Come ti perdo la bomba atomica

| Aerei precipitati, sommergibili inabissati, voli scomparsi, carichi gettati: è lungo l’elenco degli errori per i quali sono andati perduti ordigni nucleari altamente pericolosi, con danni e pericoli

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di Marco Belletti

In questi giorni, in cui si parla di “ripudiare” l’accordo sugli armamenti nucleari firmato a Washington l’8 dicembre 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbačëv (l’Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty sviluppato durante il vertice di Reykjavík dell’11 ottobre 1986) alcuni mezzi di informazione hanno dato ampio spazio alla notizia della bomba atomica “perduta” in Spagna nel gennaio 1966 da un aereo statunitense. Si trattò di un incidente che coinvolse un bombardiere americano, in seguito al quale quattro bombe nucleari (che non erano armate, cioè non esisteva la reale possibilità che causassero un’esplosione atomica) precipitarono e una fu ritrovata soltanto 81 giorni dopo…

Il cielo sopra Palomares

Era il 16 gennaio quando un bombardiere B-52 Stratofortress decolla con quattro testate nucleari da una base dell’aeronautica militare statunitense in North Carolina per pattugliare i confini dell’Unione Sovietica nell’ambito dell’Operazione Chrome Dome, il programma che garantiva un attacco immediato in caso di dichiarazione di guerra.

Durante il ritorno negli Stati Uniti il giorno dopo, nei cieli della Spagna il B-52 avrebbe dovuto effettuare il rifornimento di carburante collegandosi a un aereo-cisterna Boeing KC-135 Stratotanker, in grado di trasportare oltre 68mila litri di carburante da trasferire ad altri aerei.

Purtroppo qualcosa non va per il verso giusto e i due velivoli entrano in collisione: la fusoliera del KC-135 viene colpita duramente dal bombardiere e dallo squarcio fuoriesce tutto il carburante che avvolge i due aerei facendoli esplodere uccidendo sette persone, l’intero equipaggio dell’aereo-cisterna e tre uomini del bombardiere. In quattro riuscirono a lanciarsi dal B-52: il capitano si schiantò al suolo (ma sopravvisse) e gli altri tre – i cui paracadute si aprirono troppo in quota – finirono in mare alla deriva dove furono comunque salvati da alcuni pescatori.

L’allarme fu immediato e da numerose basi aeronautiche tutte le truppe disponibili furono trasportate verso Palomares, il villaggio nel sud-est della Spagna nel cui cielo era avvenuto il disastro.

Già la sera tutti i superstiti erano stati tratti in salvo e fu verificato che nessun abitante del villaggio fosse rimasto ferito. Iniziò così la ricerca delle quattro bombe nucleari trasportate dal B-52.

Si trattava di ordigni oltre 100 volte più potenti di Little Boy, la prima nucleare americana che annientò Hiroshima: una fu recuperata intatta, altre due schiantandosi a terra scoppiarono generando ampi crateri nei pressi del villaggio e – pur senza innescare un’esplosione nucleare – propagarono plutonio contaminando colture e terreni agricoli. All’epoca, nessuno parlò di radiazioni e così furono numerose le persone che cercarono il quarto ordigno per giorni e giorni in campi contaminati e senza equipaggiamento protettivo. Ma la bomba non fu trovata, con grave imbarazzo per gli Stati Uniti e molta paura per gli abitanti della zona.

Si ipotizzò fosse precipitata in mare, anche in seguito alla testimonianza di un pescatore che affermava di aver visto ammarare più membri dell’equipaggio di quanti ne fossero stati tratti in salvo. E così l’11 febbraio la Marina mise a disposizione il sommergibile Alvin che oltre al pilota permetteva il trasporto di due osservatori ed era equipaggiato con diverse macchine fotografiche e un braccio articolato. Le ricerche con Alvin proseguirono senza successo fino al 24 marzo quando la bomba fu trovata e legata a un cavo che tuttavia si ruppe, facendola riprecipitare sul fondo marino. L’ordigno fu nuovamente avvistato il 2 aprile e un secondo tentativo di recupero fallì. Finalmente, il 7 aprile - esattamente 81 giorni dopo l’incidente - la bomba nucleare tornò in superficie e messa in sicurezza.

Nel frattempo un imprecisato numero di soldati americani giunto nei pressi di Palomares aveva scavato quasi tre chilometri quadrati di terreno, estirpando ogni genere di pianta e spedendo tutto al complesso nucleare di Savannah River, in South Carolina, dove pare che tutto il materiale sia stato smaltito.

Nonostante la rimozione del terreno, ulteriori test effettuati negli anni Novanta hanno rivelato nel villaggio livelli molto elevati di americio (un prodotto del plutonio in decomposizione) e hanno messo in evidenza che ben 50 mila metri cubi di terreno erano ancora radioattivi. Solo nel 2015 gli Stati Uniti hanno ripulito la contaminazione residua. Complessivamente il governo americano se l’è cavata con l’esborso di meno di 750 mila dollari per chiudere le 536 richieste spagnole di risarcimento.

Ordigni abbandonati

Purtroppo l’incidente di Palomares non è stato l’unico e neppure l’ultimo in cui ordigni nucleari sono andati persi: di bombe atomiche ufficialmente smarrite dagli Stati Uniti se ne contano almeno otto (senza considerare un paio di missili con testate nucleari lanciati per sbaglio e finiti chissà dove…) ma conoscendo le capacità “insabbiatorie” dei servizi segreti americani, forse all’appello ne mancano altre. Impossibile invece anche solo ipotizzare quante potrebbe averne perse Mosca, considerando l’estrema discrezione con cui i sovietici diffondevano le informazioni… soprattutto in caso di fallimenti. Inoltre, negli anni si sono aggiunti altri Paesi che ora dispongono di armamenti nucleari e quindi potrebbero subire incidenti analoghi. Come per esempio la Cina, altra nazione poco propensa a divulgare informazioni. Quindi, un bilancio degli ordigni nucleari perduti in questi poco più di 70 anni non è ipotizzabile e forse è meglio non pensarci…

Il primo smarrimento di cui si ha notizia risale al 10 marzo 1956, quando un bombardiere B-47 con due capsule nucleari partì dalla Florida verso una destinazione europea che ancora oggi è top secret. Il primo dei due rifornimenti in volo che l’aereo doveva effettuare prima di raggiungere la destinazione finale non ebbe problemi, ma al secondo “pit-stop” il B-47 non arrivò mai e scomparve nei cieli del Mediterraneo, inabissandosi con il suo carico umano e nucleare e ancora oggi non è ben chiaro dove possa trovarsi.

Il 28 luglio dell’anno successivo un aereo da trasporto C-124 che si stava dirigendo verso una base nel Delaware, accusò un avaria: due motori persero potenza e il comandante – non riuscendo più a far mantenere la quota al velivolo – decise di sganciare le due armi nucleari che aveva a bordo sopra l’oceano Atlantico al largo della costa orientale degli Stati Uniti. Il carico atomico (che non disponeva della capsula di materiale fissile) anche in questo caso si inabissò andando perduto per sempre.

Nel febbraio 1958 – secondo alcune fonti il 5, per altre il 12 – in Georgia, sopra la città di Savannah, un bombardiere B-47 che trasportava una bomba atomica senza il suo nucleo fissile si scontrò in volo contro un caccia F-86. Entrambi i velivoli rimasero seriamente danneggiati e, dopo che il B-47 aveva tentato più volte senza successo di atterrare, il Dipartimento della Difesa statunitense ordinò all’equipaggio di abbandonare l’ordigno in mare prima di provare ulteriormente a prendere terra, per scongiurare il rischio di una tragica esplosione. La bomba fu cercata con sottomarini e sonar per oltre due mesi, fino al 16 aprile, quando le ricerche furono interrotte e l’ordigno considerato irrimediabilmente perso.

Il 25 settembre 1959 un idro-pattugliatore marittimo P-5 Marlin che trasportava a bordo un ordigno nucleare di profondità – anche in questo caso disarmato della sua capsula fissile – si schiantò in mare vicino a Whidbey Island, nel Washington. I dieci membri dell’equipaggio si salvarono ma la bomba non fu mai ritrovata.

Un paio d’anni dopo, il 24 gennaio 1961 a Goldsboro in North Carolina, a un bombardiere B-52 cedette l’ala destra: l’aereo si spezzò in due parti, tre membri dell’equipaggio morirono e le due bombe nucleari trasportate precipitarono. Il paracadute di una si aprì e l’ordigno atterrò senza danni. Invece, il secondo paracadute non si aprì del tutto e la bomba precipitò spargendo componenti su una vasta area. Sebbene le ricerche fossero rapide e approfondite, il nucleo dell’ordigno – altamente arricchito di uranio – non fu mai ritrovato. In quell’occasione il Pentagono ammise che nei sedici anni dal termine della Seconda Guerra Mondiale gli incidenti con armi nucleari erano già stati 60, compresi i già citati due missili con testata nucleare lanciati per sbaglio e finiti chissà dove.

Il 5 dicembre 1965 un caccia A-4E Skyhawk armato con una bomba atomica sprofondò in acqua da una portaerei al largo dell’isola giapponese Ryukyu. Nel punto in cui si inabissò l’aereo, l’oceano Pacifico è profondo oltre 5 mila metri. Ancora oggi non si sa che fine abbia fatto la bomba: quasi sicuramente la pressione ne causò l’implosione, con una forte emissione di materiale radioattivo in profondità.

Infine – dopo l’incidente in Spagna a Palomares – il 21 maggio 1968 il sottomarino USS Scorpion affondò a 740 chilometri a sudovest delle Azzorre, mentre stava ritornando negli Stati Uniti dopo tre mesi di addestramento nel Mediterraneo. Lo scafo è ora sul fondale atlantico, a oltre 3.300 metri di profondità con il suo carico di 99 uomini d’equipaggio e due siluri con testata nucleare che è praticamente impossibile – ancora oggi – recuperare.

Radiazioni killer?

Dopo l’incidente spagnolo, nel quale la bomba fu comunque recuperata, furono numerosi i dubbi sollevati sulla correttezza con cui le forze armate statunitensi gestirono lo smaltimento del materiale radioattivo. Secondo un’indagine del “Times”, dei 40 veterani identificati dal giornale e coinvolti nella ricerca della bomba nel 1966, nel 2016 ben 21 avevano un cancro e nove erano morti a causa di un tumore.

Collegare questo tipo di malattia a un solo e tutto sommato ridotto nel tempo periodo di esposizione alle radiazioni non è scientificamente corretto: infatti, non esistono studi per valutare se le radiazioni assorbite hanno un’incidenza elevata sulla malattia. In ogni caso, negli anni molti militari hanno accusato l’Air Force di averli obbligati a ripulire l’area contaminata senza attrezzatura protettiva, in alcuni casi sembra anche dando da mangiare alle truppe le verdure contaminate scartate dagli spagnoli.

Ovviamente il muro di omertà, che sempre in casi come questo si erge e difesa di scelte scellerate, ha impedito di fare chiarezza sui fatti, e molto probabilmente non si potrà mai conoscere davvero la verità.

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