Detroit, la capitale dell’auto che ama le bici

| Con un clamoroso pacchetto di norme che penalizzano gli automobilisti, l’ex “Motor City” sceglie clamorosamente di voltare la faccia all’industria dell’auto per sposare in pieno la mobilità ecologica

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Di Germano Longo
È sempre stata la città delle grandi industrie e di una voglia di produrre che sembrava una rivincita nei confronti delle altre metropoli americane, quelle a cui il destino aveva regalato geografie e climi migliori. Detroit, contea di Wayne, ad un passo dal Canada, dai grandi laghi d’America e i boschi che all’inizio del 1700 attiravano i cacciatori di pellicce, e qualche anno dopo avrebbero fatto la stessa cosa con i colossi industriali americani dell’automobile.

Acqua passata, roba quasi da dimenticare, scoprendo che l’antica “Motor City” ha pronta la più clamorosa rivoluzione urbana di tutti gli Stati Uniti. In primo piano, secondo una legislazione che attende solo il via libera del Senato, ci sono i ciclisti, con un pacchetto di tutele e protezioni legali mai viste da nessun’altra parte. Per gli automobilisti, in quella che fino all’altro ieri sembrava la loro culla, si prospettano tempi duri: sanzioni durissime per chi al volante di un’auto mette in pericolo la vita di un ciclista, e obbligo a tutte le auto di tenersi ad almeno un metro e mezzo di distanza da qualsiasi mezzo dotato di pedali.

È un regalo, certo, ma anche una rivoluzione copernicana in piena regola proprio perché a volerla è Detroit, città in cui ad essere coccolate e tutelate sono sempre state le auto. C’è di mezzo un po’ di marketing d’alto bordo, per tentare di recuperare il tempo perduto rispetto ad altre metropoli americane che hanno già sposato da tempo l’ecologia delle due ruote, contribuendo ad alimentare cifre che parlano di 900mila americani che ogni giorno si spostano in bici, ma anche il bisogno di tamponare la strage quotidiana di ciclisti: una quarantina di morti e duemila feriti all’anno, di cui almeno una ventina uccisi mentre “andavano dritti”, come recitano i verbali della polizia.

Dalla Motor City alla bancarotta

Per Detroit, al di là della storia e dei soliti pionieri, c’è una data scolpita nella memoria e nel sangue: il 1904, l’anno in cui il giovane e rampante industriale Henry Ford, figlio dei sobborghi di Detroit, realizza la prima, leggendaria “Model T” in un autonoleggio di Mack Avenue. Passa pochissimo tempo e da quell’esperimento che “mette le ruote all’America”, nasce un’industria vera e propria che attira tutti gli altri, quelli che sarebbero diventati gli altri colossi, dalla General Motors ai fratelli Dodge, per finire a Walter Chrysler.

Detroit decolla, letteralmente: all’inizio degli anni Quaranta nasce la “Davison”, la prima autostrada urbana al mondo, ma la “working class” inizia a capire di essere il carbone necessario ad un motore che non può più fare a meno di loro. Pensieri che cavalcano a piene mani sindacalisti come Jimmy Hoffa, partito bene ma finito in odore di mafia e letteralmente svanito nel nulla qualche anno dopo.

Per lunghi anni, tutta l’America guarda verso Detroit: trovare casa lì è impossibile, il lavoro abbonda e l’american dream sembra aver trovato una casa tutta nuova dove crescere e diventare robusto. Qualche problema c’è, qua e là: nel 1967 arriva la “12th Street Riot”, la sanguinosa rivolta della città costata la vita a 43 persone, iniziata per un raid della polizia al “Blind Pig”, un bar notturno privo di licenza, e conclusa a forza dall’esercito.

Per contro, Detroit diventa una delle città più frizzanti dal punto di vista musicale: nasce la “Motown Records”, etichetta con una scuderia di artisti che faranno grande la “black music” come Stevie Wonder, Diana Ross, i Jackson Five e Marvin Gaye. Un’ascesa che prosegue idealmente con i “Kiss” e Louise Veronica Ciccone, la futura “Madonna”, nata anche lei in un sobborgo di Detroit ma emigrata a New York a diciannove anni in cerca di fortuna.

Eppure alla “Motor City” la musica non basta per sopravvivere, e a premere sul freno ci si mette anche la crisi petrolifera che negli anni Settanta azzoppa l’industria automobilistica americana: è una discesa inesorabile verso un baratro inesorabile che nel 2009, costringe Chrysler e General Motors a portare i libri in tribunale, in un tracollo senza speranza che convince Barack Obama a mettere mano ai soldi pubblici prestando 80 miliardi di dollari.

E non è neanche il peggio: il punto massimo della discesa verso gli inferi Detroit lo tocca la notte del 18 luglio 2013, quando il governatore Rick Snyder si schiarisce la voce e  dichiara il fallimento della città, piegata su se stessa da un debito che ormai ha raggiunto i 20 miliardi di dollari.

“What I do have to do to be saved?”, recita una scritta sul fianco della Michigan Central Station che evoca il senso di smarrimento di una città: “cosa devo fare per essere salvata”? Detroit diventa una delle città più violente d’America, gli abitanti oggi sono scesi a meno di 720mila, quando negli anni Cinquanta superavano i due milioni. “Requiem for Detroit”, si intitola un documentario che Julian Temple ha voluto dedicare a quella che un tempo era la “Motor City”, l’orgoglio d’America.

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