"Noi ustionati, tra amore e discriminazione"

| La coraggiosa e commovente storia di Sara, ustionata in modo grave a 15 anni, poi il lento ritorno a una vita normale. Gli atroci commenti della gente di fronte alle cicatrici delle ustioni. E gli angeli in camice bianco

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Di Floriana Naso

Secondo i dati forniti dal Dipartimento di Medicina del Lavoro dell'Ispesl (Istituto per la prevenzione e sicurezza del lavoro), ogni anno circa 4,5 milioni di incidenti avvengono tra le pareti di casa di cui 8.000 mortali. Tra le donne, le casalinghe sono una categoria particolarmente a rischio, ogni trimestre 149mila sono coinvolte in un incidente domestico. 

Una buona parte di questi incidenti domestici riguardano le ustioni.

In Italia ci sono 15 reparti attrezzati e in Piemonte il Centro Grandi Ustionati registra circa un centinaio di ricoveri all’anno.

Il dottor Stella, primario e chirurgo plastico del Centro Grandi Ustionati di Torino, ha spiegato l’iter che deve seguire il paziente che si rivolge al Centro: innanzitutto bisogna cercare di stabilizzarlo, curando le alterazioni dei suoi organi e apparati; successivamente occorre “rimettere la pelle” ove c’è la lesione, effettuando i trapianti anche grazie ai donatori. I pazienti vengono sottoposti a cure intensive e a cure chirurgiche, con un periodo di riabilitazione di circa 2 anni e possono contare sull’intervento di uno staff multidisciplinare (chirurghi plastici, cardiologi, anestesisti, fisioterapisti, nefrologi…).

Sebbene la chirurgia sia fondamentale per ricostruire il mantello cutaneo, dopo l’ustione resta il problema della cicatrice, che quasi sempre diventa motivo di non accettazione del nuovo corpo e porta il paziente a perdere la voglia di vivere, di mostrarsi.

Ecco la storia di Sara Samantha Genta Mellana, vittima di un’ustione nel 2010 e paziente del reparto grandi ustionati del C.T.O. di Torino.

Sara, cosa ti è capitato nell’ottobre del 2010?

Il 30/10/2010 ebbi un brutto incidente casalingo, mentre ero intenta ad accendere la stufa a legna con l'alcool, da un momento all'altro la bottiglietta prese fuoco è da lì iniziò il mio calvario.

Spiegaci cosa è successo dopo l’incidente: cosa hai percepito? Cosa hai provato? Chi ti ha soccorsa?

Sono domande alle quali non è semplice dare una risposta. In quell'esatto momento non mi era chiaro quello che era accaduto e stava accadendo. Inizialmente non avvertii nemmeno molto dolore, quello che più mi premeva era che non si facesse male nessuno e che la casa non prendesse fuoco, quindi dapprima io mi dedicai a quello. Scelta giusta o scelta sbagliata? Indipendentemente da tutto per me fu la più giusta che potessi fare, perché non mi sarei mai perdonata se qualcun altro si fosse fatto male! 

Con il passare del tempo io cominciai però ad avvertire dolore, il mio respiro in particolare diventata sempre più affannoso e questo mi spaventava perché per respirare dovevo sforzarmi poiché il respiro sembrava oramai leggero e così corto che respirare in quel momento era l'unica cosa che desideravo fortemente. Mi guardai allo specchio e provai a togliermi la maglia con il collo alto con la cerniera che avevo addosso, ma se abbassavo la cerniera, insieme ad essa veniva giù anche la pelle del collo, come se fosse diventata un qualcosa di non più di mio. Smisi di provarci. Provai a tirare su le maniche perché iniziai a sentire molto caldo, ma vidi che anche la pelle delle mani e delle braccia al minimo sfiorare cadeva a terra, da quel momento smisi di guardarmi e di toccarmi. Non piangevo, non so il motivo, ma prima che iniziai a piangere passo molto tempo. Andai al piano di sotto, mi misi dentro la vasca da bagno e aprii l'acqua... ero fradicia ma la sensazione dell'acqua fredda che ininterrottamente mi scorreva addosso mi faceva sentire improvvisamente meglio. Arrivò mio padre, fu un sollievo, salì in auto, gli spiegai come potevo quello che era accaduto con un accenno di voce, da lì in poi sapevo che potevo chiudere gli occhi e li chiusi.  

Qual è stato l’iter del tuo ricovero?

Mi fu raccontato che fui portata all'ospedale di Asti ma lì videro che l'ustione che apparentemente sembrava di media intensità era invece molto più grave di quel che sembrava e fui portata d'urgenza al Centro Grandi Ustionati di Torino ( C.T.O. )

Cosa hai provato dopo esserti risvegliata dal coma e in quali condizioni eri?

Una volta risvegliata inizialmente non sapevo bene dove fossi, non potevo parlare, ero attaccata a diversi macchinari che facevano rumore, ricordo di essermi svegliata molto agitata.

In che modo sei stata seguita dopo il tuo risveglio?

Al mio risveglio fui seguita dal personale del C.T.O di Torino, allora al terzo piano, che mi seguì con amore in ogni mio passo per ritornare alla normalità. Ringrazio sempre chi mi seguì, OSS, infermieri/e, la fisioterapista, il Dottor. Bollero e il grande primario di chirurgia plastica e ricostruttiva il Dottor Maurizio Stella, perché furono molto dolci nel trattarmi, attenti ai miei bisogni e seppero farmi sorridere quando non avevo nemmeno più voglia di vivere.

Cosa hai dovuto fare per ritornare alla normalità?

Non ricordavo più molte cose al mio risveglio. Dovetti ricominciare da capo. Camminare per esempio non era più così semplice come lo ricordavo, era un po' come essere tornati improvvisamente bambini. Ricordo con un sorriso le lunghe camminate avanti e indietro nel corridoio le quali a poco a poco mi portarono a ritornare a camminare. Dovetti ricominciare a mangiare, a bere, anche le braccia avevano perso le loro energie e le mani tremavano all'impazzata; ci volle del tempo prima che smisero di tremare così tanto! Non si torna mai alla normalità veramente ma con grande impegno ci si può arrivare molto vicino.

A quante operazioni di chirurgia plastica ti sei sottoposta?

Le operazioni di chirurgia plastica e ricostruttiva a cui mi sottoposi, sia durante il coma farmacologico che dopo, furono svariate. Ciascuna atta inizialmente a ricoprire e inseguito per dare elasticità laddove questa non c'era più per via della forte ustione subita. Avendo avuto ustioni di 2° e 3° al collo, alle mani e alle braccia per molti interventi hanno dovuto prendermi della pelle sana in zone specifiche per andarla a ''inserire'' laddove era poca o mancava del tutto.

Descrivi il tuo stato d’animo in quei momenti.

Furono anni molto difficili, soprattutto i primi. L'umore era andato molto giù. Non era facile accettarsi e per poterlo fare impiegai alcuni anni ... La fisioterapia che una volta tornata a casa continuai ad Asti inizialmente mi prendeva moltissimo tempo ed era dolorosa ma indispensabile. La vita continuava, talvolta lentamente altre velocemente a passare e con lei anche io. Per via dell'incidente persi l'anno scolastico, il quale, senza aspettare che passassero degli anni, fu da me ripreso appena ricominciò il nuovo anno, seppur fossi ancora nel pieno di interventi e fisioterapia. Mi recavo a scuola con fasce elastocompressanti e collari vari che tenevo per abbassare le cicatrici ipertrofiche che mi erano venute in seguito, cicatrici difficili da trattare, che portano la persona ad avere ancora più difficoltà nel movimento. Di solito camuffavo il collare con foulard colorati mentre le fasce con coprispalla lunghi e neri che nascondevano anche un po' le mani.

Quanto è difficile, per una vittima di ustioni, accettarsi? Quali difficoltà hai incontrato o stai incontrando a tal proposito?

Per una vittima di ustioni accettarsi è veramente difficile, perché l'immagine di noi stessi viene completamente ribaltata. Siamo sempre noi... ma all'inizio è complicato comprenderlo. La cicatrice che deriva da un esito di ustione è una cicatrice spesso deturpante. Una cicatrice non di quelle che magari si attenuano con il passare degli anni, sono cicatrici eterne, possono migliorare, ma resteranno sempre e bisogna imparare a portarsele addosso. A tal proposito ho incontrato difficoltà enormi, alcune delle quali mi sembravano insuperabili, altre superate grazie a mio padre che mi disse di non nasconderle, cosa che io facevo ossessionatamente. Nasconderle mi sembrava la cosa più giusta da fare, invece era quella più sbagliata che potessi fare a me stessa. Ancora oggi a distanza di quasi otto anni io vengo fissata, talvolta emarginata, ci sono persone di ogni età che prontamente non si siedono vicino a me pensando che si ''attacchi '', individui che ti dicono sfacciatamente che sei rovinata, che sei un mostro, ricordo un episodio dove mi fu detto che era meglio morire piuttosto che rimanere così a vita. Frasi pesanti da mandare giù, sguardi e parole affilate quanto lame che quasi quasi ti ammazzano.

Il sistema sanitario nazionale, a parer tuo, è strutturato ai fini di supportare adeguatamente le vittime di ustioni dal punto di vista psicologico?

Il sistema sanitario nazionale è ben attrezzato per supportare le vittime di ustioni ma sono della fervida idea che una vittima di ustione, dal punto di vista psicologico, molto del lavoro, per riprendere la propria vita in mano, debba svolgerlo lei medesima su se stessa.

Ora, a distanza di anni dal quel tragico incidente, chi è Sara?

Sara è ormai una donna, allora ero una quindicenne, una ragazzina già grande per la sua età ma comunque ancora ragazzina nell'animo. Questa esperienza mi ha cambiata molto non solo fuori ma anche dentro. Sicuramente mi ha tolto tanto ma credo che in egual modo mi abbia anche dato tanto.

Quale messaggio vuoi dare con la tua testimonianza, soprattutto a chi dovesse trovarsi nelle condizioni in cui ti sei trovata tu?

Con la mia testimonianza vorrei dare speranza a chi si sveglia e allo specchio non si riconosce più, con la mia testimonianza vorrei dire a chi si troverà nella mia stessa situazione di non nascondersi, di non credere a chi vi dirà che siete dei mostri perché forse i veri mostri sono loro che non hanno un cuore, con la mia testimonianza voglio sensibilizzare l'opinione della gente sperando che chi legga comprenda quanto per una vittima di ustioni sia difficile essere guardati morbosamente, quanto faccia male sentirsi dire o udire parole dette a voce alta , come: MOSTRO , ROVINATA , FORSE È MEGLIO MORIRE CHE RIMANERE COSÌ. 

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