Chevrolet Corvette ZR1: la bestia ha fame

| La sportiva stradale americana più potente della storia, erede di una dinastia iniziata nel lontano 1953 e oggi diventata un mostro da 340 km/h di velocità massima

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Di Germano Longo
Dove pensano di guidarla, quelli che la sognano, non si sa: in America bastano 20 miglia all’ora in più per rischiare l’arresto. In Europa non si arriva a tanto, ma fra multe e punti che saltano la sfiga sa perfettamente che strade prendere.

Eppure le auto servono proprio a questo: sognare ad occhi aperti di viaggiare verso l’orizzonte, senza verbali sul sedile a fianco. Esattamente quel che sta succedendo a Detroit, stand Chevrolet, dove da giorni bisogna fare una coda ordinata, prima di posare gli occhi sull’ultima nata del marchio del farfallino: la Corvette ZR1 model year 2019.

Dalla sua, la Corvette ha la storia: nasce nel 1953 su idea del designer Harley Earl, che convince la GM sulla bontà di una sportiva da trasformare in leggenda, a dio piacendo. Il prototipo lo svelano lo stesso anno al “Motorama Show” di New York: per i tempi è un concentrato di innovazione, con due posti secchi, carrozzeria in fibra di vetro e la meccanica, al contrario, pescata dalla banca d’organi Chevrolet. Sotto al cofano un mostruoso 4,6 litri con sei cilindri in linea normalmente utilizzato sui veicoli commerciali ed un cambio automatico con due sole marce, più retro. Fuori, una linea così aggressiva da mettere paura ai bambini.

Negli Settanta arriva il package “ZR1”, destinato a fare storia a sé. L’intenzione del marchio, sferrare un attacco alle prime della classe, da Ferrari a Porsche, sfidandole a colpi di modelli sempre più estremi.

Se tutto questo non fosse diventato un successo, non saremmo qui parlare della nuova Corvette, versione anno di grazia 2019: non una vera novità assoluta, visto che si è già mostrata a Dubai prima e Los Angeles dopo, ma a certe cose non ci si abitua mai.

La Corvette 2019 è una sessantacinquenne in splendida forma, con linee mozzafiato affinate nelle gallerie del vento e nessuna soluzione di comodo: paraurti mordi-asfalto con prese d’aria in evidenza, necessarie per raffreddare i 13 radiatori, muscoli che guizzano ovunque, splitter posteriore in carbonio, appendici laterali. Chi ancora teme di passare inosservato, trova a catalogo il “Sebring Orange Design Package” - per celebrare i successi nell’omonima competizione endurance - con carrozzeria, pinze freno, dettagli, cinture e impunture dei sedili in tinta arancio evidenziatore.

Se le parole non bastano, quel che manca lo spiegano i numeri: V8 turbo a benzina con doppio sistema di alimentazione (diretta e indiretta), 6,2 litri di cilindrata, 755 CV di potenza, 969 Nm di coppia massima, cambio manuale a sette rapporti (o automatico a otto, per la prima volta nella storia), 340 km/h di velocità massima, da 0 a 100 in meno di 3 secondi. Per essere ancora più chiari: nessun’altra Chevrolet, aveva mai osato tanto.

Il telaio è alluminio purissimo e leggerissimo, così tanto da contenere il peso in 1.614 kg, le sospensioni autolivellanti e gli interni un tripudio di nappa e impianti audio prestigiosi. Forse all’appello manca solo il prezzo: 119mila dollari per la versione chiusa, 4.000 in più per la roadster.

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