Donne di carattere, tra Medioevo e Rinascimento

| Chiara, Iolanda, Margherita, Anna Maria e Carlotta hanno in comune tra loro l’11 agosto e in periodi difficili per il sesso femminile hanno dimostrato di avere coraggio per difendere (anche davanti ai potenti) interessi, figli, idee

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di Marco Belletti

Chiara Scifi nacque ad Assisi intorno al 1193 e morì nella stessa città l’11 agosto 1253, motivo per cui viene commemorata in questa data come santa Chiara d’Assisi. È stata una religiosa collaboratrice di san Francesco e fondatrice dell’ordine delle monache clarisse, canonizzata nel 1255 da Alessandro IV e dichiarata santa patrona della televisione e delle telecomunicazioni nel 1958 da Pio XII.

Era figlia del conte Favarone di Offreduccio degli Scifi e di Ortolana, entrambi di Assisi. Sembra che la madre fosse una donna autonoma e coraggiosa e che la figlia le somigliasse nel carattere tanto che, nonostante vivesse in una delle famiglie più ricche della città, vestiva in modo dimesso anziché con abiti adatti al suo rango. Della sua giovinezza si conosce ben poco: Tommaso da Celano, autore di una biografia della santa, la descrisse riservata, dedita alle preghiere e alle rinunce ma il suo testo è evidentemente un’agiografia scritta per esaltare le doti di santità della donna. La sorella Beatrice, durante il processo di canonizzazione, raccontò dei rapporti tra Francesco e Chiara e sembra sia stato il santo patrono d’Italia e spingerla a rinunciare alla sua vita terrena per intraprendere quella monacale. Tagliati a zero i capelli (forse dallo stesso Francesco) Chiara si recò dalle monache benedettine di clausura di San Paolo delle Abbadesse – a Bastia Umbra – dove i suoi familiari andarono a cercarla cercando di riportarla a casa (afferma l’agiografo) anche con la forza. Chiara dimostrò allora tutto il suo carattere, rifiutandosi di seguirli e mostrando il capo rasato da penitente.

Il primo miracolo di Chiara risalirebbe a un paio di settimane dopo quando, raggiunta dalla sorella Agnese, impedì a genitori e parenti di portarla via, prima rendendo inamovibile il corpo di Agnese e quindi bloccando il pugno che lo zio paterno Monaldo stava per sferrare alla nipote.

Altrettanta forza e determinazione Chiara pose nel difendere a oltranza la sua idea di spiritualità: in quel periodo la Chiesa riteneva che la religiosità femminile si dovesse esprimere esclusivamente con la clausura e affinché le donne potessero dedicarsi alla preghiera e all’automortificazione, avevano bisogno di rendite derivanti da proprietà. Era quindi impossibile un monastero femminile interamente dedito alla povertà. Il IV Concilio Laterano del 1215 vietava l’istituzione di nuove regole, per cui Chiara avrebbe dovuto sottostare alla regola benedettina che imponeva di ricevere rendite, quindi di venir meno al principio di povertà assoluta tanto caro a lei e a Francesco. E quando nel 1226 Francesco morì, il papa Ugolino tentò di convincere Chiara a possedere qualche bene, ottenendo per risposta un categorico rifiuto: la donna non si piegò alla volontà del pontefice e riuscì a ottenere il rinnovo del “privilegio dell’altissima povertà” ma solo per il monastero di San Damiano dove viveva. Questa regola “ad personas” fu concessa il 9 agosto 1253, due giorni prima che Chiara morisse.

 

La principessa che lottò per i propri figli

Iolanda di Aragona nacque a Barcellona l’11 agosto 1384 e fu principessa aragonese, duchessa consorte di Angiò, contessa consorte della Maine, contessa consorte di Provenza e di Forcalquier e regina consorte del Regno di Napoli e di Gerusalemme. Quando nel 1400 sposò Luigi II d’Angiò, i due consorti furono chiamati re e regina di quattro regni: Sicilia, Gerusalemme, Cipro, e Aragona. In realtà Iolanda non ebbe mai simultaneamente l'autorità su tutte queste terre, le sole a essere sempre sotto la sua giurisdizione furono i feudi in Francia: la Provenza e l'Angiò.

Quando nel 1396 morì suo padre Giovanni I, la corona d’Aragona andò allo zio, infante don Martino, anziché a Iolanda o alla sorellastra Giovanna: nel 1407, dopo la morte senza eredi di Giovanna, Iolanda rinnovò la sua pretesa al trono e nel 1410 – alla morte di Martino I – richiese il trono per il figlio Luigi.

Dopo alcuni anni di trono vacante che portò l’Aragona sull’orlo di una guerra civile, con il compromesso di Caspe fu eletto re Ferdinando di Antequera e Luigi perse la possibilità di divenire sovrano in uno dei regni di cui i genitori portavano il titolo. Iolanda così spostò le sue attenzioni verso altri scranni: rimasta vedova nel 1417, sostenne il figlio nel rivendicare il regno di Napoli e ottenne che nel 1424 fosse nominato erede al trono e duca di Calabria. Nel 1434, alla morte di Luigi, fu nominato erede Renato – l’altro figlio di Iolanda – che effettivamente riuscì a diventare re di Napoli, almeno per qualche anno.

Nell’ambito della guerra dei cent’anni, Iolanda scelse di sostenere i nazionalisti francesi (i cosiddetti Armagnac) contro Inghilterra e Borgogna, fornendo supporti morali e materiali al Delfino francese Carlo per salire al trono. Sembra che Iolanda abbia addirittura adottato Carlo, proteggendolo da complotti e tentativi di ucciderlo, portandolo lontano dalle dimore familiari e dalle macchinazioni dei parenti, ospitandolo nei suoi castelli della Loira. E, facendogli sposare la figlia Maria, divenne anche sua suocera. Proprio grazie all’aiuto di Iolanda il giovane sarà poi incoronato re come Carlo VII di Francia.

Iolanda morì nel 1443 senza smettere mai di aiutare e consigliare il genero che tuttavia, alcuni anni dopo la morte della suocera, inviò una delegazione a Barcellona per richiedere – senza troppo successo – il pagamento della dote della regina Maria, mai versata.

 

La marchesa che si scoprì reggente

Margherita Paleologa nacque a Pontestura (in provincia di Alessandria) l’11 agosto 1510, terza e ultima figlia del marchese del Monferrato Guglielmo IX e di Anna d’Alençon. Morto il padre quando i figli erano ancora bambini, il marchesato passò al fratello Bonifacio con la reggenza della madre mentre la sorella Maria fu promessa in sposa a Federico II Gonzaga, futuro duca di Mantova il quale – nell’attesa che la giovane sposa avesse età da matrimonio – ebbe dall’amante Isabella Boschetti due figli, Alessandro ed Emilia.

Quando nel 1530 morì Maria (seguita dopo pochi mesi dal fratello Bonifacio) Federico Gonzaga decise di mantenere il contratto matrimoniale sposando Margherita, con il beneplacito di Anna d’Alençon per la quale le nozze erano la soluzione ideale per difendere il Monferrato dalle mire di conquista francesi e dei Savoia.

Nel 1540 Federico morì di sifilide e il titolo di duca di Mantova passò al primogenito Francesco che aveva solo sette anni: Margherita fu pertanto nominata reggente con i cognati fino alla maggiore età del figlio. La donna si trovò così costretta a governare sia il ducato del marito sia il marchesato ereditato dal padre senza aver mai avuto un’educazione specifica, essendo la terzogenita destinata unicamente a un matrimonio di convenienza.

Durante la reggenza per il figlio Francesco, il buon governo di Margherita permise un riassestamento delle finanze ducali, con un forte sviluppo della città. Francesco morì di polmonite nel 1550 e il titolo ducale passò così al secondogenito, il dodicenne Guglielmo, per cui la reggenza di Margherita proseguì con un secondo periodo in cui la donna fece istituire il magistero della Rota, introdusse unità di misurazione univoche per pesi e distanze, migliorò il porto fluviale di Mantova e le fortificazioni delle difese murarie.

Nel 1556 terminò la reggenza e Guglielmo, preso il potere, decise di assegnare alla madre il governo di Casale Monferrato che conservò fino alla morte, nel 1566.

 

La mancata granduchessa di Firenze

Anna Maria Luisa de' Medici – ultima rappresentante della casata fiorentina – nacque a Firenze l’11 agosto 1667, figlia del granduca Cosimo III e di Margherita Luisa d’Orléans. Per evitare l’estinzione della “linea granducale” dei Medici, il padre trascorse buona parte della sua vita prima cercando di concederla in moglie alle corti di mezza Europa (Spagna, Portogallo, Francia, Inghilterra e Savoia) e in seguito tentando di farla riconoscere come propria erede legittima anche se donna.

Quando Anna Maria Luisa nacque, i rapporti tra i genitori erano così deteriorati che la madre – accortasi di essere incinta – aveva tentato di procurarsi un aborto. La nascita della secondogenita non migliorò la relazione dei coniugi. Fallito ogni tentativo di riconciliazione, Margherita abbandonò la Toscana nel 1675 e la figlia – cresciuta dalla nonna paterna – non la rivide più.

Finalmente, nel 1691, Cosimo riuscì a far sposare la figlia ventiquattrenne all’elettore del Palatinato Giovanni Guglielmo, e già l’anno dopo Anna Maria Luisa rimase incinta ma abortì: voci dell’epoca ritenevano avesse contratto la sifilide dal marito, rimanendo sterile, ma alla riesumazione delle sue ossa nel 2012 fu effettuato un esame che non trovò tracce della malattia. Non riuscendo ad avere figli, la donna rivolse tutte le sue attenzioni all’arte e divenne mecenate di numerosi artisti, dando lustro alla corte del Palatinato. Inoltre, fece costruire il sontuoso castello di Bensberg, ristrutturando completamente una costruzione preesistente: la principessa affermava che la vista che si godeva sulle colline circostanti le ricordava il paesaggio toscano.

Alla morte del marito nel 1716, Anna Maria Luisa tornò a Firenze. Il padre cercò un’ultima volta di renderla sua erede – decretando che alla morte della figlia la corona di Toscana sarebbe poi passata alla casa d’Este – ma i reali europei non accettarono questa proposta e Anna Maria Luisa si ritirò a palazzo Pitti riordinando le collezioni d’arte di famiglia. È proprio questa sua passione che l’ha resa famosa e ha fatto la fortuna di Firenze. Infatti la donna stipulò con i Lorena (i nuovi governanti della città) un patto che stabiliva che non si potessero trasportare “o levare fuori della Capitale e dello Stato del Granducato gallerie, quadri, statue, biblioteche, gioje e altre cose preziose... della successione del Serenissimo GranDuca, affinché esse rimanessero per ornamento dello Stato, per utilità del pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri”.

In pratica, se oggi Firenze è una delle più importanti città d’arte del mondo il merito è tutto dell’ultima dei Medici.

 

La duchessa manager

Nata l’11 agosto 1730, Carlotta Amalia d'Assia-Philippsthal era figlia del langravio Carlo I d'Assia-Philippsthal e della principessa Cristina di Sassonia-Eisenach: nel 1750 venne data in sposa al duca Antonio Ulrico di Sassonia-Meiningen (più anziano di 43 anni) al quale diede otto figli. Quando il marito morì – dopo averla nominata nel testamento unica reggente del Paese e tutrice dei loro figli – Carlotta Amalia prese in mano la gestione di un Ducato completamente rovinato, sia economicamente sia finanziariamente.

La donna diede il via a riforme di razionalizzazione della corte con forti risparmi e, appoggiandosi a nuovi ministri particolarmente competenti, in un solo anno riportò l’amministrazione centrale a livelli d’efficienza tali che fu soprannominata la “salvatrice del Ducato”.

Il suo brillante e intelligente modo di risparmiare e un attento sistema di analisi delle finanze di corte la fecero notare dall’imperatore Giuseppe II, il quale la nominò direttrice del “Consiglio imperiale del debito”, per gestire il ducato di Sassonia-Hildburghausen, ormai sprofondato senza speranza in forti debiti.

Carlotta Amelia si dimise dal proprio ruolo nel 1782 quando il figlio Giorgio I divenne maggiorenne: la sua reggenza rese il ducato di Sassonia-Meiningen un esempio virtuoso nel panorama europeo e diede il via all’assolutismo illuminato. Quando morì nel 1799 dietro sua esplicita richiesta si fece seppellire nel cimitero cittadino anziché nella cripta principesca.

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