Ne uccide più il virus della spada

| Oggi è il giorno della nascita, nel 1869, di un ricercatore i cui lavori - se avessero avuto seguito presso la comunità scientifica - avrebbero potuto cambiare il corso della storia o almeno la vita di milioni di persone

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di Marco Belletti

 

Che cosa hanno in comune Guillaume Apollinaire, Federigo Tozzi ed Egon Schiele? E se a questi tre artisti aggiungessimo Vincenzo Tiberio? Il primo è stato un poeta francese, il secondo uno scrittore italiano ancora molto sottovalutato, il terzo uno dei pittori e incisori austriaci più prolifici e l’ultimo un ricercatore scientifico della Marina Militare. Sembrerebbe proprio che non abbiano nulla in comune: passioni distanti, stili di vita differenti, nazionalità diverse, caratteri per niente simili... eppure qualcosa in comune c’è stato.

Tre artisti molto lontani tra loro

Guillaume Apollinaire è lo pseudonimo di Wilhelm Albert Włodzimierz Apollinaris de Wąż-Kostrowicki, nato a Roma nel 1880, figlio di un ufficiale svizzero che non lo riconobbe e di una nobildonna polacca. Si trasferisce in Francia in tempo per scrivere nel 1913 un saggio sul cubismo.

Considerato il rinnovatore della letteratura francese, a capolavori come “Alcools” e “Calligrammes”, Apollinaire affianca romanzi dallo stile decisamente esagerato, come il libro libertino e grottesco “Le undicimila verghe”.

Frattanto, per il suo carattere esuberante è sospettato nel 1911 di avere rubato la Gioconda dal Louvre, per cui viene arrestato per un breve periodo insieme all’amico Picasso. Autore del furto era stato un dipendente italiano del museo, Vincenzo Peruggia, che voleva riportare l’opera di Leonardo nella nostra nazione.

Allo scoppio della prima guerra mondiale, Apollinaire si arruola e nel 1916 viene ferito a una tempia, subendo un complesso intervento chirurgico.

Un paio d’anni dopo si sposa ma, indebolito dall’operazione, si ammala di quella che i medici definiscono “congestione polmonare”: viene trovato in stato d’incoscienza, probabilmente già morto, il 9 novembre 1918 nel suo attico parigino, dall’amico Giuseppe Ungaretti che era venuto a comunicargli la vittoria nella guerra. È sepolto nel cimitero Père Lachaise di Parigi.

Federigo Tozzi è uno scrittore italiano nato a Siena nel 1883 che per lungo tempo è rimasto ai margini della letteratura, pressoché misconosciuto e rivalutato solo molti anni dopo la sua scomparsa. Oggi è considerato uno dei più importanti narratori italiani del primo Novecento.

Dopo inizi difficili in cui i suoi romanzi - uno su tutti: “Con gli occhi chiusi” - non riscuotono successo nonostante l’appoggio (oggi si direbbe endorsement) anche di Luigi Pirandello che lo riteneva un ottimo autore, Tozzi nel 1920 pubblica per l’editore Treves “Tre croci” che finalmente alcuni critici e intellettuali dell’epoca considerano un capolavoro. Purtroppo, l’autore muore il 21 marzo 1920 colpito da una violenta polmonite.

Egon Leon Adolf Schiele nasce nel 1890 in Austria. Pupillo di Gustav Klimt, Egon Schiele (come si firmava) è uno dei maggiori artisti figurativi del primo Novecento ed esponente assoluto del primo espressionismo viennese. Talento precoce, nonostante sia morto a 28 anni, ha realizzato oltre 340 dipinti e 2.800 tra acquerelli e disegni.

I suoi soggetti più comuni sono uomini e donne che posano nudi, con i corpi contorti, spesso incompleti, che trasmettono disagio in chi li guarda. Con la scomparsa di Klimt, Schiele diventa il più importante pittore austriaco, ma pochi mesi dopo, il 31 ottobre 1918 muore a soli 28 anni, tre giorni dopo la giovane moglie incinta di sei mesi che il pittore ritrae a lungo durante l’agonia.

Umanità in pericolo

Se vi domandassero qual è la causa più comune di morte dell’umanità, sembrerebbe abbastanza semplice rispondere: le guerre. Fin dagli albori della nostra civiltà la lotta violenta per la sopravvivenza o il predominio su altre genti è stata un punto fisso dell’evoluzione: dall’homo sapiens che annienta i neandertaliani nel gelo dell’Europa neolitica, alla battaglia di Hamoukar che nel 5.500 a.C. (la più antica di cui si abbia conoscenza) vede la città nell’attuale Siria completamente distrutta; dalla battaglia di Qadesh tra Ittiti ed Egizi (ancora in Siria, la prima storicamente documentata) alle lunghe campagne greche in Oriente, alcune anche in Siria, dalle innumerevoli invasioni dell’antica Roma fino alle guerre sante medievali (tra Siria e Palestina) e via così fino alla soluzione atomica del secolo scorso o al trascurato conflitto che in questi giorni vede protagonista ancora una volta la Siria. Non è ovviamente possibile calcolare il numero di vittime a causa delle infinite guerre che hanno martoriato il nostro pianeta, ma allo stesso tempo non è possibile conteggiare neppure i decessi causati da epidemie e pandemie che da sempre hanno colpito l’umanità.

Molto probabilmente le morti per pestilenza sono di gran lunga superiori a quelle dei conflitti.

La prima epidemia di cui si ha certezza storica inizia nel 165, è conosciuta come la “peste antonina” (dal nome dell’imperatore romano che ne morì) e probabilmente era una pandemia di vaiolo, morbillo o meno probabilmente tifo, malattieportate a Roma dalle truppe dopo la guerra contro i Parti (il cui regno comprendeva anche, guarda caso, l’attuale Siria...). Nel periodo in cui il focolaio fu più virulento morivano, secondo lo storico romano Cassio Dione, oltre 2 mila persone al giorno nella sola capitale. La peste fu presente per quasi 30 anni e secondo alcune stime - oltre a decimare l’esercito romano - causò più di 30 milioni di morti, quando la popolazione non superava in tutto l’impero (secondo alcune fonti) i 50 milioni di abitanti.

Invece l’epidemia di peste che tra il 1347 e il 1352 imperversò in Europa (ma anche in Asia e nel vicino Oriente, motivo per cui fu definita anch’essa pandemia) fu chiamata la “peste nera”. Uccise almeno un terzo della popolazione europea anche se stime più pessimistiche affermano che i morti (50 milioni) sarebbero stati anche il 60 per cento della popolazione del nostro continente.

Da sempre la causa della peste nera fu addebitata ai topi, ma alcuni storici ultimamente hanno proposto una nuova teoria. Partendo dal fatto che quella pandemia esplose molto più rapidamente di qualsiasi altra senza nessuna documentata moria di ratti, genetisti e storici sono oggi propensi a pensare che l’epidemia fu diffusa dalle pulci che vivevano sugli uomini.

La spagnola, altro che grande guerra!

Con un altro salto di secoli arriviamo a parlare dell’influenza spagnola, una pandemia che tra il 1918 e il 1920 fu la principale causa di morte nel mondo. Fu così letale da essere considerata la più grave tragedia nella storia dell’umanità: ha causato più vittime della peste nera del XIV secolo e della prima guerra mondiale insieme. La cosiddetta grande guerra aveva ucciso circa dieci milioni di persone, quasi esclusivamente militari: in pochi mesi, l’influenza spagnola colpì un miliardo di persone uccidendone circa 60 milioni, di cui forse 650mila in Italia.

Deve il suo nome al fatto che la Spagna non era coinvolta nel conflitto mondiale e quindi non censurò le notizie dell’epidemia come fecero le altre nazioni, che per lungo tempo proseguirono a non parlarne e quindi a fingerla circoscritta proprio alla penisola iberica. In realtà il virus fu portato in Europa dalle truppe statunitensi che dall’aprile 1917 erano giunte in Francia. In Italia, il primo allarme fu lanciato a Sossano (un comune della provincia di Vicenza) nel settembre 1918, quando un capitano medico invitò il sindaco a chiudere le scuole per una sospetta epidemia di tifo.

A favorire la diffusione dell’epidemia furono indubbiamente le precarie condizioni igieniche in cui si trovavano a combattere i soldati, ammassati in trincee sporche e anguste su tutti i fronti. L’influenza spagnola mise in ginocchio l’Europa con un tasso di mortalità che in alcune aree raggiunse il 70%. Gli scarsi livelli di igiene, la mancanza di antibiotici (Vincenzo Tiberio aveva “intuito” la scoperta la penicillina nel 1895 ma solo Alexander Fleming nel 1928 ne scoprì l’efficacia) e l’iniziale mancanza di consapevolezza della gravità dell’epidemia furono i fattori scatenanti della più grave (finora) conosciuta pandemia che abbia mai colpito il genere umano.

Vorrei rubare quello che mi apparteneva...

Vincenzo Peruggia era un decoratore italiano che riteneva sbagliato che la Gioconda - capolavoro di Leonardo Da Vinci - fosse esposto al Louvre e non in un museo italiano. E così il 20 agosto 1911 si nascose in una camera del museo, nottetempo tolse il quadro dalla cornice e scappò fuggendo dalla classica porta sul retro... Fu scoperto circa due anni dopo quando provò a vendere la Gioconda a un gallerista italiano per qualche milione di lire: affermò di essere un patriota e che la sua nazione avrebbe saputo valorizzare di più l’opera di Leonardo. Blandamente punito, morì l’8 ottobre 1925, giorno del suo 44esimo compleanno.

All’impresa di Peruggia il cantautore Ivan Graziani dedicò nel 1978 la canzone “Monna Lisa”.

Il termine decimazione deriva da un’usanza in auge nell’antica Roma con cui si puniva un reparto militare. In pratica, si divideva la coorte che si voleva punire in gruppi di 10 legionari e ciascun gruppo sceglieva a sorte uno di loro che era ucciso dagli altri commilitoni, a bastonate o lapidato. Oggi il termine è utilizzato con il senso di forte riduzione di numero per qualsiasi ragione: decimati dall’influenza, per esempio.

E il nostro amico Tiberio?

Nel 1947, due anni dopo che fu assegnato ad Alexander Fleming il premio Nobel per la medicina, un ufficiale medico della Marina italiana ritrovò in una biblioteca un fascicolo degli “Annali di igiene sperimentale” che conteneva un testo dal titolo “Sugli estratti di alcune muffe” del dottor Vincenzo Tiberio. Nato l’8 maggio 1869, Tiberio fu un ricercatore e ufficiale medico della Marina italiana che scoprì il potere battericida di alcuni estratti di muffe, anticipando di circa 35 anni la scoperta della penicillina da parte di Alexander Fleming. Inoltre, secondo alcuni storici, annunciò il potere degli antibiotici ma non fu creduto.

Tra i presunti 60 milioni di morti dell’epidemia troviamo anche Apollinaire, Tozzi e Schiele, che persero le loro giovani vite proprio a causa dell’influenza spagnola. Ecco il punto che hanno in comune: avrebbero probabilmente potuto raccontare e disegnare capolavori che avrebbero reso più ricca l’umanità, ma non ne ebbero la possibilità. O meglio, se lo scritto di Tiberio del 1895 avesse avuto maggior seguito e la penicillina fosse stata usata contro l’influenza spagnola, forse oggi parleremmo di un militare italiano premio Nobel per la medicina, del più grande scrittore italiano, dell’immenso poeta francese, o ancora del nuovo stile artistico, solare e luminoso, che Schiele maturò dopo la nascita del suo primo figlio...

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