Miki Biasion: “La Delta Integrale? Potrei rifarla io”

| ESCLUSIVO - Due volte sul podio per il titolo mondiale, per questo alla Delta resta legato in modo indissolubile. Intervista piena di “amarcord” in cui il campione confessa di avere ancora un sogno da realizzare

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È un po’ come nominare la maniglia senza citare la serratura, oppure il fumo evitando l’arrosto, l’ago e il filo, la paglia e il fieno: inizi a parlare della Delta, l’integrale della Lancia, e girala quanto ti pare, ma prima o poi finisci col fare un nome: Miki Biasion.

Non può essere altrimenti: lui sulle Delta ci ha vinto due mondiali rally, nel 1998 e l’anno successivo, diventando l’ultimo nome italiano a conquistare il tetto del mondo di una specialità fatta per gente tosta, che ai circuiti preferisce polvere e sterrati. Così, mentre le cronache raccontano dell’idea imprenditoriale di far rivivere la Delta Integrale, e gli appassionati si sognano addosso, Miki accetta di parlarne, anche perché non può farne a meno: “La Delta per me è come una figlia, nient’altro che questo”.

Senti questa, Miki: abbiamo pubblicato un articolo sul possibile ritorno della Delta, anche se pare limitata a pochissimi esemplari, e si è scatenato l’inferno. Che ne pensi?

“Penso che solo a sentire quel nome, Delta, mi tremano ancora i polsi: non solo sono riuscito a portare al debutto tutte e tre le versioni come pilota, ma ho partecipato in prima persona allo sviluppo tecnico. Conosco la Delta forse meglio di casa mia. Non sono invece al corrente del progetto di cui parli: so che c’è un appassionato che le recupera dagli sfasciacarrozze e le trasforma in versioni a tre porte, poi ho sentito parlare di una ‘Stratos” su base Ferrari. Mah”.

Bello, quel “Mah”.

“È un po’ malinconico, perché basta guardarsi intorno: tanti costruttori hanno messo mano già da tempo a modelli gloriosi. Basta citare la Mini, la 500 per Fiat e la 124, più di recente. Non è mai successo per la ‘Lancia Delta’ ed è un peccato, perché sono certo che rivisitandola senza stravolgerla diventerebbe un enorme successo commerciale”.

Invece?

“Invece no: quando Marchionne è entrato alla guida del gruppo FCA ha dato spazio ai marchi che promettevano risultati migliori, e Lancia già allora non è che vivesse grandi fortune. Mi piacerebbe, certo, che Lancia tornasse a sfornare modelli nuovi, ma forse in questo momento sarebbe come tentare di far rivivere Marilyn Monroe”.

I segnali di un triste futuro del marchio ci sono. Uno per tutti: l’ultimo modello ancora in circolazione, la ‘Ypsilon’, è datato 2011. Sette anni fa.

“E dire che se fossi un costruttore, io il marchio Lancia lo comprerei al volo. Anzi, lancio un appello: se mai qualcuno lo comprasse senza avvisarmi la riterrei un’offesa personale”.

E la Delta integrale?

“Quella potrei rifarla io: ho un progetto curato in ogni dettaglio e nel tempo ho anche provato a proporlo a qualcuno, ma non è andata bene. Peccato: ora saremmo qui a parlare di altro”.

Un ricordo, uno solo, legato alla Delta.

“Le vittorie, vabbè, tutte belle e sofferte, ma una più delle altre: quella del ‘Safari’, esattamente trent’anni fa. Era un’impresa che avevano tentato tutti, e non so neanche io come, ma sono riuscito a far diventare la ‘mia’ Delta la regina d’Africa”.

Le automobili riempiono sempre le tue giornate?

“Ero un pilota, ora mi accontento di essere un grande appassionato, soprattutto di quelle d’epoca. A proposito di Lancia: il prossimo 9 settembre, a Vicenza, ho organizzato un raduno europeo aperto a vetture lancia di ogni tempo: chi ne ha una in garage se lo segni. Lo aspetto”.

Ma non corri proprio più?

“Ogni tanto scappa, dai, è normale: l’ultima delle 10 Dakar a cui ho preso parte risale a quattro anni fa. Mi piaceva l’idea di tenere alti ancora una volta i colori italiani. Poi qualche sfida fra vecchie glorie, se capita: ma basta così, giuro”.

 

Massimo, detto Miki

Doveva chiamarsi Michele, se non fosse che la nonna, presa dall’emozione per quel nipotino pronto da coccolare, si sia sbagliata, registrandolo in anagrafe come Massimo. Poco male: per tutti sarà sempre e solo “Miki”.

Figlio di Bassano del Grappa, vicentino, zona di nebbia, cucina forte e di gente che ha visto da vicino tutte le guerre possibili, fin da piccolo Miki è attirato da qualsiasi cosa vada a motore. Sale su una moto, ma dopo un paio di cadute lascia perdere.

Sequestra la Renault 5 della mamma e si presenta i nastri di partenza di una corsa per niente ufficiale che qualcuno ha organizzato dalle parti di Asiago: non succede nulla, o meglio, succede tutto. Non vince, ma è la scintilla che incendia il futuro: corre a comprarsi una Opel Kadett GTE e visto che c’è bisogno di uno a fianco che legga le mappe chiede a un suo compagno di scuola, un certo Tiziano Siviero, se ne ha voglia. Se qualcuno, a quei due, avesse detto un giorno vincerete due mondiali rally, probabilmente lo avrebbero investito, perché va bene sognare, ma non così tanto.

La loro prima gara a Modena, nel 1979, poi la Kadett si arrende e al suo posto arriva un’Ascona che vale i primi successi: il quinto posto al “Targa Florio” e il quarto all’Elba. Risultati che attirano l’attenzione di “Opel Italia”, lesta a legarsi a quei due bassanesi che vanno come matti.

Sui calendari si sono fatti gli anni Ottanta, quello di Miki è ormai un nome che conta e che può scegliere: rifiuta il rinnovo con la Opel per accettare quello della “Jolly Club”, scuderia legata direttamente al marchio Lancia. La sua “037”, nome che è leggenda pura, infila traguardi ovunque, dalla Spagna al Portogallo, dal Belgio a San Marino. Nel 1986, la prima stagione come pilota ufficiale “Lancia”: al volante della “Delta S4” Miki vola in Argentina e torna con il primo posto.

Quando si mettono di mezzo i regolamenti, che aboliscono i gruppi “B”, a Miki tocca in dote la “Delta” e prima che il decennio finisca, si porta a casa due mondiali, 1988 e 1989, poi il glorioso marchio torinese sceglie di abbandonare le competizioni sportive e Miki passa alla Ford: prima la Sierra, subito dopo la Escort. Tanto non cambia, vince ovunque.

Nel 1994 l’ultima stagione in veste di pilota ufficiale, ma non la voglia correre: si porta a casa un Sanremo con la “Subaru Impreza” non ufficiale, poi si lascia affascinare dai “Rally Raid” e con un “Iveco Eurocargo” si toglie lo sfizio di due Coppe del Mondo consecutive.

Finito? Ci mancherebbe. Nel 2002 arriva secondo alla massacrante “Dakar”, e quattro anni dopo si mette in testa di ripetere l’impresa con una Fiat Panda Cross 4x4, ma non riesce. Lo sanno tutti: avesse avuto la sua Delta, sarebbe andata in modo diverso.

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