La strage senza fine degli uomini volanti

| Trecento morti nella black list del base-jumping. L'ultima in aprile. Morto il toscano Nicola Galli

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Nel 2009, Dean Potter stabilì il record mondiale di BASE jumping in tuta alare: saltò dal monte Eiger, e percorse oltre più di cinque chilometri in volo, con uno sbalzo di quota complessivo di oltre 2.700 metri. Nel 2015 Potter è morto, insieme al collega Graham Hunt, mentre faceva BASE jumping nel parco di Yosemite, in California. Fotografia di Corey Rich 

 



Uomini e ali

In sé, il BASE jumping è semplicemente una forma di paracadutismo, o skydiving, in cui si salta da una superficie fissa anziché da un aereo. L'aggiunta della tuta però lo porta su tutt'altro livello. Un livello in cui la posta in gioco è alta, i margini di errore ristretti, e le sensazioni provate indimenticabili, primordiali, tanto intense da dare dipendenza.

Parliamo di gente che vola davvero, come negli antichi miti o nei sogni archetipici. Ecco perché sono diventati virali su Youtube che mostrano superuomini in costume che sfrecciano nell'aria, sorvolando alberi, fiumi, ghiacciai e pittoresche campagne.

Lo skydive (il paracadutismo sportivo) e il BASE jumping sono essenzialmente salti a caduta libera. I voli con tuta alare, soprattutto quando ci si tiene vicini al suolo, sfiorando alberi o rocce (uno stile detto "volo di prossimità") simulano ciò che potrebbe provare un uccello in un'unica, rapida picchiata.

La tuta alare è uno strano costume di nylon, a corpo intero, che ricorda le membrane degli scoiattoli volanti. Il "pilota" della tuta salta da un promontorio e in una frazione di secondo l'aria riempie le membrane della tuta, rendendole rigide. Mantenendo una corretta posizione del corpo, il pilota può planare con un rapporto di 3:1. Significa che avanza di quasi un metro ogni trenta centimetri di discesa.

Si può pilotare con piccoli cambiamenti nella posizione delle spalle e delle braccia; la velocità, nel frattempo, può superare i 160 chilometri orari. Rispetto alle semplici, essenziali tute alari progettate intorno al 2000, quelle attuali, quando a indossarle sono piloti qualificati ed esperti, permettono una precisione strabiliante.

A guardare i numeri, la tesi per cui l'aumento degli incidenti mortali è dovuto alle tute alari appare credibile. Su 31 BASE jumpers morti nel 2016, 20 indossavano una tuta alare. E altri sette portavano una "tracking suit", cioè una specie di tuta alare da allenamento per principianti.

I primi salti con tuta alare risalgono al 1999. Prima di allora, negli anni Ottanta e Novanta, il numero di incidenti mortali nel BASE jumping era rimasto pressochè costante, mai oltre 5 vittime all'anno. Nel settembre del 2001, il russo Kirill Kiselev fu il primo jumper a morire durante un salto con la tuta. Il secondo fu registrato sulla BLF solo due settimane dopo.

Ma l'aspetto più preoccupante è che negli incidenti mortali con la tuta alare l'inesperienza non sembra essere un fattore determinante. A schiantarsi non sono solo jumpers corsi a comprare una tuta prima di aver acquisito la necessaria abilità, ma anche, in numero allarmante, veterani del volo in tuta con una lunga esperienza alle spalle.

Ad esempio, ad agosto sono morti Alexander Polli e Uli Emanuele, due dei piloti di tuta alare più esperti del mondo. La loro morte rientra nella terribile tradizione per cui questo sport perde ogni anno almeno alcune delle sue stelle migliori - forse ormai senza nemmeno che la comunità se ne stupisca più di tanto. Altri grandi nomi che vengono in mente sono Shane McConkey (2009), Mario Richard (2013), Sean Leary (2014), Dean Potter e Graham Hunt (2015), Jonathan Florez (2015), Chris Labounty (2016) e John Van Horne (2016).

Polli, 31 anni, è morto schiantandosi su un albero vicino a Chamonix, in Francia, il 22 agosto. Era molto amato dalla comunità dei jumper in tuta alare per la sua personalità carismatica, e molto stimato per la sua abilità. Nel 2012 fu il primo jumper in tuta a colpire un bersaglio, fatto di polistirolo e alto tre metri. Era anche noto per i suoi voli di prossimità estremi. Una delle sue esibizioni più memorabili fu il volo attraverso la cosiddetta "grotta di Batman" (più precisamente un arco naturale) a Montserrat, in Spagna.

Cinque giorni prima, l'altoatesino Uli Emanuele, 29 anni, star di GoPro, era morto schiantandosi vicino a casa sua, sulle Dolomiti.

Nel giugno scorso, Emanuele aveva pubblicato, sul canale YouTube di GoPro un video in cui volava attraverso un anello infuocato; e nel 2015, aveva dimostrato la sua finezza aerea in un modo forse ancora più spettacolare, centrando un'apertura, larga circa due metri, di una formazione rocciosa. Pochi metri a destra o a sinistra avrebbero facilmente decretato la sua morte. Il video, intitolato "Wingsuit flight through 2 meters cave", ha più di 7,5 milioni di visualizzazioni. Ciò che è poco noto di questa particolare esibizione è che Emanuele non ha attraversato la fessura una sola volta, ma diverse, solo per avere abbastanza materiale per montare il video.

"L'ho fatto perché ne ero capace", affermò all'epoca. "Quando faccio BASE jumping non mi affido alla fortuna. Ne abbiamo già abbastanza bisogno nella vita di tutti i giorni".

La domanda che ora deve affrontare la comunità del BASE jumping è se la fortuna avrebbe potuto aiutare ragazzi come Polli ed Emanuele, e centinaia d'altri prima di loro. E se non la fortuna, cos'altro esattamente? Un allenamento più intelligente? Più esperienza? Più formazione? Miglior regolazione?

Oppure, forse, il richiamo della morte è il risultato inevitabile di questo sport ancora agli albori, così pericoloso e proprio per questo così in grado di dare dipendenza? Perché così tante persone si buttano a farlo? E perché sembrano credere che l'inevitabile non toccherà a loro?

La storia è piena di leggende di uomini che si attaccano alle braccia surrogati di ali fatti di piume o stracci nel tentativo di volare. Per quanto posso ricordare, io ho sempre fatto sogni in cui volavo. Una volta, all'età di dieci anni, ho tagliato un pezzo di una scatola di cartone e ne ho fatto delle ali, che mi sono poi fissato alle braccia con degli scovolini per la pipa. Ho portato la mia creazione sulla veranda al secondo piano della mia casa a Dobbs Ferry, a New York. Ricordo che stavo in cima alla ringhiera, con le ali legate alle braccia, mentre giù, sul prato, la mia sorellina di sette anni piangeva e mi supplicava di non farlo. Ricordo il mio senso di sicurezza, la convinzione che il mio piano fosse infallibile: sarei saltato giù e subito mi sarei librato in volo, proprio come nei miei sogni.

Sono saltato. E sono atterrato con tale violenza che le ginocchia mi hanno colpito la mandibola mandandomi al tappeto. Non ho mai dimenticato quel momento così vivido e doloroso, come non ho dimenticato quei primi sogni sul volo, e non ho mai smesso di desiderare che un giorno ricomincino. Sono cose che desideriamo tutti, nel profondo.

Nel febbraio del 1912, un sarto di nome Franz Reichelt si cucì un ibrido tra una tuta alare e un paracadute e si lanciò dalla torre Eiffel, alta 324 metri. Lo schianto fucosì forte da creare un buco nell'erba ghiacciata. Tra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, nelle esibizioni aeree di tutto il mondo folle di persone accorrevano ad ammirare i cosiddetti "batmen", temerari che si tuffavano nelle loro primitive tute alari. Molti di loro morirono durante le esibizioni.

Per migliaia di anni l'uomo ha lavorato per realizzare il sogno di volare liberamente, senza essere confinato in un veicolo. Fino al 1999, quando due jumpers, il croato Robert Pecnik e il finlandese Jari Kuosma, hanno praticamente inventato il prototipo della tuta alare ancora in uso, migliorando quella sperimentata dal francese Patrick de Gayardon, che si ruppe in volo uccidendolo. 

Pecnik e Kuosma collaudarono con successo la loro creazione, battezzata "The Original", il 10 maggio 1999, e poi fondarono un'azienda, BirdMan, che lanciò la tuta sul mercato. Utilizzate dagli aerei, le tute alari si rivelarono molto sicure - praticamente nessuna vittima - ma anche poco soddisfacenti. Tuffarsi da 6.000 metri di quota cona tuta alare non intensifica di molto la sensazione di volo libero: per realizzare davvero il sogno di Icaro, bisognava sfiorare più da vicino gli oggetti.

Per il 2003, la tecnologia delle tute alari era abbastanza avanzata da incoraggiare i principianti a volare sempre più vicini alle rocce da cui erano saltati. Forse il primo uomo a fare un vero volo di prossimità è stato il ventitreenne francese Loic Jean-Albert, che si lanciò da un elicottero su una montagna innevata a Verbier, in Svizzera, e seguì una rotta parallela alle pendici del monte, tenendosi a meno di sei metri dalla superficie. L'impresa lo portò immediatamente alla fama nel mondo dello skydiving e in quello del BASE jumping.



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