Di cavalieri, d'auto, d'amore e ricordi echi dal Gran Premio del Valentino

| La terza edizione ha raggiunto il momento clou: la sfilata per le strade di Torino. A rubarsi la scena circa duecento fra supercar, divise in gruppi, più il gruppone finale, a dividersi il traffico di un sabato pomeriggio

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Di Davide Cucinotta

A scattare davanti a tutti è la Lancia D50, l'unica monoposto mai costruita dal marchio torinese per tentare la meravigliosa avventura in Formula Uno. Eppure nessuno, fra quelli rimasti indietro, ha voglia di cedere: tre potenti Maserati 250F passano davanti dopo poco, ma non c'è storia: il cielo quel giorno dice Lancia, che porta a casa il primo grande successo della propria storia sportiva.

È la cronaca, ridotta al minimo, del Gran Premio del Valentino 1955, l'ultimo corso nel parco torinese, su quella che allora era una pista di 4,2 km immersa nel verde da ripetere per 90 volte, per 378 km totali. Protagonista assoluto dell'impresa datata 27 marzo 1955 è Alberto Ascari, milanese classe 1918, pilota che in carriera vestirà i colori Ferrari, Maserati e Lancia, con un palmarès personale fatto di due titoli mondiali, 32 GP disputati, 17 podi e 14 pole position. Ancora oggi, la sua posizione nella griglia di partenza di quel giorno del 1955 è visibile, incastonata sull'asfalto, di fronte al Castello del Valentino.

E da tre anni a questa parte, è proprio la leggendaria Lancia D50 ad aprire il "Gran Premio del Valentino", la parata di auto storiche che rappresenta il momento clou del Salone dell'Auto di Torino. Una festa di colori, motori e storia, baciata dal sole ferragostano di metà giugno, che ha il suo epicentro in piazza Vittorio Veneto, dove fin dalle prime ore del mattino è un via vai di appassionati armati di macchine fotografiche. Una parata lunga 19 km che attraversa 6 circoscrizioni torinesi per concludersi di fronte a un altro gioiello d'architettura: la Palazzina di Caccia di Stupinigi, residenza ad uso venatorio dei sempre discreti Savoia. In mezzo un anello ad alto tasso di spettacolarità in corso Cairoli, quindi giù per via Po, piazza Castello e i Giardini Reali, corso Palermo, corso Novara, corso Principe Oddone, corso Castelfidardo, corso IV Novembre, corso Agnelli e corso Unione Sovietica, con arrivo a Stupinigi.

Fra storie e pezzi rari

Circa 200 i partecipanti al Gran Premio, provenienti quasi da ogni dove, qualcuno disposto a spostamenti notevoli pur di esserci. L'esempio lo danno Susie e Ray Roberts, due rubicondi inglesi di mezza età che non hanno esitato ad attraversare l'Europa pur di arrivare a Torino con la loro Porsche 911 Cabrio. Alla faccia della Brexit. O ancora quella di Alessandro Borghi, attore che ha prestato il volto a Luigi Tenco nel bioptic "Dalida", anch'egli al volante di una Porsche.

E in una sorta di ponte sul tempo, subito dopo la Lancia di Ascari a partire è la "ZeroUno", one-off dello studio "Italdesign" ingegnerizzata dal Gruppo Volkswagen. Un modernissimo sogno su ruote prodotto in soli cinque esemplari sulla stessa piattaforma utilizzata per la Huracán Lamborghini e Audi R8, con cui divide anche il poderoso 5.2 litri V10 a iniezione diretta da 610 CV. Chicca assoluta per la "Covini C6W", una rarissima supercar a sei ruote realizzata nel 2004 che rielabora l'idea avuta da Ferruccio Covini esattamente trent'anni prima, a sua volta mutuata dalla Tyrrell P34 di F1, l'unica monoposto a sei ruote mai comparsa sui circuiti di F1. Immancabile il rombo della "McLaren 720S", supercar dal passaporto inglese con linee mozzafiato in carbonio e portata a spasso dal 4.0 litri V8 con il reparto cavalleria a quota 720.

Le rosse, soprattutto

A calamitare gli sguardi una trentina di "rosse" di Maranello, asso pigliatutto di qualsiasi evento motoristico: se per ogni scatto le Ferrari perdessero un po' di colore, a fine giornata sarebbero bianche, tale e tanta la gente che fotografa tutto, ma le rosse più del resto. A guidare la pattuglia dell'album dei sogni di Maranello una "FF", acronimo di "Ferrari Four" che indica la trazione integrale. A disegnarla, nel 2011, Pininfarina, motivo sufficiente perché al volante ci fosse Paolo, figlio di Sergio e fratello di Andrea, scomparso tragicamente nel 2008. Da lì in poi, una slavina di rosse ha invaso Torino: 246 GTS, Testarossa, 550 Maranello, 488 Spider, F12 Berlinetta e California, ma è un elenco ridotto all'osso, per la gioia degli occhi del pubblico.

Tutte le altre

Degnamente rappresentato anche il marchio Porsche, dal 1931 impegnato nella missione di creare status symbol. Dalle sempre affascinanti "356", sia coupé che roadster, a tutti gli effetti primo modello prodotto in grande serie fra il 1948 ed il 1966, alle "Panamera", prima Porsche che senza rinnegare lusso e prestazioni ha scelto di adottare le quattro porte, facendo storcere il naso ai puristi ancor più di quando sul mercato arrivò il "Cayenne", padre putativo di tutti i suv di lusso che sarebbero arrivati dopo.

Occhi lustrati anche per le Aston Martin, l'aplomb britannico fatto automobile, Lamborghini, BMW, Jaguar e Maserati, seguiti dal gruppone delle inseguitrici: Abarth, Alfa Romeo, Fiat, Lancia, Bentley, Chevrolet, Honda, Mercedes, MG, Morgan, Nissan, Renault, Seat, Volkswagen e Volvo.

Il traffico

Qualche intoppo, qua e là, c'è stato. La sfilata è stata divisa in blocchi tematici, scelta che ha un senso nella scaletta dello spettacolo, peccato che fra uno e l'altro Torino non si sia fermata, anzi. Così, è bastato un ritardo di pochi secondi nella tabella di marcia - ad esempio una tenera Fiat 500 degli anni Settanta che non voleva saperne di ripartire - per mescolare il normale (e notevole) traffico del centro città di un sabato di metà giugno e spezzare lo show, facendo perdere il filo logico alla sfilata. Il risultato erano paradossi come una Grande Punto del 2005 accanto ad una Maserati Gran Turismo di due anni dopo, ma dal valore ben diverso.

In compenso, dall'altra parte del Po e su corso Vittorio Emanuele, il traffico sembrava letteralmente impazzito: code, intasamenti e clacson quasi a coprire il rombo delle supercar.

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