Vive in chiesa per non essere deportata

| La storia di Rosa Sabido, una donna messicana che ha trovato rifugio nella chiesa di una piccola comunità del Colorado. Una vita da reclusa, aspettando che qualcosa cambi

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Negli Stati Uniti, decine di immigrati privi di documenti si sono rifugiati nelle chiese per evitare la deportazione. Mancos è una tranquilla cittadina tranquilla del sud-ovest del Colorado, ai margini delle Montagne Rocciose: un solo semaforo, due caffetterie e la chiesa metodista di “Mancos United”. Esattamente il luogo che dal 2 giugno 2017 ospita Rosa Sabido, 54 anni, una donna messicana che ha cercato rifugio dal mandato di arresto dei funzionari dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement).

 “Ho passato molto tempo qui, cercando di guardare la luna e le stelle dal mio piccolo pezzo di cielo - racconta - una notte è arrivata una famiglia di cervi e dei piccoli procioni hanno scelto un albero per nidificare. Li ho seguiti con lo sguardo, un giorno dopo l’altro, invidiando la loro libertà”.

Rosa dorme nell’edificio della comunità della chiesa, dove un ex asilo nido è stato trasformato in una camera di fortuna. Può spostarsi di una decina di metri, fino all’interno della chiesa, per assistere alle funzioni domenicali. Da più di un anno, tutto il suo mondo è non più grande di un campo da tennis. È una delle 50 persone che vivono nelle chiese degli Stati Uniti per evitare la deportazione, sfruttando una regola dell’ICE di lunga che scoraggia gli arresti di immigrati in “luoghi sensibili” come chiese e scuole.

Rosa si tiene occupata, ma è soprattutto in attesa: di un nuovo Congresso, di un nuovo presidente, forse di un miracolo. Ed è rassegnata ad aspettare per lungo tempo.

La sua avventura in America è iniziata 30 anni fa, quando aveva 20 anni e ha varcato per la prima volta il confine per visitare la sua famiglia negli Stati Uniti. Sua madre e il suo patrigno hanno beneficiato di una misura di regolarizzazione negli anni ’80, a lei è andata peggio. Da quei giorni ha iniziato a trascorrere sempre più tempo negli Stati Uniti e per quasi 20 anni, attraverso il cambiamento delle leggi e delle politiche, di una cattiva consulenza legale e un tentativo di presentarsi in tribunale, Rosa ha cercato di diventare una residente legale, spinta dalla determinazione di non essere separata dalla sua famiglia. Nel 2008 è stata arrestata dall'ICE, ma rilasciata con un ordine di supervisione.

Tre anni dopo, con l’aiuto di un avvocato dell’immigrazione, ha ricevuto il suo primo visto per un anno di soggiorno: ha continuato per sei anni, registrandosi ad ogni nuovo giro del calendario presso l'ufficio regionale dell’ICE, fino al 2017.

Il suo avvocato, Jennifer Kain-Rios, è convinto che storie come quella di Rosa rappresentino quanto sia difficile per l’opinione pubblica “capire quale sia la loro posizione di fronte ad una legge che non ammette macchie: bisogna avere una storia personale perfetta e sono in pochi ad averla”.

Nel 2017, il visto di soggiorno di Rosa è stato negato. È diventato “molto, molto chiaro - rammenta ancora l’avvocato Kain-Rios - che le regole dell'ICE erano cambiate con l’avvento del presidente Trump, sostenuto da un forte sostegno dei suoi elettori per la sua promessa elettorale di un giro di vite sull’immigrazione”.

Ma Rosa voleva rimanere in Colorado, che lei considera ormai casa sua, anche perché era una delle poche persone che potesse prendersi cura della madre, in cattive condizioni di salute.

Ma per l’ICE Rosa Sabido è ormai una fuggitiva: è entrata illegalmente nel paese e ha ignorato diversi ordini di espulsione.

Pochi mesi prima dell’arrivo di Rosa, i confratelli della Mancos United Methodist Church avevano votato positivamente alla proposta di accogliere qualcuno a rischio deportazione. “Conoscevo Rosa – ricorda Craig Paschal, pastore della chiesa - mi aveva colpito perché era sempre molto gentile e cordiale”.

Il pastore si è anche presentato all’ufficio regionale dell’ICE per fare tutto alla luce del sole: Rosa Sabido è ospite della chiesa, “Ma sia chiaro: non si nasconde”.

Da allora è passato più di un anno: le giornate di Rosa trascorrono controllando i messaggi sulla pagina Facebook “Rosa Belongs Here”, cucina, partecipa ad attività come lo yoga. “Il mio spazio, la mia vita, la mia famiglia, la mia casa, il mio tempo, il mio lavoro, i miei sogni e il mio futuro: è tutto andato. Ho solo e sempre cercato di seguire le vie legali per ottenere la cittadinanza, e tutto quello che ho ottenuto è stato un ordine di espulsione. Credo davvero di meritarmi di meglio: non sono un criminale, non ho precedenti penali, e se rinuncio adesso sono certa che avrò il rammarico il resto della mia vita”.

Alla fine di luglio, Rosa ha postato su Facebook la notizia peggiore: sua madre era morta durante il primo trattamento chemioterapico per curare un cancro al seno. Nella sua situazione non ha potuto partecipare al funerale, si è limitata a commentare, in modo amaro: “La mia amata mamma se n’è andata - ha scritto in un post - la ragione del mio sacrificio è scomparsa per sempre”.

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