San Valentino nella storia: altro che amore

| Il “giorno dell’amore” del 1929, in un garage Chicago va in scena una delle peggiori stragi della mafia americana: a volerla il famigerato Al Capone

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di Marco Belletti

Con il termine incipit - con l’accento sulla prima “i”, dal verbo latino incipĕre, cioè incominciare - vengono definite le frasi con cui iniziano i libri o le prime parole pronunciate in un film. Incipit famosi sono quelli di ‘Anna Karenina’ (“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”), di ‘La metamorfosi’ (“Una mattina Gregor Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato, nel suo letto, in un insetto mostruoso”), di ‘Lo straniero’ (“Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”), o quello di ‘Guerre Stellari’: “Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…”.

Ovviamente ognuno ha il suo incipit preferito. E Altrettanto interessanti sono le frasi finali, soprattutto nei film, che restano impresse nell’immaginario collettivo, forse più degli incipit.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia” afferma Humphrey Bogart in ‘Casablanca’. “Si chiamava Roberto, il cognome non lo so, l’ho conosciuto ieri mattina” dice abbattuto Vittorio Gassman in ‘Il sorpasso’. “Beh… nessuno è perfetto!” si sente dire a Jack Lemmon in ‘A qualcuno piace caldo’.

Due musicisti, anzi due… musiciste!

Nonostante sia un’opera completamente di fantasia, quest’ultimo film - diretto da Billy Wilder e distribuito nelle sale nel 1959 - oltre ad avere una delle battute finali più fulminanti e conosciute di sempre, ha nel suo incipit un chiaro riferimento storico, un fatto di cronaca realmente avvenuto. I due musicisti squattrinati Jack Lemmon e Tony Curtis sono involontari testimoni di una strage di mafia e nel loro tentativo di fuggire ai sicari del boss “Ghette” Colombo si travestono da donne e fuggono a Miami.

Ne nasce una commedia considerata tra le migliori del cinema statunitense, con equivoci, travestimenti e gag memorabili, che si conclude appunto con la frase rivolta dal miliardario innamorato Osgood Fielding II (interpretato dall’attore caratterista Joe Brown) a Jerry/Daphne (Jack Lemmon) che gli ha appena dichiarato che non può sposarlo in quanto è un uomo.

Oltre alla coppia Curtis/Lemmon va ovviamente ricordata anche l’attrice femminile, una splendida Marilyn Monroe che interpretava la parte (tutto sommato calzante) di bionda e bella cantante, suonatrice di ukulele con il vizio dell’alcool, reduce da delusioni sentimentali e a caccia di un ricco da sposare. Miliardario che invece avrebbe chiesto la mano a Jack Lemmon…

Tra i pettegolezzi legati al film, Curtis avrebbe detto che baciare Marilyn Monroe era stato come “baciare Hitler”, affermazione poi smentita dallo stesso attore. Che tuttavia, anni dopo, affermò di avere avuto una relazione con l’attrice in seguito alla quale sarebbe rimasta incinta per poi perdere il bambino.

Alphonse Gabriel detto “Al”

Il fatto di cronaca cui “A qualcuno piace caldo” fa riferimento è la cosiddetta ‘strage di San Valentino’, il massacro con cui gli uomini di Al Capone sterminarono la banda rivale dell’irlandese George ‘Bugs’ Moran il 14 febbraio 1929 a Chicago. Il gangster italo-americano mise termine alla guerra per il controllo della città e del mercato degli alcolici, vinta con questa operazione a scapito della mafia irlandese. Complessivamente furono sette le persone assassinate.

Il fatto che questa strage sia avvenuta nel giorno di san Valentino è del tutto casuale: fu scelto il 14 febbraio perché quel giorno Capone sarebbe stato a Miami, convocato da un giudice federale per un interrogatorio, e il viaggio gli avrebbe così fornito un alibi inattaccabile.

Falsi poliziotti per veri gangster

Il commando mafioso fu guidato dall’autista e luogotenente di Capone accompagnato da quattro uomini. Si presentarono travestiti da poliziotti. Gli uomini di ‘Bugs’ furono colti di sorpresa e credendoli davvero agenti si lasciarono disarmare e portare via.

Non furono ovviamente condotti in una centrale di polizia, ma in un garage dove vennero uccisi a colpi di mitragliatore. Finirono letteralmente crivellati: gli investigatori contarono almeno una cinquantina di colpi per ogni corpo. All’arrivo della vera polizia uno dei gangster era ancora incredibilmente vivo e, prima di morire, ebbe la forza di affermare che nessuno gli aveva sparato.

La strage di san Valentino rimane uno dei più violenti regolamenti di conti nella storia della malavita americana e per molti anni nessuno riuscì ad accusare Al Capone, che era diventato il nuovo boss di Chicago grazie al massacro, in quanto il suo alibi riuscì a reggere. Anzi, le indagini furono dapprima indirizzate lungo la pista dei poliziotti corrotti, in quanto molti testimoni videro uomini in divisa aggirarsi nei pressi del luogo dell’esecuzione.

Anche il corpo di Moran, il capo mafioso irlandese, sarebbe dovuto essere insieme con quelli dei suoi uomini, ma non fu trovato e alcuni storici affermano che sia stato l’unico superstite della strage. Con ogni probabilità, secondo la teoria, una delle vittime fu uccisa al posto suo, per una forte somiglianza fisica. In realtà potrebbe anche essere che - in qualità di boss - il suo destino sia stato un altro, con una vendetta personale di Capone che potrebbe averlo ucciso con le sue mani in un secondo tempo. L’unica certezza è che da allora più nessuno ha visto Moran e ne ha sentito parlare.

In pratica, grazie alla strage di san Valentino, Al Capone rimase l’unico e incontrastato padrone di Chicago per una decina d’anni, quando venne arrestato per evasione fiscale e incarcerato ad Alcatraz: morirà il 25 gennaio 1947 a Miami (la stessa città dove fu poi ambientato ‘A qualcuno piace caldo’) per una forma di sifilide contratta in giovane età.

Uno sfortunato regalo di san Valentino

Sempre a proposito di san Valentino, Marilyn Monroe nel suo ultimo film ‘Gli spostati’ di John Huston – in cui recitò a fianco di Clark Gable, anch’egli al suo ultimo film, che anzi uscì dopo la morte dell’attore – interpretava la solita parte della donna separata e delusa dai suoi amori, ruolo che le aveva “scritto addosso” Arthur Miller: lo scrittore e all’epoca marito dell’attrice dichiarò che lo script era un regalo di san Valentino per la moglie.

Regalo quanto mai nefasto: le riprese terminarono a novembre del 1960, due settimane dopo Gable morì, Monroe e Miller si separarono nel gennaio 1961 (anche se il loro rapporto era già in crisi da tempo) in quanto il comportamento di Marilyn, sul set e nella vita domestica - a causa del largo consumo di droghe e alcool - era piuttosto instabile, con una particolare insofferenza verso il marito. Marilyn sarebbe morta nell’agosto del 1962.

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