Le domeniche di sangue, Russia e Belfast

| Per i russi sono due date del gennaio 1905, il 9 ed il 22, per gli irlandesi sarà sempre s soltanto il 30 gennaio del 1972. Sono le date di carneficine che hanno insanguinato altrettante dimostrazioni di piazza finite nel peggiore dei modi

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di Marco Belletti

 

Che cosa hanno in comune l’espressione russa Кровавое воскресенье (pronunciabile Krovavoe voskresenbe) e quella gaelica Domhnach na Fola? Più di una. Entrambe possono essere tradotte in italiano “domenica di sangue”. Entrambe si riferiscono a feroci e spietate repressioni di manifestanti da parte di esercito e polizia: la prima nell’allora capitale russa San Pietroburgo, l’altra nella cittadina irlandese di Derry. Entrambe, infine, sono legate a fatti accaduti nella seconda metà di gennaio.

Prove di rivoluzione

In realtà, dovesse capitarvi di chiedere a due storici – uno nato in Russia e l’altro nell’Europa Occidentale – di parlarvi della “domenica di sangue” di San Pietroburgo, rimarreste confusi dalle loro iniziali affermazioni. Infatti, il primo vi spiegherebbe che il 9 gennaio i reparti dell’esercito e della Guardia imperiale aprirono il fuoco contro una manifestazione pacifica di dimostranti disarmati diretti al Palazzo d’Inverno per presentare una supplica allo zar Nicola II. Il secondo, al contrario, spergiurerebbe che questo spargimento di sangue, che di fatto diede il via alla rivoluzione russa, avvenne il 22 gennaio. Sull’anno, almeno, sarebbero d’accordo: il 1905.

Questa differenza di data è dovuta al fatto che il Papa Gregorio XIII nell’ormai lontano 1582 riformò il vecchio calendario (introdotto da Giulio Cesare e quindi detto giuliano) che – a causa di un difetto di calcolo rispetto al calendario solare – non rispettava più l’andamento delle stagioni. Con la bolla “Inter gravissimas” nacque il calendario gregoriano e così, nel breve arco di una notte (quella di giovedì 4 ottobre), buona parte dei cattolici europei si risvegliarono dieci giorni dopo, il 15 ottobre che fu arbitrariamente deciso fosse un venerdì… 

Al contrario, la Chiesa Ortodossa non si adeguò al cambiamento (ora sì, tranne che per la celebrazione di alcune sue festività) per cui ecco spiegato il motivo della differenza di data.

Prime vittime sulla prospettiva Nevskij

In ogni caso, prima o seconda metà di gennaio che fosse, in quella drammatica domenica d’inizio Novecento furono molte le persone che seguirono il pope Georgij Gapon (si parla di oltre 100 mila manifestanti) in direzione del Palazzo d’Inverno, dove risiedeva lo zar, partendo da ciascuna delle undici sezioni dell’Assemblea degli operai russi.

Verso le 10 nei pressi della prospettiva Nevskij (la principale arteria di San Pietroburgo, citata tra l’atro da Gogol e Battiato) ci furono le prime vittime, ma il grosso del corteo – con Gapon accompagnato da rivoluzionari, dirigenti dell’Assemblea e operai – non si accorse di nulla: dalla folla s’innalzavano canti religiosi misti a lodi allo zar e dai marciapiedi i passanti si scoprivano il capo e si facevano il segno della croce.

Verso le 11.30 la processione si imbatté in un reggimento di fanteria e in uno squadrone di cavalleria cosacca. Questi ultimi avevano l’ordine di disperdere i manifestanti e catturare Gapon, così caricarono il corteo che resistette compatto e continuò ad avanzare. I soldati fecero fuoco, pare nove scariche di fucileria: Gapon rimase illeso in mezzo ai cadaveri e fuggì. I superstiti si dispersero, molti di loro raggiunsero a gruppi il Palazzo d’Inverno. 

Anche gli altri cortei furono caricati, ma i sopravvissuti proseguirono ad ammassarsi all’entrata della piazza del Palazzo d’Inverno in attesa dell’arrivo di Gapon: che intanto, tagliati capelli e barba, si era nascosto in casa di un’amica.

Una carneficina con oltre 1.200 morti

Verso le 14 il generale Vasil’čikov al comando di circa 2 mila militari appostati di fronte al palazzo, ordinò di prepararsi a sparare. Poiché la folla non intendeva disperdersi, i soldati spararono una prima scarica che abbatté una dozzina di persone, alla quale seguirono altre, una delle quali rivolta a ragazzi arrampicati sugli alberi del giardino Aleksandrovskij. La folla disarmata sbandò e fuggì sulla prospettiva Nevskij dove fu attaccata dai cosacchi.

La sera lo zar annotò sul suo diario: «Le truppe hanno dovuto sparare in diverse parti della città, ci sono stati molti morti e feriti. Signore, com’è doloroso e pesante. Maman è venuta a trovarci dalla città direttamente per la messa. Abbiamo pranzato tutti insieme».

In pratica, non colse assolutamente le gravi conseguenze politiche di quella giornata.

Il giorno dopo la gazzetta ufficiale russa “Pravitel’stvennyj vestnik” pubblicò una prima stima di 76 morti e 233 feriti, modificata successivamente in 96 morti e 333 feriti. A metà febbraio il giornale del governo stabilì la cifra ufficiale definitiva di 130 morti e 299 feriti. In realtà la polizia, già dalla notte del 22 gennaio, fece interrare in fosse comuni di un paio di cimiteri un imprecisato, ma maggiore, numero di vittime. I media inglesi riferirono di 2 o 3 mila morti e di 5 o 8 mila feriti. In Francia, citando un ufficiale di polizia russo, parlarono di 10 mila tra morti e feriti. Gapon riferì nelle sue memorie di un numero di morti compreso tra i 6 e i 900 e di 5 mila feriti; lo storico del partito bolscevico Michail Pokrovskijdi parlò di centinaia di morti e di feriti; l’altro storico bolscevico Vladimir Nevskij sostenne furono un migliaio tra morti e feriti; infine, una commissione di giuristi calcolò che la sera del 22 gennaio negli ospedali di Pietroburgo vi fossero già 1.216 morti e più di 5 mila feriti. Oggi è ormai impossibile determinare il numero preciso delle vittime.

Quattordici morti dell’Irlanda cattolica

Numero e nomi delle vittime che invece conosciamo perfettamente per quanto riguarda la “Bloody Sunday” di Derry in Irlanda del Nord: il 30 gennaio 1972 il 1° Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico aprì il fuoco contro una folla di manifestanti per i diritti civili, colpendone 26 e uccidendone 14. Tredici morirono quel giorno, l’ultima persona quattro mesi più tardi per le ferite riportate.

Molti testimoni affermarono che le vittime erano disarmate, cinque furono colpite alle spalle e molti anni dopo un ex paracadutista inglese confessò di aver ucciso uno dei manifestanti mentre sollevava un fazzoletto bianco.

Il Governo britannico condusse due inchieste. La prima sostanzialmente prosciolse l’autorità e i soldati britannici da ogni colpa mentre la seconda, avviata nel 1998 e conclusa nel 2010, condannò senza alcuna giustificazione la condotta tenuta in quelle circostanze dall’esercito inglese.

L’esplosione di violenza di Derry aveva radici lontane. A partire dagli anni Sessanta il clima politico nell’Irlanda del Nord era divenuto feroce per il conflitto tra chi sosteneva il legame con il Regno Unito e chi invece propendeva per la riunificazione con l’Irlanda. I primi erano chiamati Unionists o Loyalists (differenziando chi faceva parte del ceto medio e chi della working class), erano protestanti discendenti dei coloni britannici giunti in Irlanda a partire dal XVI secolo, e costituivano i due terzi della popolazione nordirlandese. I secondi erano detti Nationalists o Republicans (sempre secondo le differenze di classe) ed erano cattolici discendenti degli antichi irlandesi.

Paracadutisti in armi

Nel 1970 l’organizzazione clandestina irlandese IRA (Irish Republican Army) aveva dato il via ad azioni di guerriglia contro l’esercito britannico e la polizia nordirlandese. La vita in Irlanda del Nord era ulteriormente complicata da scontri che opponevano i giovani protestanti ai cattolici, con molti interventi dei reparti antisommossa dell’esercito britannico e della polizia.

La manifestazione di Derry (o Londonderry come chiamavano la città gli unionisti) era solo una delle tante che si svolsero nell’Ulster (come sempre gli unionisti chiamavano l’Irlanda del Nord) per protestare contro la possibilità per la polizia di imprigionare senza processo una persona a tempo indefinito, solo con l’approvazione del Ministro degli Interni dell’Irlanda del Nord.

Il 30 gennaio 1972 i paracadutisti avevano l’ordine di disperdere la manifestazione, non autorizzata, cui erano presenti anche giornalisti e fotoreporter: i militari sostennero che aprirono il fuoco in risposta a colpi d’arma da fuoco che avevano subito. La sparatoria durò qualche minuto con la folla che immediatamente si disperse, lasciando tuttavia sul terreno le vittime, molte delle quali erano minorenni.

Effetti collaterali devastanti

Entrambe le due domeniche di sangue ebbero conseguenze gravissime. In Russia la strage di San Pietroburgo fu la scintilla che fece esplodere la prima rivoluzione, il cui evento simbolo è senza dubbio l’ammutinamento dei marinai della corazzata Potëmkin nel porto di Costanza. Fu alla fine soppressa, anche con vari pogrom, ma comunque pose le basi per la seconda rivoluzione, quella che nel 1917 destituì lo zar e fece nascere la repubblica socialista federativa sovietica russa.

Dopo la strage di Derry, la privazione dei diritti costituzionali (fatto di cui pochi erano a conoscenza al di fuori dell’Ulster) ebbe un’ampia diffusione mediatica con un’ondata di interesse e favore anche nel Regno Unito. Inoltre, la popolazione repubblicana e cattolica dell’Irlanda del Nord si avvicinò all’IRA più che ad altre associazioni non violente, spostando le rivendicazioni dal riconoscimento dei diritti civili e politici all’indipendenza dal Regno Unito. In pratica, la lunga e sanguinosa guerra civile che ne derivò si concluse – dopo aver causato oltre 3 mila morti – al termine degli anni Novanta.

Domeniche di sangue in musica

Nel 1897 il poeta rivoluzionario Gleb Maksimilianovič Kržižanovskij imprigionato nella prigione moscovita zarista della Butyrka per aver fondato insieme con Lenin l’Unione di lotta per l’emancipazione della classe operaia, aveva tradotto in russo una melodia popolare di origine polacca, la Varšavjanka. Questa canzone divenne in occasione della rivoluzione russa del 1905 un vero inno, totalmente identificato con la ribellione contro il regime degli zar, da essere considerato un canto popolare russo. Dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917 entrò a far parte del repertorio musicale anche dell’Armata Rossa.

Invece, il primo a dedicare una canzone ai fatti di Derry fu Paul McCartney con “Give Ireland Back to the Irish”, presentata nel febbraio 1972. Anche il suo ex amico John Lennon nel giugno dello stesso anno inseriva una canzone dal titolo “Sunday Bloody Sunday” nell’album “Some Time in New York City”. Il vero inno di quella triste domenica risale però al 1983 e si intitola di nuovo “Sunday Bloody Sunday”: ancora oggi è una delle canzoni più famose di quattro musicisti nati a Dublino, in Irlanda: gli U2.

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