Il lungo cammino della festa più folle

| Il Carnevale attraverso i secoli, dalle origini raccontate da Plutarco a un documento firmato da un Doge, che nel 1094 lo nomina per la prima volta

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di Marco Belletti

A sentire lo storiografo Plutarco - che gli dedicò una biografia - Numa Pompilio, secondo re di Roma dopo Romolo, era noto per la sua pietà religiosa.

Mamurio Veturio era invece un fabbro che realizzò alcune copie dello scudo Ancile, regalato a Numa dal dio Marte e che il re fece replicare in numerosi esemplari per ingannare eventuali ladri. Mamurio non volle essere pagato per il suo lavoro, chiese invece di essere ricordato dal popolo. Numa lo accontentò, ordinando ai custodi degli scudi di invocarlo nei loro canti e dedicandogli la festa di fine e inizio del nuovo anno, tra febbraio e marzo, che fu detta Mamuralia.

A questa leggenda molto seria (che probabilmente ha qualche legame con un evento realmente accaduto, a parte forse lo scudo sceso dal cielo) qualche storico fa risalire la nascita del carnevale. Infatti, nella festa Mamuralia un vecchio mascherato e vestito di pelli rappresentava l’anno vecchio, inseguito e colpito anche con piccole verghe dai bambini, tra grandi risate, per far posto all’anno nuovo. Brutto scherzo quello del pio Numa Pompilio all’avido di fama Mamurio…

Basta carne, siamo in quaresima!

Come tutti sappiamo, il carnevale è una festa gioiosa tipica della religione cattolica con festeggiamenti e parate in cui la fanno da padrone elementi giocosi e fantasiosi. Anzi, l’elemento che maggiormente caratterizza il carnevale è la maschera.

La parola deriva dal latino “carnem levare” - cioè eliminare la carne - e indicava l’ultimo ricco banchetto del martedì (risulta evidente il motivo per cui quel giorno è diventato grasso…) che precedeva il periodo di astinenza e digiuno della Quaresima.

Oltre che dagli sberleffi al povero Mamurio, il carnevale deriva probabilmente da festività molto antiche. Durante le dionisiache greche e i saturnali romani si aveva un rovesciamento dei ruoli sociali e delle gerarchie, lasciando spazio allo scherzo e alla dissolutezza. Queste feste oltre a essere un periodo spensierato, erano anche un momento di simbolico rinnovamento, durante il quale metaforicamente il caos prendeva il posto dell’ordine costituito, in una sorta di rito liberatorio per consentire alla comunità di prepararsi in modo gioioso all’adempimento dei propri normali doveri sociali, che rientravano in vigore al termine della festa.

Già in epoca egizia, una festa (poi importata nell’impero romano) in onore della dea Iside prevedeva la presenza di gruppi mascherati. E a Babilonia il dio salvatore Marduk (rappresentante dell’ordine e del bene) che combatteva e vinceva il drago Tiamat (il caos e il male) era celebrato con processioni in cui uomini mascherati rappresentavano allegoricamente le forze del caos.

In pratica, una volta all’anno, per lo più in occasione dell’arrivo del nuovo anno, era lecito comportarsi da pazzi: chi non ha mai sentito l’espressione “semel in anno licet insanire”? Nei saturnali gli schiavi erano per un giorno promossi padroni, i quali servivano i loro schiavi. In Mesopotamia il re era deposto e umiliato dalla popolazione.

Maschere come demoni

In questo contesto le maschere servivano ad allontanare e annullare un influsso magico o maligno (quello che i linguisti definiscono significato apotropaico) perché chi le indossava assumeva le caratteristiche dell’essere “soprannaturale” che rappresentavano, normalmente proveniente dagli inferi.

Infatti, il rapido passaggio dall’ordine al caos e viceversa nel breve volgere di pochi giorni (la durata dei festeggiamenti), rendeva il carnevale una festa molto “dinamica” che in un certo senso autorizzava - con l’arrivo imminente della primavera, quando la terra comincia a manifestare la propria energia - il rapido andirivieni dagli inferi delle anime.

Le maschere incarnavano quindi gli antenati, le anime dei morti che tornavano a visitare i vivi e che, per poter restare nel nostro mondo, andavano dotate di corpi provvisori.

Il passaggio dai demoni e dai diavoli che tornano tra noi alle maschere scherzose tipiche del carnevale, che hanno perso le loro originali caratteristiche malvagie, è davvero visibile e palese, nonostante sia avvenuto in un lungo periodo.

Alichino il dispettoso

Dante fa comparire nel suo Inferno un demone che chiama Alichino: fa parte delle cosiddette Malebranche protagoniste dei canti dal XXI al XXIII. Gli studiosi danteschi pensano che il sommo poeta nella scelta del suo diavolo si sia ispirato al demone Hellequin, che nel folklore europeo era identificato con il demonio. Probabilmente dalla Francia e dalla Provenza giunse nell’Italia settentrionale in varie versioni (Annequin, Hennequin o Hannequin), dalle quali Dante avrebbe derivato Alichino, rendendo il nome completamente italiano. E, tra l’altro, anche stranamente simile ad Alighieri, il suo cognome…

Ed è proprio con il padre della lingua italiana che questo demone compare per la prima volta nella nostra letteratura. Tra l’altro, la figura di Alichino è decisamente comica - tanto che a un certo punto si azzuffa con un altro demonio, di nome Calcabrina, in un divertente siparietto - ed è quindi già molto lontano dallo spirito luciferino e cattivo di Hellequin, il cui nome a sua volta derivava da Hölle König, ossia re dell’inferno.

È evidente che attraverso passaggi successivi lungo secoli di storia (Hölle König, Helleking, Hellequin, Alichino…) siamo arrivati alla maschera forse più famosa di tutto il Carnevale e della commedia dell’arte: quell’Arlecchino nato a Bergamo ma in seguito adottato da Venezia, che con il suo vestito fatto di toppe è diventato un’icona inconfondibile tanto in teatro quanto nelle feste carnevalesche.

Finalmente il suo nome!

La prima citazione del termine carnevale sembra appaia in un documento del Doge Vitale Falier risalente al 1094. Per ritrovarlo (anche nella forma “carnevalo”) bisogna attendere la fine del XIII secolo, nei testi satirici nei confronti dei villani del giullare Matazone da Caligano, e la seconda metà del 1300 con i racconti del novelliere Giovanni Sercambi.

Nella pittura, l’opera forse più famosa dedicata al Carnevale è l’olio su tavola del pittore olandese Pieter Bruegel il vecchio, intitolata “Lotta tra carnevale e quaresima”. Nel dipinto, la piazza di un paese piena di gente assiste al simbolico combattimento tra il carnevale e la quaresima. Il primo - nella parte sinistra del dipinto - è rappresentato da un grasso uomo su un barile che dispone di succulente pietanze. La quaresima invece è una donna esangue e cerea, con a disposizione soltanto due aringhe.

Inoltre, personaggi mascherati sono presenti in alcuni dipinti di uno dei maggiori interpreti del Settecento veneziano, Canaletto.

I mille carnevali italiani

Quello di Venezia è sicuramente uno dei più famosi carnevali del mondo e le sue prime edizioni sembra risalgano alla fine del 1100. Un editto del 1296 è il primo documento ufficiale con cui il Senato della Repubblica Veneziana dichiara il carnevale una festa pubblica e festivo il giorno precedente la quaresima.

La tradizione del carnevale viene interrotta nel 1797 dall’occupazione napoleonica e dal dominio austriaco: verrà ripristinata quasi duecento dopo, alla fine degli anni Settanta del ventesimo secolo.

Da allora la festa è diventata una vera kermesse in grado di attirare turisti da ogni parte del mondo.

Anche quello di Ivrea (in Piemonte) è uno dei carnevali più antichi, famoso per le battaglia delle arance: si tratta dell’allegoria di una leggendaria rivolta dei cittadini contro il tiranno della città, ucciso da una mugnaia che stava per subire lo “ius primae noctis”.

La guerra civile che ne seguì è oggi rappresentata dalla battaglia a colpi d’arancia tra il popolo (gli arancieri a piedi) e l’esercito (quelli sui carri) mentre il corteo della mugnaia sfila per la città lanciando dolci alla popolazione.

Altri famosi carnevali italiani sono quello di Viareggio, caratterizzato da carri allegorici con caricature in cartapesta di personaggi famosi; quello di Acireale, uno dei più famosi in Sicilia, contraddistinto dalla sfilata dei carri infiorati, così detti perché ricoperti da migliaia di fiori freschi; quelli di Putignano (in provincia di Bari) e di Fano (nelle Marche) le cui prime edizioni risalgono alla metà del 1300.

Il ritardo di sant’Ambrogio

In quasi tutta Italia il carnevale tradizionalmente inizia il giorno successivo all’Epifania e finisce il martedì (grasso, come visto) precedente il mercoledì delle ceneri, giorno in cui inizia la quaresima.

Esiste però il rito ambrosiano (a Milano e dintorni) dove il carnevale finisce il sabato che precede la prima domenica della quaresima, cioè quattro giorni dopo il martedì grasso.

La leggenda narra che il vescovo di Milano Sant’Ambrogio, di ritorno da un pellegrinaggio e atteso per celebrare i riti della quaresima, ebbe un contrattempo, arrivando in città il sabato, per cui la popolazione lo aspettò prolungando il carnevale sino al suo arrivo. Più probabilmente il motivo del prolungamento è che anticamente la quaresima iniziava di domenica e la religione introdusse in un secondo tempo i giorni dal mercoledì delle Ceneri, per portare a quaranta i giorni di digiuno effettivo.

Una curiosità, per concludere. L’uso dei coriandoli risale al Rinascimento, quando frutti secchi di coriandolo ricoperti di zucchero erano lanciati a carnevale e nei matrimoni. Con il tempo, i coriandoli del carnevale sono diventati di carta e dai mille colori, mentre ai matrimoni i semi di coriandolo sono stati sostituiti dalle mandorle ricoperte di zucchero, i confetti.

STORIA
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