Bertolucci e Guadagnino, meditare esistere amare

| Incontro tra i due registi al Salone del Libro in una sala gremita. Dalla Nouvelle Vague al '68, scorrono i volti di generazioni di attori. Evocare il presente ma anche crearlo, il segreto della settima arte

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di BEATRICE FIDA

Nel 1968 Bernardo Bertolucci presenta Partner a Venezia e a Cannes. Nel 2003, torna sul ’68 con The Dreamers. Una giovane promessa del cinema internazionale come Luca Guadagnino discute con il grande maestro Bernardo Bertolucci: cos’ha rappresentato la settima arte nella nostra educazione politica, estetica e sentimentale e cosa rappresenterà in futuro? I due registi riflettono sul rapporto tra cinema e rivoluzione, sul Maggio francese (uno dei temi del Salone di quest’anno) e sullo stile, ma soprattutto meditano sul loro grande amore per la settima arte, un amore carnale e totalizzante.

L’incontro precede la proiezione serale di Partner e The Dreamers nella splendida cornice del Museo Nazionale del Cinema e la proiezione al cinema Massimo del documentario di Luca Guadagnino e Walter Fasano Bertolucci on Bertolucci.

Una gremita Sala Gialla, dove moltissimi non sono riusciti ad entrare nonostante le ore di coda (la giornata è stata record: la troppa affluenza di sabato ha costretto il Salone alla chiusura dei cancelli per mezz’ora), si prepara ad accogliere i due maestri.

 

Nel 1968 Bernardo Bertolucci non si trovava a Parigi ma a Roma. Aveva appena iniziato le riprese di Partner, dal Sosia di Dostoevskij. Ma la lavorazione si nutriva, giorno per giorno, delle notizie che arrivavano in continuazione da Parigi, dove l’attore Pierre Clémenti (protagonista di Partner) tornava ogni fine settimana così da riportare poi a Roma gli ultimissimi motti delle barricate. Ecco che il Maggio francese era già cominciato a Roma… nel mese di marzo. 

The Dreamers è invece un film sulla nostalgia di quando giravo Partner”, afferma il regista. E si chiede perché la parola nostalgia faccia ribrezzo: senza nostalgia non ci sarebbe stato il viaggio di Ulisse, né la Recherche di Proust. Il ’68 è vissuto dai protagonisti di The Dreamers chiudendosi in casa, imprigionandosi nella cinefilia, nel loro amore per il cinema e non per la vita. Nonostante Luca Guadagnino sia nato nel 1971, ha vissuto indirettamente quel maggio attraverso le produzioni artistiche - passaggio obbligato per la sua formazione di cinefilo - e sottolinea di come il ’68 ha avuto diverse reinterpretazioni, tra cui l’egoismo dei sessantottini. Bertolucci non è d’accordo. 

 

Il maestro ci propone una grande lezione di cinema. Un film è sempre coniugato al tempo presente, anche se mostra una scenografia del passato. Ma non bisogna semplicemente rappresentare il presente: bisogna evocarlo. Ci si deve allontanare da ciò che viene girato: da questa distanza si diffonde il sentimento dell’evocazione, forte e delicato insieme. Come La dolce vita sa evocare una realtà che non esiste, capace poi di prendere vita veramente.

 

Ancora Guadagnino e Bertolucci riflettono sul doppiaggio. Quest’ultimo ricorda di quando è andato a vedere La dolce vita con suo padre (il grande poeta Attilio Bertolucci): “Ho avuto il privilegio di vedere il film nella sua forma pura e senza doppiaggio, in cui gli attori parlavano tutti la propria lingua: Anita Ekberg recitava le battute in inglese, Mastroianni in italiano, Anouk Aimée in francese. Quel suono poliglotta fu per me una scoperta meravigliosa, mi spinse a metter da parte la poesia per abbracciare il linguaggio del cinema. Il doppiaggio ora lo detesto, qui in Italia ancora non c’è nulla da fare, ci sono ancora troppo legati. Ma dovete fare di tutto per vedere i film in originale”. Guadagnino risponde che il 20% delle copie del suo Call me by your name è uscito in lingua originale, ed erano sempre tutte esaurite.

 

I due registi discutono sullo stile. Barthes teorizzava, nella scrittura, il kamasutra dello stile. Il cineasta emiliano afferma che con il cinema avviene un po’ la stessa cosa e lo chiama, fra le risate, “kamerasutra”. Il film deve avere con lo spettatore un rapporto di desiderio e sensualità. Guadagnino precisa che l’esperienza cinematografica deve essere eccessiva, l’infusione deve essere completa e la storia passare in secondo piano. Il regista siciliano eredita dal grande maestro l’insegnamento che gli attori debbano arrendersi alla cinepresa ed emozionato afferma: “Ho deciso di fare cinema guardando Bertolucci, non i film di Bertolucci”.

 

Elena Stancanelli, moderatrice dell’incontro, chiede infine ai due registi a quale comunità sentono di appartenere; sono infatti registi solitari, con una propria poetica, non iscrivibili a correnti cinematografiche precise. Con la consueta ironia, così risponde Bernardo Bertolucci: “Quando mi domandano cosa unisce tutti i registi, beh, rispondo: giocare a flipper... in realtà è una citazione di Truffaut. Replicava così quando gli chiedevano cosa tenesse insieme i registi della Nouvelle Vague…”. E poi, prima di lasciare il pubblico fra applausi concitati, spiega: “Noi vogliamo evocare il presente ed è difficile farlo tutti insieme, possiamo solo meditare, come nella meditazione trascendentale. Una delle esperienze più potenti. O si medita o si guarda un bel film, poi le due cose iniziano a toccarsi…”

 

 

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