la mediazione della scrittrice sua amica, Fred Vargas. Una volta ho fatto una battuta ma con lei, dicendo che se avessi scritto un altro libro avrei chiesto a lui ma ripeto, era una battuta. Trasformarla in qualcosa d'altro è tipico di uno che fa lo scrittore, che calcola bene quel che dice e che in mezzo ci mette dello sporco".


ESTRADIZIONE SEMPRE INCERTA
La decisione di concedere l'asilo da parte dell'ex presidente Lula al terrorista il 31 dicembre 2010 fa era stata «un fatto discrezionale» e quindi può essere rivista anche dopo 5 anni perché la concessione dell'asilo e dell'estradizione «è di pertinenza assoluta del presidente». E Michel Temer ha dichiarato che il governo è deciso ad accontentare l'Italia; tanto che il suo ministro della Giustizia, Torquato Jardim, si è esposto parlando di «rottura della fiducia tra Battisti e il Brasile per la tentata fuga in Bolivia». La partita è molto incerta ma tutto è ancora possibile.


NIENTE CARCERE, SOLO OBBLIGO DI DIMORA 

Vergogna Brasile. L'assassino Cesare Battisti è libero. il Tribunale regionale federale della terza Regione, con sede a San Paolo, in Brasile, ha deciso all'unanimità di mantenere solo le misure cautelari alternative alla reclusione. Praticamente niente. Il 7 ottobre, un giudice dello stesso tribunale, aveva concesso la libertà all'ex terrorista, arrestato a Corumbà per traffico illegale di valuta e riciclaggio, a condizione che non lasciasse la zona di residenza senza autorizzazione previa della giustizia e che si presentasse ogni mese davanti ai magistrati. Ora si attende la decisione del Supremo Tribunale Federale brasiliano. L'Alta Corte è chiamata a decidere nei prossimi giorni sulla concessione o meno dell'habeas corpus all'ex terrorista dei Pac, che avrà conseguenze decisive per l'estradizione o meno in Italia. Decisione che potrebbe anche slittare ai prossimi giorni. Lui esaulta: "Rispettata la legge, ne ero sicuro", ha detto non appena i suoi avvocati gli hanno comunicato la notizia. Ora puà tranquillimente irridere i familiari della sue vittime e l'Italia. I giudici carioca gli hanno dato ragione su tutta la linea. Gli agenti penitenziari italiani hanno detto che mi uccideranno", adesso Battisti ha paura.  In attesa della riunione del Supremo Tribunale brasilianche deciderà se concedere o no l'estradizione richiesta dall'Italia, lui passa all'attacco: "L'odio alimentato in tutti questi anni da una parte dei media e dalle forze politiche italiane". "Ho paura della violenza fisica", ha aggiunto il terrorista dei Pac condannato all'ergastolo per quattro omicidi. "Loro hanno già dimostrato in diverse occasioni che sono capaci di tutto, ciò di cui ho paura è un'operazione illegale con mercenari italiani che hanno già cercato di sequestrarmi nel 2015". Incerta  la decisione dell'Alta Corte di Brasilia. Lui ostenta sicurezza: "Sto aspettando la risposta del Supremo Tribunal Federal, credo sarà positiva. Stiamo parlando della legge, e secondo la legge la mia estradizione è impossibile. Un decreto non può essere derogato dopo cinque anni dall'approvazione".

GLI AVVOCATI INSISTONO: "RESTI IN BRASILE"
Il tema è l'"Habeas Corpus". Cioè gli avvocati di Cesare Battisti pretendono che la Corte Suprema restituisca il pieno stato di libertà al loro assistito, che rischierebbe "gravi conseguenze" al suo rientro in Italia. E la situazione è quanto mai incerta. E mancano tre giorni al pronunciamento. Luiz Fux, membro del Supremo Tribunale Federale, gli ha concesso una misura cautelare che blocca la facoltà estradarlo fino al 24 ottobre, data in cui la Suprema Corte brasiliana si riunirà per decidere sull'habeas corpus richiesto dagli avvocati dell'ex terrorista. Il ministro della Giustizia brasiliano Torquato Jardim, aveva accusato Battisti di aver "rotto il rapporto di fiducia" con il Paese sudamericano, dove l'ex membro dei Pac risiede dal 2010 grazie all'asilo politico concesso dall'ex presidente, Luiz Inacio Lula da Silva, avvallato dallo stesso Fux. Battisti, aveva detto Jardim in un'intervista a Bbc Brasil.

COSI' UCCISE LINO SABBADIN
 
Oggi l'ex terrorista Cesare dei Pac dice che non chiede perdono ai familiari delle vittime per cui è stato condannato all'ergastolo "perchè non li ho uccisi io". Ma le carte giudiziarie raccontano una relatà diversa. Il figlio di Lino Sabbadin (un macellaio che aveva la sola colpa di essere genericamente di destra e di avere reagito ad un "esproprio proletario", ferendo a morte un rapinatore) così rievocò l'omicidio di suo padre in un libro del giornalista di Panorama Giovanni Fasanella e della collega Antonella Grippo. Era il 16 febbraio del 1979. "La mia era una famiglia tranquilla - racconta Adriano Sabbadin - Lavoratori seri, persone oneste. Vendevamo carni". Due mesi prima della morte di Lino Sabbadin (il 16 dicembre) la sua macelleria subì una rapina, allora un "esproprio proletario". "Era un sabato sera - ricorda Adriano Sabbadin - la giornata di lavoro era finita e stavamo per chiudere. Quella era un' incombenza che spettava a me e andai nel retro per prendere il grosso catenaccio di ferro con cui bloccavamo la saracinesca. Improvvisamente sentii sparare all' impazzata, mentre qualcuno urlava: 'Questa è una rapina! State fermi, non vi muovete! E' una rapina!". D' istinto mi buttai a terra, impaurito. Poi riconobbi la voce di mio padre, che invitava alla calma: "Per favore, state calmi!", continuava a ripetere ai rapinatori. Ma lo diceva anche a se stesso e soprattutto a mia sorella, che era alla cassa: la vedeva terrorizzata e voleva tranquillizzarla. Adriana prese i soldi dal cassetto per darli ai rapinatori, erano due giovani incappucciati. Ma uno di loro le sparò, senza colpirla; forse credeva che volesse nascondere una parte dell' incasso della giornata e voleva intimidirla. Mio padre nel frattempo, preoccupato che potesse accadere qualcosa di brutto a mia sorella, approfittò di quegli attimi di concitazione e riuscì a venire nel retro, dove prese un'arma, che teneva nascosta lì. L' altro rapinatore gli corse dietro e lo colpì in testa con il calcio della pistola. Papà non svenne e reagì. Lottarono. Partì un colpo. Fu mio padre a rialzarsi mentre il ragazzo rimase a terra, riverso in una pozza di sangue. L' altro rapinatore fu subito immobilizzato dai clienti e rischiò il linciaggio della folla, che quando è stanca di soprusi diventa branco pronto a farsi giustizia da sé. L' ambulanza arrivò quasi subito. Tentarono di rianimare il ragazzo in terra, poi lo portarono in ospedale. Ma non ce la fece, morì nel giro di qualche ora". 
LA VENDETTA DI BATTISTI E DEI COMPLICI
Battisti e suoi compagni decisero di vendicare il loro "caduto". Prima con minacce, lettere minatorie, ordigni. Poi il 16 febbraio 1979 il raid omicida del Pac. "...Nel pomeriggio, chiesi a mio padre di venire giù in negozio perché dei clienti avevano bisogno di alcuni tagli più grossi, e io non ero in grado di darglieli. Erano circa le 16.30. Mio padre, aiutato da mia madre, stava servendo dei clienti, una coppia con una bambina piccola. Io ero al telefono, stavo chiamando una ditta fornitrice perché mi ero accorto che avevamo bisogno di alcuni tagli di carne e volevo che ce li portasse. Proprio in quell'istante notai di nuovo un' auto che passava lentamente davanti al negozio. Era la stessa che avevo visto il giorno precedente. In un attimo sentii dei colpi di pistola rimbombarmi nelle orecchie. Lasciai cadere il telefono e andai di corsa in magazzino, mi sedetti a terra per riprendere fiato e cercare di pensare a cosa fare. Poi scappai di sopra, da mia zia. Lei, dalla terrazza, aveva visto arrivare degli uomini armati e poi aveva sentito i colpi, ma non aveva potuto far nulla perché uno, dalla strada, la teneva sotto tiro con un mitra. Sono momenti infiniti, dilatati dall' angoscia, senti il cuore che ti batte in gola fino a scoppiare. Quando finalmente vedemmo quegli uomini allontanarsi di corsa in macchina, io e mia zia, con la paura negli occhi, scendemmo subito. Uno dei vicini tentò di bloccarmi: "Non andare, papà è morto!". Minuti interminabili:  "Mia madre aveva il grembiule sporco di sangue....Era l "rosso vivo del sangue di mio padre", come ricorda Adriano Sabbadin  mio padre, era in una pozza di sangue. Lo toccai, era bianco, cianotico. (...) Lo portarono via subito. I carabinieri ci fecero andare in caserma per interrogarci, me e mia madre. Ma io non capivo nemmeno quello che mi stavano dicendo (...) L' omicidio fu rivendicato il giorno dopo dai Pac. (...) I carabinieri ci spiegarono che si trattava di una banda che faceva rapine per autofinanziarsi. Nel nostro caso, però, avevano voluto punire mio padre che, due mesi prima, du rante il tentativo di rapina in macelleria, aveva ucciso quel ragazzo. Secondo i Pac, ci spiegarono i carabinieri, mio padre non avrebbe dovuto reagire a un' azione di «esproprio proletario (...)". Tre nel commando: Paola Filippi, Diego Giacomini, terrorista veneziano ma il capo del commando di "giustizieri proletari" era Battisti. "Giacomini fu il primo a sparare a mio padre - racconta ancora Adiano - Battisti lo colpì di nuovo quando era già a terra; fecero allontanare i clienti e poi spararono ancora. Crivellarono mio padre senza alcuna pietà".


    "IL BRASILE E' UNO STATO SERIO"
    Tira un sospiro di solleivo, Battisti, nel suo rifugiO di San Paolo. Ha ancora molti amici e sostenitori in Brasile, anche ad altissimo livello. Il giudice Luis Fux, membro del Supremo Tribunale Fedeeale, gli ha concesso una misura cautelare che blocca di fatto ogni possibilità di estradarlo fino al 24 ottobre, data in cui la Suprema Corte brasiliana si riunirà per decidere se confermare o no lo status di rifugiato richiesto dagli avvocati dell'ex terrorista. La decisione arriva nel giorno in cui il ministro della Giustizia brasiliano Torquato Jardim, aveva accusato Battisti di aver "rotto il rapporto di fiducia" con il Paese sudamericano, dove l'ex membro dei Pac risiede dal 2010 grazie all'asilo politico concesso dall'ex presidente operaio, Luiz Inacio Lula da Silva. Un decreto, quello firmato da Lula, che venne approvato nel 2011 dalla Tribunale Supremo del quale anche allora faceva parte Lux, che si schierò a favore. Il presidente Michel Temer sembrava sul punto d autorizzare l'estradizione dell'ex terrorista. Ma ora si torna alla prima casella di questo squallido gioco dell'oca, sulla pelle delle famiglie delle vittime.Dalla sua casa-rifugio di Cananeia intanto, Battisti è tornato a provocare l'Italia ("un Paese arrogante") e a ostentare sicurezza, come se non temesse l'espulsione. Ma in realtà è ben consapevole di essere nelle mani del capo di Stato brasiliano, a cui infatti si è rivolto chiedendo "un grande atto di giustizia e umanità". "Vorrei che il presidente Temer prendesse coscienza profonda della situazione - è l'appello dell'ex terrorista - anche perché ha tutti gli strumenti giuridici e politici per fare un atto di umanità e lasciarmi qui". Affermazioni che non stupiscono Alberto Torregiani, figlio dell'oreficoìe ucciso da Battisti nel corso di una rapina, e rimasto da allora paralizzato, ferito alla schiena da un proiettile: "E' normale che parli così, lo ha sempre fatto, è coerente. Se avesse un po' di umiltà e chiedesse perdono, sarebbe sì una svolta", ha commentato il figlio di Pierluigi, una delle vittime, per il quale finché Battisti non sarà in Italia "non è il caso di gioire". "Cesare Battisti chiede al Brasile umanità. Umanità per le vittime di questo killer diciamo noi. Ridatecelo, lo aspetta il carcere", ha twittato il leader del Pd Matteo Renzi.
    "NON CHIEDO SCUSA, NON HO UCCISO IO" 


    "Chiedere scusa alle famiglie delle vittime? no. Perchè io non ho ucciso nessuno, lo Stato italiano è arrogante e prepotente, vuole fare con me una prova di orgoglio e di forza, ma io testo qui, non possono farmi niente". E ieri: "Estradato in Italia? Vado incontro alla morte, non possono farmi niente, sono un rifugiato, se mai lo faranno è un abuso legale"". Così Cesare Battisti a un giornalista brasiliano, appreso che il presidente Temer è pronto a revocargli lo stato di rifugiato. Ottimista anche il governo italiano, convinto che questa volta l'ex guerrigliero dei Pac sia pronto per rientrare nelle patrie galere per scontare l'ergastolo. "Assolutamente sì", dice il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha risposto, a margine della riunione in Lussemburgo, alla domanda se siano stati fatti tutti i passi necessari per l' estradizione. "Questo non è il momento di commentare - ha aggiunto - ma di lavorare con grande determinazione". "Adesso dobbiamo solo esprimere rispetto per le decisioni del presidente brasiliano e per le sue valutazioni che attendiamo con grande fiducia", ha detto il ministro degli Esteri Angelino Alfano. "Noi abbiamo fatto un grande lavoro - ha aggiunto - meno proclami si fanno in questo momento più probabilità ci sono di arrivare all'obiettivo".  Il presidente brasiliano Michel Temer avrebbe deciso - secondo quanto riportano i media locali - di revocare l'asilo politico all'ex terrorista dei Pac (Proletari armati comunisti) condannato, in Italia, all'ergastolo per quattro omicidi. Ora l'ultima parola spetta però al Supremo tribunale federale (Stf), chiamato a decidere se accettare o meno il riconoscimento dell'habeas corpus (l'istituto giuridico a tutela delle libertà individuali) invocato dai legali dell'ex terrorista nel settembre scorso, quando l'Italia era tornata a sollecitare l'estradizione. 
    STORIA DI UN'ESTRADIZIONE MANCATA

    Finisce nel nulla il tentativo di fuga dal Brasile per sfuggire alla possibile procedura di rientro in Italia. Che lo stesso ex terrorista ha tentato però di smentire: "Non stavo fuggendo, in Brasile sono protetto", aveva detto in un'intervista ad una tv brasiliana, ribadendo che "sarebbe illegale rimandarlo in Italia". La vicenda ha avuto degli sviluppi inattesi mercoledì della scorsa settimana in seguito all'arresto di Battisti al confine boliviano per sospetto traffico di valuta e riciclaggio. Anche se un giudice d'appello gli ha concesso la liberta' provvisoria, per mancanza di prove, nel governo brasiliano si e' fatta strada l'idea che un crimine di natura fiscale potesse rafforzare le motivazioni giuridiche per la sua estradizione in Italia. E molti avevano scommesso sulla decisione di Temer di annullare l'asilo politico concesso all'ex membro dei Proletari armati per il comunismo nel 2010 dall'ex presidente Lula. 
    Battisti è di nuovo casa sul lungomare di San Paolo dopo tre giorni di carcere nel Mato Grosso e forse sta già pianificando una nuova fuga verso un Paese più sicuro. Nessuno, infatti, lo sorveglia.
    "SONO UN RIFUGIATO" 

    Il giudice brasiliano, con fama di ultragarantista, aveva sì convalidato il fermo di Battisti ma aveva liberato il pluri-assassino dopo il fermo della polizia che lo accusa anche di traffico di valuta. L'ex terrorista (ma non ex assassino perché costoro non sono mai ex, ne ha commessi quattro) Cesare Battisti, 63 anni, arrestato nella città di Corumbà, alla frontiera tra Brasile e Bolivia aveva fatto segnare un punto a suo favore, fermo restando che nessuno al mondo ha creduto che tentasse di espatriare in Bolivia per una battuta di pesca. Diciamo che qualcuno, all'interno del sistema di potere carioca, gli aveva detto che era meglio per lui sparire per un po', in attresa di nuovi equilibri politici in Italia in vista delle elezioni del 2018, visto che il ministro degli Esteri Alfano, in sintonia con il premier, aveva da qualche tempo avviati contatti segreti con il nuovo governo brasiliano - appunto - per estradare Battisti in Italia. E lui ha fatto quello che, per istinto, ben si comprende: fuggire in un luogo più sicuro. Lui ostenta sicurezza: "Ho lo status di rifugiato, non mi possono fare niente", ha detto in una intervista al Globo, giornale brasiliano. Sulla testa dell'ex fondatore e guerrigliero del Pac (Proletari Armati per il Comunismo), pendono quattro omicidi per cui è stato condannato all'ergastolo. Probabilmente aveva intuito che, con il cambio degli assetti politici in Brasile, per lui era iniziato il conto alla rovescia per l'estradizione in Italia, per scontare sino in fondo la sua pena. Da qui la decisione di fuggire, nonostante avesse ricevuto dall'ex presidente Lula lo status di rifugiato politico, poiché avrebbe rischiato di essere vittima di un atteggiamento discriminatorio, un salvacondotto che gli ha permesso di continuare la bella vita da "intellettuale maledetto". Battisti a Torino, in quegli anni, era molto conosciuto negli ambienti politici che fiancheggiavano il terrorismo, già allora complici di un certo tipo di violenza ammantata di pseudo giustizia politica. Semmai ce ne fosse ancora bisogno, la fuga dell'assassino dell'orefice Torregiani, dei poliziotti Santoro e Campagna, è la prova che, all'interno del "palazzo" brasiliano, può contare ancora su molti simpatizzanti. Battisti, nella sua lunga latitanza, anche in Francia, si era ritagliato un ruolo come scrittore di thriller in cui descriveva la morte violenta dei suoi personaggi sovrapponendola cinicamente alla realtà di cui era stato un sanguinoso e spietato protagonista. Ora la speranza è che il governo italiano riesca ad accelerare l'iter dell'estradizione. Battisti deve tornare, subito, in carcere. Ma c'è qualcuno che, in qualche modo, non solo lo difende ma propone, invece di arrestarlo, di "organizzare un dibattito su quel periodo storico", a cui però non potranno partecipare le persone uccise da Battisti. Ma è un dettaglio, per loro, insignificante. Il documento degli autonomi dei centri sociali è lungo e complicato, ma vale la pena di leggerlo tutto. La data non è attuale, è di un paio d'anni fa, quando Battisti fu arrestato in Brasile e viene riproposto oggi con lo stesso scopo: proteggerlo dalla galera.
    "FACCIAMO UN DIBATTITO" 


    Questa nuova versione sul caso Battisti, già lette da centinaia di migliaia di utenti e tradotte in molte lingue, cadono in un momento di isteria collettiva mai visto in Italia dai tempi di Piazza Fontana e della colpevolizzazione di Pietro Valpreda. Battisti si trova da quasi due anni, mentre scriviamo, in un carcere brasiliano. Ha ottenuto asilo politico in Brasile, concesso dal ministro della giustizia Tarso Genro e ripetutamente avvallato dal presidente Lula. La stampa italiana, a fronte di un'opinione pubblica sostanzialmente indifferente, si è scatenata con toni da linciaggio. Battisti è tornato a essere il mostro, l'assassino per vocazione, il serial killer. Il Brasile è stato dipinto (per esempio da Francesco Merlo, su La Repubblica del 15 gennaio) come una democrazia da operetta, abitato da una popolazione quasi scimmiesca. Persino il presidente Napolitano, che non brilla per attivismo, si è mobilitato a sostegno della richiesta di estradizione del criminale del secolo. Seguito ovviamente dal PD di Walter Veltroni, in perfetta armonia con le componenti più reazionarie del governo e delle presunte "opposizioni". 

    Va notato che tanto furore non era mai stato esercitato nei confronti, per esempio, di Delfo Zorzi, quando era sospettato di essere coautore della strage di Piazza Fontana e riparato in Giappone. Per non dire dei membri delle Forze dell'ordine uccisori, dagli anni Settanta a Genova 2001, di oltre un centinaio di militanti di sinistra, tutti quanti assolti da giudici compiacenti e da politici complici. O degli autori del massacro del Circeo, uno dei quali poté espatriare con il passaporto italiano in tasca. 
    Urgeva aggiornare le nostre FAQ, anche alla luce di un'indiretta replica del sostituto procuratore di Milano Armando Spataro, apparsa su Il Corriere della Sera del 23 gennaio 2009, nella rubrica delle lettere. Nonché di un articolo in cui era intervistato il pentito Pietro Mutti, massimo accusatore di Battisti ("specialista in giochi di prestigio" nell'attribuire ad altri le proprie responsabilità, lo definisce una sentenza citata più sotto; ma ne vedrete delle belle), pubblicato da Panorama del 25 gennaio 2009.
    Confidiamo che una lettura pacata di quanto segue faccia sorgere, in chi è in buona fede, molti dubbi sull'effettiva colpevolezza di Battisti.
    Comunque, a noi non preme dimostrare che Battisti sia innocente. Ci interessa, piuttosto, denunciare le distorsioni che la cosiddetta "emergenza" provocò, negli anni Settanta, nelle procedure processuali italiane, fondate, come ai tempi dell'Inquisizione, su "pentimenti" veri o fasulli (1).


    Perché Cesare Battisti fu arrestato, nel 1979?

    Fu arrestato nell'ambito delle retate che colpirono il Collettivo Autonomo della Barona (un quartiere di Milano), dopo che, il 16 febbraio 1979, venne ucciso il gioielliere Luigi Pietro Torregiani.

    Perché il gioielliere Torregiani fu assassinato?

    Perché, il 22 gennaio 1979, assieme a un conoscente anche lui armato, aveva ucciso Orazio Daidone: uno dei due rapinatori che avevano preso d'assalto il ristorante Il Transatlantico in cui cenava in folta compagnia. Un cliente, Vincenzo Consoli, morì nella sparatoria, un altro rimase ferito. Chi uccise Torregiani intendeva colpire quanti, in quel periodo, tendevano a "farsi giustizia da soli".

    Cesare Battisti partecipò all'assalto al Transatlantico?

    No. Nessuno ha mai asserito questo. Si trattò di un episodio di delinquenza comune.

    Cesare Battisti partecipò all'uccisione di Torregiani?

    No. Anche questa circostanza – affermata in un primo tempo – venne poi totalmente esclusa. Altrimenti sarebbe stato impossibile coinvolgerlo, come poi avvenne, nell'uccisione del macellaio Lino Sabbadin, avvenuta in provincia di Udine lo stesso 16 febbraio 1979, quasi alla stessa ora.

    Eppure è stato fatto capire che Cesare Battisti abbia ferito uno dei figli adottivi di Torregiani, Alberto, rimasto poi paraplegico.

    E' assodato che Alberto Torregiani fu ferito per errore dal padre, nello scontro a fuoco con gli attentatori.

    I media insistono nell'indicare Cesare Battisti come l'uccisore di Torregiani, spesso addirittura dicono che è stato lui a ferire Alberto e a ridurlo in sedia a rotelle. Alberto non rettifica mai, nemmeno per amore di precisione. Non rettifica mai nemmeno Spataro. Perché?

    Ciò è inspiegabile. Gli assassini reali (Sebastiano Masala, Sante Fatone, Gabriele Grimaldi e Giuseppe Memeo) furono catturati poco tempo dopo l'agguato, e hanno scontato condanne più o meno lunghe.

    Il procuratore Armando Spataro, ne Il Corriere della Sera del 23 gennaio 2008, dice che Battisti "giustiziò" Luigi Pietro Torregiani, reo di avere reagito con le armi a una rapina che aveva subito.

    Anche questo è inspiegabile. La dinamica dei fatti è molto diversa, Spataro stesso la spiegò altre volte: Torregiani e un collega fecero fuoco, con revolver di grosso calibro, su chi stava rapinando la cassa del ristorante Transatlantico in cui cenavano con amici.

    Perché dunque Cesare Battisti viene collegato all'omicidio Torregiani?

    Anzitutto perché, per sua stessa ammissione, faceva parte del gruppo che rivendicò l'attentato, i Proletari Armati per il Comunismo. Lo stesso gruppo che rivendicò l'attentato Sabbadin.

    Cos'erano i Proletari Armati per il Comunismo (PAC)?

    Uno dei molti gruppi armati scaturiti, verso la fine degli anni '70, dal movimento detto dell'Autonomia Operaia, e dediti a quella che chiamavano "illegalità diffusa": dagli "espropri" (banche, supermercati) alle rappresaglie contro le aziende che organizzavano lavoro nero, fino, più raramente, a ferimenti e omicidi.

    I PAC somigliavano alle Brigate Rosse?

    No. Come tutti i gruppi autonomi non puntavano né alla costruzione di un nuovo partito comunista, né a un rovesciamento immediato del potere. Cercavano piuttosto di assumere il controllo del territorio, spostandovi i rapporti di forza a favore delle classi subalterne, e in particolare delle loro componenti giovanili. Questo progetto, comunque lo si giudichi (certamente non ha funzionato), non collimava con quello delle BR.

    Il procuratore Spataro ha detto che gli aderenti ai PAC non superavano la trentina.

    Gli indagati per appartenenza ai PAC furono almeno 60. La componente maggiore era rappresentata da giovani operai. Seguivano disoccupati e insegnanti. Gli studenti erano tre soltanto. La sigla PAC fu comunque usata da altri raggruppamenti.

    Trenta o sessanta fa poca differenza.

    Ne fa, invece. Cambiano le probabilità di partecipazione alle scelte generali dell'organizzazione, e anche alle azioni da questa progettate. Teniamo presente che, se le rapine attribuite ai PAC sono decine, gli omicidi sono quattro. La partecipazione diretta a uno di questi diviene molto meno probabile, se si raddoppia il numero degli effettivi.

    Cesare Battisti era il capo dei PAC, o uno dei capi?

    No. Questa è una pura invenzione giornalistica. Né gli atti del processo, né altri elementi inducono a considerarlo uno dei capi. Del resto, non aveva un passato tale – come ex ladruncolo e teppista di periferia, privo di formazione ideologica - da permettergli di ricoprire un ruolo del genere. Era un militante tra i tanti.

    In sede processuale Battisti fu però giudicato tra gli "organizzatori" dell'omicidio Torregiani.

    In via deduttiva. Secondo il dissociato Arrigo Cavallina, avrebbe partecipato a riunioni in cui si era discusso del possibile attentato, senza esprimere parere contrario. Solo con l'entrata in scena del pentito Mutti – dopo che Battisti, condannato a dodici anni e mezzo, era evaso dal carcere e fuggito in Messico – l'accusa si precisò, ma ancora una volta per via deduttiva. Poiché Battisti era accusato da Mutti di avere svolto ruoli di copertura nell'omicidio Sabbadin, e poiché gli attentati Torregiani e Sabbadin erano chiaramente ispirati a una stessa strategia (colpire i negozianti che uccidevano i rapinatori), ecco che Battisti doveva essere per forza di cose tra gli "organizzatori" dell'agguato a Torregiani, pur senza avervi partecipato di persona.

    Eppure, di tutti i crimini attribuiti a Battisti, quello cui si dà più rilievo è proprio il caso Torregiani.

    Forse si prestava più degli altri a un uso "spettacolare" (si veda l'impiego ricorrente nei media di Alberto Torregiani, non sempre pronto, per motivi anche comprensibili, a rivelare chi lo ferì). O forse – visto chi ci governa e le proposte formulate qualche anno fa dal ministro Castelli, in tema di autodifesa da parte dei negozianti – era l'episodio meglio capace di fare vibrare certe corde nell'elettorato di riferimento.

    Comunque, chi difende Battisti ha spesso giocato la carta della "simultaneità" tra il delitto Torregiani e quello Sabbadin, mentre Battisti è stato accusato di avere "organizzato" il primo ed "eseguito" il secondo.

    Ciò si deve all'ambiguità stessa della prima richiesta di estradizione di Battisti (1991), alle informazioni contraddittorie fornite dai giornali (numero e qualità dei delitti variano da testata a testata), al silenzio di chi sapeva. Non dimentichiamo che Armando Spataro ha fornito dettagli sul caso – per meglio dire, un certo numero di dettagli – solo dopo che la campagna a favore di Cesare Battisti ha iniziato a contestare il modo in cui furono condotti istruttoria e processo. Non dimentichiamo nemmeno che il governo italiano ha ritenuto di sottoporre ai magistrati francesi, alla vigilia della seduta che doveva decidere della nuova domanda di estradizione di Cesare Battisti, 800 pagine di documenti. E' facile arguire che giudicava lacunosa la documentazione prodotta fino a quel momento. A maggior ragione, essa presentava lacune per chi intendeva impedire che Battisti fosse estradato.

    La simultaneità fra il delitto Sabbadin e quello Torregiani dimostra un'unica ideazione.

    Ma andrebbe provato che Battisti partecipò effettivamente all'uccisione di Sabbadin. Inizialmente, il pentito Mutti incolpò Battisti di avere sparato al macellaio. Purtroppo per lui, il militante dei PAC Diego Giacomin si dissociò e rivelò di essere stato lui stesso a uccidere il negoziante. Non fece altri nomi. Una complice, non menzionata da Mutti, fu condannata all'ergastolo. Vive oggi in Francia

    Comunque, quello a Cesare Battisti e agli altri accusati del delitto Torregiani fu un processo regolare.

    No, non lo fu, e dimostrarlo è piuttosto semplice.

    Perché il processo Torregiani, poi allargato all'intera vicenda dei PAC, non fu regolare?

    Precisiamo: non fu regolare se non nel quadro delle distorsioni della legalità introdotte dalla cosiddetta "emergenza". Sotto il profilo del diritto generale, il processo fu viziato da almeno tre elementi: il ricorso alla tortura per estorcere confessioni in fase istruttoria (2), l'uso di testimoni minorenni o con turbe mentali, la moltiplicazione dei capi d'accusa in base alle dichiarazioni di un pentito di incerta attendibilità. Più altri elementi minori.

    I magistrati torturarono gli arrestati?

    No. Fu la polizia a torturarli. Vi furono ben tredici denunce: otto provenienti da imputati, cinque da loro parenti. Non un fatto inedito, ma certo fino a quel momento insolito, in un'istruttoria di quel tipo. I magistrati si limitarono a ricevere le denunce, per poi archiviarle.

    Forse le archiviarono perché non si era trattato di vere torture, ma di semplici pressioni un po' forti sugli imputati.

    Uno dei casi denunciati più di frequente fu quello dell'obbligo di ingurgitare acqua versata nella gola dell'interrogato, a tutta pressione, tramite un tubo, mentre un agente lo colpiva a ginocchiate nello stomaco. Tutti denunciarono poi di essere stati fatti spogliare, avvolti in coperte perché non rimanessero segni e poi percossi a pugni o con bastoni. Talora legati a un tavolo o a una panca.

    Se i magistrati non diedero seguito alle denunce, forse fu perché non c'erano prove che tutto ciò fosse realmente accaduto.

    Infatti il sostituto procuratore Alfonso Marra, incaricato di riferire al giudice istruttore Maurizio Grigo, dopo avere derubricato i reati commessi dagli agenti della Digos da "lesioni" a "percosse" per assenza di segni permanenti sul corpo (in Italia non esisteva il reato di tortura, e non esiste nemmeno ora), concludeva che la stessa imputazione di percosse non poteva avere seguito, visto che gli agenti, unici testimoni, non confermavano. Dal canto proprio il PM Corrado Carnevali, titolare del processo Torregiani, insinuò che le denunce di torture fossero un sistema adottato dagli accusati per delegittimare l'intera inchiesta.

    Nulla ci dice che il PM Carnevali avesse torto.

    Almeno un episodio non collima con la sua tesi. Il 25 febbraio 1979 l'imputato Sisinio Bitti denunciò al sostituto procuratore Armando Spataro le torture subite e ritrattò le confessioni rese durante l'interrogatorio. Tra l'altro, raccontò che un poliziotto, nel percuoterlo con un bastone, lo aveva incitato a denunciare un certo Angelo; al che lui aveva denunciato l'unico Angelo che conosceva, tale Angelo Franco. La ritrattazione di Bitti non fu creduta, e Angelo Franco, un operaio, fu arrestato quale partecipante all'attentato Torregiani. Solo che pochi giorni dopo lo si dovette rilasciare: non poteva in alcun modo avere preso parte all'agguato. Dunque la ritrattazione di Bitti era sincera, e dunque, con ogni probabilità, anche le violenze con cui la falsa confessione gli era stata estorta. Sisinio Bitti riportò lesioni permanenti ai timpani. Se le era procurate da solo?

    Ammesso il ricorso alle sevizie in fase istruttoria, ciò non assolve Cesare Battisti.

    No, però dà l'idea del tipo di processo in cui fu implicato. Definirlo "regolare" è a dir poco discutibile. Tra i testi a carico di alcuni imputati figurarono anche una ragazzina di quindici anni, Rita Vitrani, indotta a deporre contro lo zio; finché le contraddizioni e le ingenuità in cui incorse non fecero capire che era psicolabile ("ai limiti dell'imbecillità", dichiararono i periti) (3). Figurò anche un altro teste, Walter Andreatta, che presto cadde in stato confusionale e fu definito "squilibrato" e vittima di crisi depressive gravi dagli stessi periti del tribunale.

    Pur ammettendo il quadro precario dell'inchiesta, c'è da considerare che Cesare Battisti rinunciò a difendersi. Quasi un'ammissione di colpevolezza, anche se, prima di tacere, si proclamò innocente.

    Può sembrare così oggi, ma non allora. Anzi, è vero il contrario. A quel tempo, i militanti dei gruppi armati catturati si proclamavano prigionieri politici, e rinunciavano alla difesa perché non riconoscevano la "giustizia borghese". Battisti vi rinunciò perché disse di dubitare dell'equità del processo.

    Tralasciate violenze e testimonianze poco attendibili in fase istruttoria, il processo fu però condotto a conclusione con equità.

    Non proprio. Accusati minori furono colpiti con pene spropositate. Il già citato Bitti, riconosciuto innocente di ogni delitto, fu ugualmente condannato a tre anni e mezzo di prigione per essere stato udito approvare, in luogo pubblico, l'attentato a Torregiani. Era scattato il cosiddetto "concorso morale" in omicidio, direttamente ispirato alle procedure dell'Inquisizione. Il già citato Angelo Franco, pochi giorni dopo il rilascio, fu arrestato nuovamente, questa volta per associazione sovversiva, e condannato a cinque anni. Ciò in assenza di altri reati, solo perché era un frequentatore del collettivo autonomo della Barona.

    Secondo Luciano Violante, una certa "durezza" era indispensabile a spegnere il terrorismo. E Armando Spataro sostiene che, a questo fine, l'aggravante delle "finalità terroristiche", che raddoppiava le pene, si rivelò un'arma decisiva.

    Spezzò anche le vite di molti giovani, arrestati con imputazioni destinate ad aggravarsi in maniera esponenziale nel corso della detenzione, pur in assenza di fatti di sangue.

    Ciò non vale per Cesare Battisti, condannato all'ergastolo per avere partecipato a due omicidi ed eseguito altri due.

    Di Torregiani e Sabbadin si è detto. Veniamo a Santoro e Campagna. Mutti accusa Battisti di essere l'omicida di Santoro, ma poi le prove lo costringono ad ammettere di essere stato lui, l'assassino. L'uccisione dell'agente Campagna avviene dopo che i PAC sono stati sciolti, e un gruppetto di quartiere ne perpetua le gesta. L'assassino si chiama Giuseppe Memeo, reo confesso. Ha sparato con la stessa pistola che aveva ucciso Torregiani. Mutti ne parla per sentito dire. Memeo aveva un complice biondo, altro 1,90. Battisti? Ne parleremo tra poco.
    Al termine del processo di primo grado Battisti, arrestato in origine per imputazioni minori (possesso di armi, che peraltro risultarono non avere mai sparato), si trovò condannato a dodici anni e mezzo di prigione. Le condanne all'ergastolo giunsero cinque anni dopo la sua evasione dal carcere. Ma qui è tempo di parlare dei "pentiti" e, soprattutto, del principale pentito che lo accusò. Per poi entrare nel merito degli altri tre delitti.

    Vediamo di capire che cos'è un "pentito".

    Se ci riferiamo ai gruppi di estrema sinistra, vengono così chiamati quei detenuti per reati connessi ad associazioni armate che, in cambio di consistenti sconti di pena, rinnegano la loro esperienza e accettano di denunciare i compagni, contribuendo al loro arresto e allo smantellamento dell'organizzazione. Di fatto una figura del genere esisteva già alla fine degli anni '70, ma entra stabilmente nell'ordinamento giuridico prima con la "legge Cossiga" 6.2.1980 n. 15, poi con la "legge sui pentiti" 29.5.1982 n. 304. Manifesta i pericoli insiti nel suo meccanismo sia prima che dopo questa data.

    Quali sarebbero i "pericoli"?

    La logica della norma faceva sì che il "pentito" potesse contare su riduzioni di pena tanto più elevate quante più persone denunciava; per cui, esaurita la riserva delle informazioni in suo possesso, era spinto ad attingere alle presunzioni e alle voci raccolte qui e là. Per di più, la retroattività della legge incitava a delazioni indiscriminate anche a distanza di molti anni dai fatti, quando ormai erano impossibili riscontri materiali.

    Esistono esempi di questi effetti perversi?

    Il caso più clamoroso fu quello di Carlo Fioroni, che, minacciato di ergastolo per il sequestro a fini di riscatto di un amico, deceduto nel corso del rapimento, accusò di complicità Toni Negri, Oreste Scalzone e altre personalità dell'organizzazione Potere Operaio, sgravandosi della condanna. Ma anche altri pentiti, quali Marco Barbone (oggi collaboratore di quotidiani di destra), Antonio Savasta, Pietro Mutti, Michele Viscardi ecc. seguitarono per anni a spremere la memoria e a distillare nomi. Ogni denuncia era seguita da arresti, tanto che la detenzione diventò arma di pressione per ottenere ulteriori pentimenti. Purtroppo ciò destò scandalo solo in un secondo tempo, quando la logica del pentitismo, applicata al campo della criminalità comune, provocò il caso Tortora e altri meno noti.

    Pietro Mutti fu l'accusatore principale di Cesare Battisti. Chi era?

    Fu, per sua stessa confessione, il fondatore dei PAC. Figurò tra gli imputati del processo Torregiani, sebbene latitante, e l'accusa chiese per lui otto anni di prigione. Fu catturato nel 1982 (dopo che Battisti era già evaso), a seguito della fuga dal carcere di Rovigo, il 4 gennaio di quell'anno, di alcuni militanti di Prima Linea. Mutti fu tra gli organizzatori dell'evasione. Era stato compagno di cella di Battisti, quando questi era in carcere per reati comuni, e autore della sua politicizzazione (un ruolo curiosamente poi rivendicato dal dissociato Arrigo Cavallina).

    Di quali delitti Mutti, una volta pentito, accusò Battisti?

    Tralasciando reati minori, per tre omicidi. Battisti (con una complice e con lo stesso Mutti, che sulle prime cercò di negare la sua presenza) avrebbe direttamente assassinato, il 6 giugno 1978, il maresciallo degli agenti di custodia del carcere di Udine Antonio Santoro, che i PAC accusavano di maltrattamenti ai detenuti. Avrebbe direttamente assassinato a Milano, il 19 aprile 1979, l'agente della Digos Andrea Campagna, che aveva partecipato ai primi arresti legati al caso Torregiani. Tra i due delitti avrebbe preso parte, senza sparare direttamente ma comunque con ruoli di copertura, al già citato omicidio del macellaio Lino Sabbadin di Santa Maria di Sala. Di tutto ciò si è già discusso.

    L'omicidio Sabbadin è tra quelli di cui più si è parlato. In un'intervista al gruppo di estrema destra francese Bloc Identitaire, il figlio di Lino Sabbadin, Adriano, ha dichiarato che gli assassini del padre sarebbero stati i complici del rapinatore da questi ucciso.

    O la sua risposta è stata male interpretata, o ha dichiarato cosa che non risulta da alcun atto. Meglio tralasciare le dichiarazioni dei congiunti delle vittime, la cui funzione, nel corso degli ultimi quattro anni, è stata essenzialmente spettacolare.

    Cesare Battisti è colpevole o innocente dei tre omicidi di cui lo accusò Mutti?

    Lui si dice innocente, anche se si fa carico della scelta sbagliata in direzione della violenza che, in quegli anni, coinvolse lui e tanti altri giovani. Qui però non è questione di stabilire l'innocenza o meno di Battisti. E' invece questione di vedere se la sua colpevolezza fu mai veramente provata, nonché di verificare, a tal fine, se l'iter processuale che condusse alla sua condanna possa essere giudicato corretto. In caso contrario, non si spiegherebbe l'accanimento con cui il governo italiano, con il sostegno anche di nomi illustri dell'opposizione, ha cercato di farsi riconsegnare Battisti prima dalla Francia e oggi dal Brasile.

    A parte le denunce di Mutti, emersero altre prove a carico di Battisti, per i delitti Santoro, Sabbadin (sia pure in ruolo di copertura) e Campagna?

    No. Quando oggi i magistrati parlano di "prove", si riferiscono all'incrocio da loro effettuato tra le dichiarazioni di vari pentiti (Mutti e altri minori) e gli indizi indirettamente forniti dai "dissociati", tipo Cavallina.

    Armando Spataro continua ad asserire che prove e riscontri vi sarebbero.

    Continua a dirlo, ma non specifica mai quali.

    Cosa si intende per "dissociato"?

    Chi prenda le distanze dall'organizzazione armata cui apparteneva e confessi reati e circostanze che lo riguardino, senza però accusare altri. Ciò comporta uno sconto di pena, anche se ovviamente inferiore a quello di un pentito.

    In che senso un dissociato può fornire indirettamente indizi?

    Per esempio se afferma di non avere partecipato a una riunione perché contrario a una certa azione che lì veniva progettata, pur senza dire chi c'era. Se nel frattempo un pentito ha detto che X partecipò a quella riunione, ecco che X figura automaticamente tra gli organizzatori.

    Cosa c'è che non va, in questa logica?

    C'è che sia la denuncia diretta del pentito, che l'indizio fornito dal dissociato, provengono da soggetti allettati dalla promessa di un alleggerimento della propria detenzione. La loro lettura congiunta, se mancano i riscontri, è effettuata dal magistrato che la sceglie tra varie possibili. Inoltre è comunque il pentito, cioè colui che ha incentivi maggiori, a essere determinante. Tutto ciò in altri paesi (non totalitari) sarebbe ammesso in fase istruttoria, e in fase dibattimentale per il confronto con l'accusato. Non sarebbe mai accettato con valore probatorio in fase di giudizio. In Italia sì.

    Nel caso di Battisti mancano altri riscontri?

    Vi sono solo dei riconoscimenti di testi che lo stesso magistrato Armando Spataro ha definito poco significativi.

    Eppure dice che "le confessioni di Mutti (…) sono state convalidate da molte testimonianze e dalle successive dichiarazioni di altri ex terroristi" (Il Corriere della Sera, 23 gennaio 2009).

    Si tratta sempre di Mutti e di Cavallina. Quanto ai testi, basti dire che l'autore del delitto Santoro aveva la barba (e qui ci siamo, Mutti parla di una barba finta), era biondo (Battisti avrebbe potuto tingersi i capelli) ed era alto 1,90 (qui non ci siamo più: Battisti supera di poco l'1,60).

    Ma il pentito Pietro Mutti non può essere ritenuto credibile? Vi sono motivi per asserire che sia mai caduto nel meccanismo "Quanto più confesso, tanto meno resto in prigione"?

    Emerge dal dibattimento che condusse a una sentenza di Cassazione del 1993. Citiamo testualmente:
    "Questo pentito è uno specialista nei giochi di prestigio tra i suoi diversi complici, come quando introduce Battisti nella rapina di viale Fulvio Testi per salvare Falcone (…) o ancora Lavazza o Bergamin in luogo di Marco Masala in due rapine veronesi". 
    Più sotto:
    "Del resto, Pietro Mutti utilizza l'arma della menzogna anche a proprio favore, come quando nega di avere partecipato, con l'impiego di armi da fuoco, al ferimento di Rossanigo o all'omicidio Santoro; per il quale era d'altra parte stato denunciato dalla DIGOS di Milano e dai CC di Udine. Ecco perché le sue confessioni non possono essere considerate spontanee".
    Teniamo inoltre conto che Mutti, colpevole di omicidi e rapine, ha scontato solo otto anni di prigione. Un privilegio condiviso con l'uccisore di Walter Tobagi (anche quel caso, su cui permangono molti dubbi, fu istruito da Armando Spataro), con il pluri-omicida Michele Viscardi e con molti altri pentiti.

    Ci sono altri motivi per dubitare della sincerità di Mutti?

    Sì. Le denunce di Pietro Mutti non riguardarono solo Battisti e i PAC, ma furono a 360 gradi, e si indirizzarono nelle direzioni più svariate. La più clamorosa riguardò l'OLP di Yasser Arafat, che avrebbe rifornito di armi le Brigate Rosse. In particolare, elencò Mutti, "tre fucili AK47, 20 granate a mano, due mitragliatrici FAL, tre revolver, una carabina per cecchini, 30 chilogrammi di esplosivo e 10.000 detonatori" (mica tanto, a ben vedere, a parte il numero incongruo dei detonatori; mancava solo che Arafat consegnasse una pistola ad aria compressa). Il procuratore Carlo Mastelloni poté, sulla base di questa preziosa rivelazione, aggiungere un fascicolo alla sua "inchiesta veneta" sui rapporti tra terroristi italiani e palestinesi, e chiamò persino in giudizio Yasser Arafat. Poi dovette archiviare il tutto, perché Arafat non venne e il resto si sgonfiò.

    Ciò ha a che vedere con le armi, provenienti dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, mercanteggiate nel 1979 da tale Maurizio Follini, che Armando Spataro dice essere stato militante dei PAC?

    Questo Follini era mercante d'armi e, secondo alcuni, spia sovietica. Fu tirato in ballo da Mutti, ma in relazione ad altri gruppi. Meglio stendere un velo pietoso. Dopo avere notato, però, quanto le rivelazioni di Mutti tendessero al delirio.

    Mutti non sarà attendibile per altre inchieste, ma nulla ci garantisce che, almeno sui PAC, non dicesse la verità.

    Nulla ce lo dice, infatti, se non un dettaglio. Nel 1993, la Cassazione ha mandato assolta una coimputata di Battisti (nel delitto Santoro), anche lei denunciata da Mutti. Parlo del 1993. Per dieci anni la magistratura aveva creduto, a suo riguardo, alle accuse del pentito. Ciò dovrebbe commentarsi da solo.

    Anche ammesso che il processo che ha portato alla condanna di Cesare Battisti sia stato viziato da irregolarità e imperniato sulle deposizioni di pentiti poco credibile, è certo che Battisti ha potuto difendersi nei successivi gradi di giudizio.

    Non è così, almeno per quanto riguarda il processo d'appello del 1986, che modificò la sentenza di primo grado e lo condannò all'ergastolo. Battisti era allora in Messico e ignaro di ciò che avveniva a suo danno in Italia.

    Il magistrato Armando Spataro ha detto che, per quanto sfuggito di sua iniziativa alla giustizia italiana, Battisti poté difendersi in tutti i gradi di processo attraverso il legale da lui nominato.

    Ciò è vero solo per il periodo in cui Battisti si trovava ormai in Francia, e dunque vale essenzialmente per il processo di Cassazione che ebbe luogo nel 1991. Non vale per il processo del 1986, che sfociò nella sentenza della Corte d'Appello di Milano del 24 giugno di quell'anno. A quel tempo Battisti non aveva contatti né col legale, pagato dai familiari, né con i familiari stessi.

    Questo lo dice lui.

    Be', lo dice anche l'avvocato Giuseppe Pelazza di Milano, che si assunse la difesa, e lo dicono i familiari. Ma certamente si tratta di testimonianze di parte. Resta il fatto che Battisti non ebbe alcun confronto con il pentito Mutti che lo accusava. Si era sottratto al carcere, d'accordo; però il dato oggettivo è che non poté intervenire in un procedimento che commutava la sua condanna da dodici anni di prigione in due ergastoli (nessun altro imputato nel processo ebbe una condanna simile, inclusi gli assassini di Torregiani!), e gli attribuiva l'esecuzione di due omicidi, la partecipazione a svariato titolo ad altri due, alcuni ferimenti e una sessantina di rapine (cioè l'intera attività dei PAC). Questo era ed è ammissibile per la legge italiana, ma non per la legislazione di altri paesi che, pur prevedendo la condanna in contumacia, impone la ripetizione del processo qualora il contumace sia catturato.

    Ma Battisti sottoscrisse delle deleghe ai suoi legali, perché lo rappresentassero, lui contumace.

    E' stato ampiamente dimostrato, dai periti di parte, però scelti tra quelli della Corte di Parigi, che le firme furono falsificate (forse a fin di bene). Le deleghe erano in bianco, e furono redatte nel 1981.

    Battisti asserisce la propria innocenza, salvo fatti minori attribuibili ai PAC, senza fornire prove concrete.

    Ma Battisti non è tenuto a provare nulla! L'onere della prova spetta a chi lo accusa. Quanto alla sostanza della questione, vediamo di ricapitolarla: 1) un'istruttoria che nasce da confessioni estorte con metodi violenti; 2) una serie di testimonianze di elementi incapaci per età o facoltà mentali; 3) una sentenza esageratamente severa; 4) un aggravio della stessa sentenza dovuta all'apparizione tardiva di un "pentito" che snocciola accuse via via più gravi e generalizzate. Il tutto nel quadro di una normativa inasprita e finalizzata al rapido soffocamento di un sommovimento sociale di largo respiro, più ampio delle singole posizioni.

    Ciò non toglie che gran parte della sinistra sia compatta nel sostegno a un magistrato come Armando Spataro, e sia unanime nel richiedere al Brasile l'estradizione.

    Questo è un problema della sinistra, appunto. C'è da chiedersi se sia a conoscenza di ciò che non il solo Spataro, ma altri magistrati che come lui furono tra i protagonisti della repressione dei movimenti degli anni '70 e dei primi anni '80, pensano dei casi di Adriano Sofri o di Silvia Baraldini. Immagino – o forse spero – che non pochi esponenti della "sinistra" (chiamiamola così) ne resterebbero un po' scossi. Per non parlare del "malore attivo" (?) a cui Gerardo D'Ambrosio ha attribuito la morte di Giuseppe Pinelli. O del rimbalzo di un proiettile contro un sasso volante che ha ucciso Carlo Giuliani. La denigrazione dei magistrati ha il suo contraltare nella santificazione dei magistrati.

    Inutile menare il can per l'aia. Cesare Battisti non ha mai manifestato pentimento.

    Il diritto moderno – l'ho già detto - reprime i comportamenti illeciti e ignora le coscienze individuali. Reclamare un pentimento qualsiasi era tipico di Torquemada o di Vishinskij. Il rigetto da parte di Battisti dell'ipotesi di lotta armata è esplicito nei suoi romanzi Le cargo sentimental e Ma cavale, non tradotti in Italia. Essendo uno scrittore, si esprime tramite la scrittura.

    Ha persino esultato quando, in Francia, è stato momentaneamente liberato.

    Lo farebbe chiunque.

    Da perfetto vigliacco, si è sottratto all'estradizione ed è riparato in Brasile, dove è andato a vivere nientemeno che a Copacabana.

    Chi conosca Copacabana, sa che oltre la spiaggia e gli alberghi si estendono caseggiati popolari. Lì viveva Battisti. Ma adesso basta con queste stronzate. Battisti è stato tutto ciò che volete, salvo una cosa: non è mai stato ricco. Non è mai stato il prediletto dei salotti di cui favoleggia Panorama. Era il portinaio dello stabile in cui abitava. Si permetteva ogni tanto un caffè al bar di immigrati sotto casa.

    Armando Spataro dice, sul numero citato del Corriere della Sera, che Battisti non è mai stato un criminale politico, bensì un delinquente comune, assetato di denaro.

    Spataro sovrappone il percorso di Battisti prima della politicizzazione, quando era un semplice delinquente di periferia, a quello successivo. Nessuna delle azioni che gli sono attribuite quale "terrorista", vere o fasulle, obbediva a fini di lucro personale. Battisti fu un militante dei settori armati di quella che era chiamata "autonomia operaia". Lo sanno tutti, Spataro incluso. Negare la natura politica dei suoi atti, per indurre il governo brasiliano a concedere l'estradizione, è la menzogna più colossale che circondi la vicenda Battisti. Un delinquente comune non rivendica la sua affiliazione ai "Proletari Armati per il Comunismo". Del resto, i fascisti, i parafascisti, i post-fascisti dell'Italia odierna citano di continuo la sua posizione di "comunista" quale aggravante. Mentre gli ex-comunisti manifestano nei confronti di Battisti identico orrore, visto che incarna le idee che hanno rinnegato. Non c'è mai stato caso più "politico", da Valpreda a oggi.

    Non si può liquidare così, in una battuta, un problema più complesso.

    Esatto. Non si può liquidare così il problema più generale dell'uscita, una buona volta, dal regime dell'emergenza, con le aberrazioni giuridiche che ha introdotto nell'ordinamento italiano. Ma ciò può essere oggetto di altre FAQ, che prescindano dal caso specifico fin qui trattato. Quanto agli accusatori, che gridano a squarciagola "dagli all'assassino!", osservino le proprie mani. Sono abbondantemente macchiate di sangue. Hanno applaudito un poco tutto, a cominciare dai bombardamenti su Belgrado, fino ad arrivare alle stragi in Libano e a Gaza. Si sono arrossate negli applausi a "missioni umanitarie" condite da massacri. Hanno dato il via libera all'eliminazione sociale dei soggetti deboli, sul mercato del lavoro. Davvero, oggi, i "nemici dell'umanità" si chiamano Battisti o Petrella?


    ---------
     
    Tutti i delitti di Battisti, certificati dalle sentenze passate in giudicato. Il 6 giugno 1978 a Udine, spara al maresciallo Antonio Santoro, un omicidio rivendicato il giorno successivo dai PAC con una telefonata a Enrica Migliorati. Il 16 febbraio 1979, A Milano, uccide Pierluigi Torreggiani, gioielliere: questo e il successivo delitto Sabbadin vengono rivendicati dai Nuclei Comunisti per la Guerriglia Proletaria con un volantino lasciato in una cabina telefonica di piazza Cavour a Milano. Battisti, che era in un altro luogo, occupato con l'omicidio Sabbadin, fu condannato come co-ideatore e co-organizzatore. Il figlio adottivo Alberto da quel giorno vive paralizzato su una sedia a rotelle per un colpo sparato dal padre durante il conflitto a fuoco con gli attentatori. Risarcimento danni allo Stato italiano, anziché a Battisti, vista la m

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