Popolo di beate, anarchici e ingegneri…

| L’8 agosto nel nome di chi aiuta le persone in difficoltà: da un istituto religioso alla legge Bacchelli, attraverso la tentata rivolta di un rivoluzionario russo. Sullo sfondo un mulino su un fiume e quello su un canale

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di Marco Belletti

Esattamente 33 anni fa, durante il primo governo di Bettino Craxi, fu promulgata la legge Bacchelli (n° 440 dell’8 agosto 1985) che prevede l’elargizione da parte dello Stato Italiano di un assegno vitalizio straordinario a chi vive in condizioni di estrema povertà e si è distinto in ambito culturale, artistico, sportivo e dello spettacolo. È il capo del governo – con un decreto, dopo la deliberazione del Consiglio dei Ministri e previa comunicazione al Parlamento – ad assegnare questo sostegno. Per poterne usufruire è necessario essere cittadini italiani, avere una certa fama, non avere pendenze penali, avere meriti acquisiti nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell'economia, del lavoro, dello sport, nei pubblici uffici.

Sono in molti che hanno beneficiato della legge Bacchelli: la prima fu la scrittrice Anna Maria Ortese, cui si sono aggiunti negli anni i poeti Roberto Rebora, Dario Bellezza, Alda Merini, Federico Tavan e Anna Cascella Luciani; i cantanti Ernesto Bonino, Joe Sentieri e Umberto Bindi; gli attori Diana Torrieri, Tina Lattanzi, Alida Valli, Franco Citti e Dria Paola; il pugile Duilio Loi; l’annunciatrice Fulvia Colombo; l’eroe di guerra Giorgio Perlasca; il pittore Guido Borgianni; gli scrittori Aldo Braibanti, Dante Arfelli, Saverio Strati e Gavino Ledda; lo storico del cinema Josè Pantieri; il soprano Anita Cerquetti; il compositore Guido Turchi; gli sportivi Zeno Colò, Riccardo Carapellese e Gino Colaussi; il filosofo Guido Ceronetti; il regista teatrale Antonino Colli; il giornalista Riccardo Orioles.

Gino Bartali e Franco Califano, pur vivendo in cattive condizioni economiche, rifiutarono di richiedere il vitalizio mentre Anita Ekberg non ne poté beneficiare in quanto (pur vivendo in Italia da oltre 50 anni) non aveva mai preso la cittadinanza. Laura Antonelli lo rifiutò negando (cosa non vera) di averlo precedentemente richiesto.

 

Uno scrittore fluviale

La legge deve il nome al primo beneficiario previsto, lo scrittore Riccardo Bacchelli che tuttavia non poté usufruirne in quanto morì esattamente due mesi dopo la promulgazione della norma.

Nato a Bologna nel 1891 – da un avvocato e amministratore cittadino di idee liberali e da una cittadina tedesca che insegnò la sua lingua anche a Giosuè Carducci – Riccardo Bacchelli ha scritto numerosi romanzi ma deve la sua fama sostanzialmente a un paio di titoli fondamentali nella sua produzione. Il primo è “Il diavolo al Pontelungo” del 1927, in cui vengono narrate le storie del mondo anarchico italiano di fine Ottocento: tra i protagonisti compare anche Michail Bakunin, a Bologna per ispirare e contribuire ai moti del 1874, poi falliti.

L’opera più importante di Bacchelli, con un posto di rilievo nella storia della letteratura italiana, è sicuramente il ciclo di tre romanzi “Il mulino del Po”, scritti tra il 1938 e il 1940 e pubblicati in volume unico nel 1957. I romanzi sono un minuzioso lavoro di ricerca nella cultura e nella storia locale e narrano la saga di quattro generazioni della famiglia Scacerni – i cui componenti vivono grazie al mestiere di mugnai sulle rive del Po – unendo e sovrapponendo alla vicenda principale quelle di numerosi altri personaggi lungo un secolo di storia visto dalla prospettiva dei contadini del delta del Po ferrarese: dal periodo napoleonico alla prima guerra mondiale passando attraverso il Risorgimento, l’unificazione d’Italia, il brigantaggio e le prime lotte sociali.

 

Un canale nel parco

I mulini sul Po erano uno scenario comune in quell’epoca in cui si sfruttava la corrente fluviale per avere l’energia sufficiente a far lavorare la macina. Il pericolo maggiore erano le piene stagionali che molto spesso provocavano danni ai mulini.

Per ovviare a questo inconveniente particolarmente sentito nel primo e più impetuoso corso del Po, l’ingegnere idraulico Ignazio Michelotti progettò e fece costruire a Torino un canale, che prese poi il suo nome, che correva parallelo al fiume per un tratto di oltre 3 chilometri, tra il ponte di piazza Vittorio Veneto e quello oltre la cosiddetta chiesa della Madonna del Pilone, nei cui paraggi visse a lungo Emilio Salgari [vedi qui l’articolo di Italia Star Magazine dedicato a Salgari].

Ignazio Michelotti nato a Torino nel 1764, fu professore presso la Regia Università, ispettore generale del corpo reale degli ingegneri civili e minerari, socio delle Accademie delle Scienze di Modena e di Torino e della Reale Accademia di Agricoltura di Torino, direttore dei fiumi e ispettore superiore dei canali nazionali. Scrisse un “Regolamento per le strade, ponti e acque” voluto da re Vittorio Emanuele I e per un anno nel 1832 fu sindaco di Torino.

La sua opera sicuramente più significativa è la realizzazione – terminata nel 1816 dal figlio – del canale cui fu assegnato il suo nome, per deviare l’acqua del Po, fornendo energia ad alcuni opifici, a un mulino e a una ruota per il pompaggio dell’acqua. Il canale fu costruito da operai che scavarono praticamente a mano per cinque mesi.

Prima della costruzione del canale, i mulini erano galleggianti e quindi soggetti alle piene del fiume, piuttosto frequenti. Il progetto di Michelotti, con la realizzazione di una diga per garantire una costante portata d'acqua, riscosse un notevole successo nell’opinione pubblica e suscitò approvazione da parte dei contemporanei: il filosofo Nietzsche – che in quel periodo risiedeva a Torino – definì l’area “ricca di acqua tra verdi sponde, un silenzio profondo”. Un lungo viale alberato separava il canale dal fiume creando così un’area molto apprezzata dai torinesi.

 

Uno sciopero nel parco

A partire dal 1° marzo 1913 lo spazio intorno al canale Michelotti ospitò circa 6 mila operai in sciopero che ogni mattina manifestavano la loro contrarietà alle sempre più difficili condizioni sociali in cui vivevano. In quel periodo Palmiro Togliatti era studente a Torino (compagno di studi di Antonio Gramsci) e ha ricordato così quei giorni in uno dei suoi scritti: “A certe ore del mattino, quando abbandonavamo l’aula e dal cortile uscivamo nei portici avviandoci verso il Po, incontravamo frotte di uomini diversi da noi, che pure seguivano quella strada. Tutta una folla si dirigeva verso il fiume e i parchi sulle rive, dove in quei tempi venivano confinati i comizi dei lavoratori in sciopero o in festa”.

Nel frattempo, alla fine dell’Ottocento, per migliorare le prestazioni del canale era stata rialzata la diga. Tuttavia, negli anni, la mutazione della città verso una industrializzazione sempre maggiore e il cambiamento delle modalità con cui veniva prodotta la farina e l’energia elettrica fece sì che il canale fu dapprima abbandonato e quindi definitivamente chiuso a metà degli anni Trenta del Novecento. Per coprirlo furono utilizzati i milioni di metri cubi di macerie prodotte dalla demolizione delle case che costeggiavano via Roma in Torino, che il governo fascista volle completamente rinnovare nello stile.

Scomparso il canale, l’area si trasformò in un parco ormai vicino al centro urbano e nel secondo dopoguerra al suo interno trovò spazio il giardino zoologico cittadino. Inaugurato nell’ottobre 1955 fu in seguito ampliato con un padiglione contenente il rettilario e l’acquario, definiti tra i più moderni del mondo. Intitolato ai fratelli Augusto e Guido Molinar, titolari di una ditta specializzata nell’importazione di animali esotici, il giardino zoologico fu definitivamente chiuso al pubblico nel marzo 1987 quando erano presenti ancora oltre mille animali: fu il primo zoo italiano a essere smantellato, anticipando la legge che impose di ripotare nel loro habitat tutti gli animali. Tra l’altro, nei trent’anni di attività dello zoo, furono numerosi gli incidenti mortali: nel 1956 un elefante scappò dalla sua gabbia e uccise uno struzzo, nel 1960 tre orsi nati nello zoo vennero uccisi dagli altri plantigradi presenti nella gabbia, nel 1972 un ippopotamo morì per aver mangiato una bambola lanciatagli da una bambina, nel 1986 due zebre morirono per un incendio scoppiato nella loro stalla.

 

Una suora nel parco

Da allora l’area è tornata a essere un parco, intitolato a Michelotti, al cui interno corre un viale anch’esso chiamato Michelotti, ma dedicato non all’ingegnere idraulico, bensì a suor Anna Michelotti, vissuta nella seconda metà del XIX. Nata nel 1843 ad Annecy – in Savoia, ma a quel tempo parte dello stato sabaudo – rimase precocemente orfana e a 19 anni prese gli ordini come suor Giovanna Francesca della Visitazione. Si trasferì quindi a Torino dove diede vita a un nuovo istituto religioso che chiamò delle Piccole Suore del Sacro Cuore di Gesù per gli ammalati poveri, che fu ufficialmente riconosciuto l’8 agosto 1875 dall’allora arcivescovo di Torino, Lorenzo Gastaldi, mentre la sua costituzione fu definitivamente approvata dalla Santa Sede nel 1940.

Dopo inizi particolarmente difficili – contraddistinti da estrema povertà, abbandoni e frequenti morti delle religiose – l’attività delle piccole suore ricevette nel 1879 un forte aiuto da Antonia Sismonda, una benestante damigella della corte reale che (venuta a conoscenza del misero stato in cui operavano le piccole suore) mise a loro disposizione la villa che possedeva sulla collina di Torino fino al 1882, anno in cui le religiose riuscirono ad acquistarne una a Valsalice, nei pressi dell’omonimo istituto di studi superiori salesiano, fondato da san Giovanni Bosco (confessore di suor Anna) nel 1879.

Anna Michelotti morì quarantacinquenne il 1° febbraio 1888, il giorno dopo Don Bosco e fu beatificata nel 1975 da papa Paolo VI.

 

Un diavolo d'anarchico

Michail Bakunin fu un anarchico, filosofo e rivoluzionario russo, considerato uno dei fondatori dell’anarchismo moderno. Nel 1865 venne in Italia per cercare adepti alle sue teorie politiche e per sradicare l’influenza di Mazzini nelle società operaie. Il pensiero di Bakunin ebbe grande popolarità nel nostro Paese dopo la nascita della Comune di Parigi nel 1871, condannata da Mazzini come la negazione dell'idea di nazione e difesa dall’anarchico come modello di rivoluzione antiautoritaria e federalista: furono numerosi i mazziniani che presero posizione a favore di Bakunin, affluendo nei gruppi della Prima Internazionale. L’8 agosto 1874 Bakunin era a Bologna e fomentò un’insurrezione anarchica che voleva aiutare la classe operaia cittadina. Il tentativo insurrezionale fu tuttavia preparato con dilettantismo e fallì: gli agitatori Abdon Negri e Andrea Costa e gli altri cospiratori furono arrestati dai Carabinieri, invece Bakunin riuscì a fuggire travestendosi da prete e a rifugiarsi a Zurigo. L’episodio è narrato da Riccardo Bacchelli nel romanzo “Il diavolo al Pontelungo”.

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