Omar Di Felice in bici tra i ghiacci islandesi

| L’ultraciclista romano, 37 anni, non è nuovo a imprese del genere: ha già corso in solitaria da Helsinki a Capo Nord in 8 tappe attraversando il circolo polare artico. Nell’isola coprirà 3.400 km senza alcun mezzo di assistenza al seguito

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di Piero Abrate

Una nuova sfida per l’ultraciclista romano Omar Di Felice che, archiviato con successo il “Giro d'Italia in solitaria” (3.600 km in appena 9 giorni), parte oggi  alla conquista dell'Islanda. Una nuova impresa in pieno inverno nella terra del ghiaccio. Proprio in queste ore il trentasettenne romano sta volando a Reykjavík per compiere una vera e propria impresa, questa volta completamente da solo e senza auto di supporto al seguito. Percorrerà, infatti, in nove giorni il periplo dell'isola lungo i 1.400 km della Ring Road, la suggestiva e pittoresca Route 1 con temperature che a sud  sono di poco sotto lo zero (sugli altipiani  arrivano a -10 gradi) ma nella parte settentrionale dell'isola oscillano, invece, tra i -25 °C e i -30 °C. Un percorso complessivo di 3.400 chilometri davvero improbo…

Ma cosa la spinge a simili imprese?

«Arriva un momento nella vita di un atleta in cui si sente il bisogno di “spogliarsi” e partire. Io sento questo bisogno così forte dentro di me da non poterlo più contenere. Ma questa volta sarà nel pieno cuore dell’inverno e, soprattutto, completamente da solo. Io, la mia arctic machine, i miei sogni, i miei pensieri e la mia voglia di avventura. Non avrò alcun mezzo di assistenza al seguito, non avrò una troupe di riprese e nessuno racconterà per me le pedalate in diretta».

Come è iniziata questa voglia d’avventura?

«Tutto è iniziato dieci anni fa, quando decisi di prendere uno zaino, caricarci dentro un bel po’ di cose invernali e partire. “Serve che tu parta da solo, proprio sotto le feste di Natale?” 
Si, serviva farlo. Avevo 26 anni, appena compiuti. Il sogno del professionismo appena interrotto, a metà tra il dispiacere per una parentesi durata poco e l’orgoglio di aver dimostrato a me stesso che ero stato in grado di realizzare quel sogno negli anni in cui il ciclismo era una professione difficile e controversa. Il traguardo della laurea, e quel primo anno di lavoro intenso. Di giorno lavoravo, fino a tardi. La sera mi fermavo nel mio ufficio davanti al pc. Srotolavo le mappe e sognavo la meta ideale, quella su cui riversare tutti i primi risparmi. Il resto lo avevano fatto le musiche dei Sigur Ros, sempre sussurrate alle orecchie e la voglia di scoprire dentro di me quale fosse la vera strada che avrei percorso nella vita. Un viaggio solitario, a piedi, scoprendo che in realtà l’esplorazione era l’unica strada percorribile».

Cosa si attende a questa esperienza islandese?

«Andrò lassù, senza una meta precisa né un obiettivo. So che pedalerò ogni giorno, mi immergerò in quella pace, lascerò che il freddo si impossessi di me, che il vento spazzi via ogni pensiero, sentendomi libero di fermarmi e ripartire ogni qualvolta ne avrò il desiderio. Mi fermerò a respirare ad ogni angolo di meraviglia, fotograferò, scriverò, canterò silenziosamente e danzerò sul ghiaccio. Cercherò di raccontarvelo in maniera diversa dal solito. Meno cronaca, meno “spettacolo”, ancor più sentimento. Ancora più poesia. Ancora più “avventura”. Ma con il bisogno, questa volta, di viverla solo con me stesso. Nel mio silenzio. Il silenzio di chi sa che è in fondo al cuore che si nascondono le emozioni più intense. Porto con me la “arctic machine” e sulle spalle, simbolicamente, quello zaino che tuttora mi ricorda dove tutto ha avuto inizio».

 

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