I 40 della Dakar, la gara infernale

| Proprio in queste ore prende il via l’edizione del quarantennale, dal 2007 emigrata in Sudamerica ma sempre durissima per uomini e mezzi

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Di Germano Longo
Brutto spavento, quello di Thierry Sabine, pilota francese di Neuilly-sur-Seine che nel 1977, durante la Nizza-Abidjan, fu prima dichiarato disperso e per fortuna ritrovato, anche se un po’ malconcio. Un altro, forse chiunque altro, avrebbe appeso moto o macchina che fosse in garage per darsi agli scacchi: lui no, sceglie di vendicarsi, e a modo suo. Il 26 dicembre dell’anno successivo prende il via la prima edizione della “Parigi-Dakar”, una gara destinata a diventare leggenda, roba tosta per gente dalla pelle dura come il cuoio. Fino al 2007 nulla cambia: si parte dalla Ville Lumiére, si scende attraverso il deserto del Sahara e per chi resiste, l’appuntamento è nella capitale del Senegal, Africa occidentale. Poi arriva il terrorismo, e anche sulla gara piovono minacce sufficienti a costringere tutti a cambiare aria: la gara di monsieur Sabine si sposta in Sudamerica, riducendo perfino il nome al minimo sindacale per far capire che è sempre lei.

Nella sostanza nulla cambia: ai nastri di partenza sono ammesse auto, moto, camion e quad, ma tutti rivisti e corretti per sopportare temperature estreme e sollecitazioni difficili perfino da immaginare. Per non parlare della settantina di piloti che su quei percorsi ha perso la vita in quarant’anni, compreso lo stesso Sabine, precipitato con un elicottero durante l’edizione del 1986. Tanti anche i casi clamorosi, come quello dell’edizione del 1982, quando una missione internazionale dai costi immensi si mette alla ricerca di Mark Thatcher, figlio di Margaret, all’epoca primo ministro britannico.

Ma proprio quest’anno, in queste stesse ore, l’edizione dei quarant’anni della “Dakar” prende il via. Sarà l’ultimo anno prima di un cambiamento epocale del regolamento: l’obbligo per le vetture di dotarsi della trazione 4x4, con motori benzina a specifiche tecniche uguali per tutti.

A sfidarsi dal 6 al 20 gennaio, su un percorso immenso che parte da Lima, in Perù, per arrivare 3 paesi, 14 tappe e 9.000 km dopo a Cordoba, Argentina, sono 337 equipaggi, divisi in 190 fra moto e quad, 105 auto e 42 camion. La leggendaria asprezza della gara più devstante che ci sia è rispettata, in pieno: il percorso prevede veri inferni terreni come il “Salar de Uyuni”, immenso deserto di sale, e gli impietosi altipiani della Bolivia.

Ai nastri di partenza, tanti i nomi che contano: da Sébastien Loeb, nove volte campione del mondo Rally, a Carlos Sainz, con due vittorie alla Dakar in attivo, e Cyril Despres, specialista dei rally raid trionfatore di ben cinque edizioni della Dakar in sella a una “KTM”.

Fra i team da cui ci si aspetta spettacolo e battaglie serrate “Mini” e “Peugeot”, con i francesi che hanno dichiarato di voler chiudere la loro esperienza alla Dakar con un acuto, esattamente com’è stato lo scorso anno grazie a Stéphane Peterhansel. Peugeot si presenta con la “3008 DKR Maxi” a due ruote motrici, Mini con la “JWC 4x4” e un’inedita “Buggy” con trazione posteriore affidata alle cure del finlandese Mikko Hirvoven. Fra gli outsider anche le “Hilux” del team “Toyota Gazoo”.

Nel lungo briefing fra l’organizzazione e i concorrenti, tante le raccomandazioni: limiti di velocità rigorosi attraversando le zone abitate, obbligo di equipaggiamenti che prevedono sistemi di tracking, allarme, posizione e navigazione, e “fair play”: massima solidarietà per i colleghi in difficoltà.

A vigilare sulla partenza, nel solo Perù, oltre 5.000 agenti di polizia con 500 mezzi. Ma da lì in poi saranno sabbia, montagne e veri paradisi naturali, o almeno è così se visti da turista, attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, ma una succursale degli inferi, se invece li devi attraversare inseguendo un cronometro.

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