Giornalisti embedded, vita dura per uno scoop

| Marco Alpozzi, torinese, giovanissimo, è un fotoreporter che ha già portato la propria macchina fotografica su scenari di guerra difficili e pericolosi

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Di Davide Cucinotta
Non c'è giornalista al mondo che non abbia sognato, almeno una volta nella vita, di diventare un "embedded". Il termine, ancora sconosciuto ai più, letteralmente significa "inserito in una struttura" e, nel caso di una conferenza ospitata lunedì 22 maggio presso lo stand del Ministero della Difesa, al Salone del Libro, si riferisce ai giornalisti al fronte, quelli inviati al seguito degli eserciti. Un compito difficile, che si nutre dei nomi di chi è partito per la guerra senza armi, con una macchina fotografica, un computer portatile e una foto nel portafoglio. Consapevoli di rappresentare un "pensiero" in più per i contingenti, ed un fucile in meno su cui contare in caso di necessità.

L'evento, dal titolo "Reportage su zone di crisi", curato dallo Stato Maggiore della Difesa, moderato dal Presidente dell'Ordine dei Giornalisti del Piemonte Alberto Sinigaglia, è servito soprattutto per raccontare l'esperienza di Marco Alpozzi, 28 anni, fotoreporter che non ha esitato a portare il suo obiettivo dove molti non si sognerebbero mai di andare. Inizia collaborando con l'ufficio stampa della Croce Rossa Italiana, finendo per documentare il dramma della popolazione de L'Aquila, colpita dal devastante terremoto del 2009. Ma è solo l'inizio di una carriera che lo porterà in Tunisia e a Lampedusa, fra i profughi che sperano di raggiungere l'Europa, ancora in Afghanistan nel 2012, al seguito della missione Isaf, e in Ucraina, per documentare il conflitto di Donbass. Collaboratore dell'agenzia "Lapresse", i suoi reportage sono stati pubblicati sui maggiori quotidiani e settimanali italiani.

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