Gli orfani innocenti dell’Isis

| Sono i figli dei foreign fighters partiti per unirsi al califfato, vivono chiusi in campi profughi in attesa che le diplomazie internazionali decidano il loro destino

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L’Isis non esiste quasi più, è questione di ore e le imprese dell’autoproclamato stato islamico saranno il ricordo, comunque terribile, di una stagione che ha insanguinato l’Occidente. Ma c’è un altro problema inatteso, che gran parte dei governi europei sta iniziando ad affrontare: cosa farne dei “foreign fighters”, i propri cittadini fuggiti in Siria e Iraq per unirsi ai tagliagole che ora vorrebbero tornare in patria, a volte pentiti altre per niente. E ancora una volta, ogni paese europeo si confronta con un problema in modo diverso.

La Francia è stata segnata più di ogni altro paese europeo dal terrorismo orchestrato dall’ISIS: dal 2013, quasi 250 persone sono state uccise in nome dell’ideologia omicida che ispirava il califfato. Il presidente Emmanuel Macron, sull’argomento ha già espresso il proprio parere: i foreign fighters dovrebbero essere processati in Siria o in Iraq, dove però potrebbero incorrere nella pena di morte, che è vietata dalla legge francese. Macron sembra intenzionato a chiedere di non applicare la pena capitale: “Per gli adulti detenuti o che dovrebbero essere trasferiti, spetta alle autorità dei paesi sovrani decidere se sono oggetto di procedimenti giudiziari sul posto. Si tratta di cittadini francesi che hanno il diritto di beneficiare della tutela consolare e in questo caso, la nostra rete diplomatica sarà mobilitata”. In Iraq sono già stati fissati i processi per 13 cittadini francesi che hanno combattuto al fianco dell’ISIS.

Ma la richiesta del presidente americano Trump di rimpatriare tutti i foreign fighters per essere processati nei rispettivi paesi d’origine è stata respinta dalla Francia. Un sondaggio condotto da “Odoxa” per il quotidiano “Le Figaro”, ha rivelato che l’82% dei francesi è d’accordo con il presidente: lasciare all’Iraq la gestione di coloro che hanno scelto di unirsi all’Isis. Ma ancora più alta è la percentuale di chi afferma di essere “molto preoccupato” per l’eventuale ritorno di presunti ex-jihadisti, considerati potenzialmente pericolosi e capaci di riorganizzarsi una volta tornati in patria. Non è d’accordo buona parte dei familiari delle vittime delle stragi che hanno insanguinato la Francia: vogliono che i terroristi siano processati sul suolo francese per gli omicidi dei loro cari, anche per permettere alle autorità di scoprire come sono stati pianificati gli attacchi e smantellare quel che resta della lotta armata jihadista.

Attualmente, i funzionari transalpini sono al lavoro per riportare in Francia circa 130 combattenti jihadisti francesi, che secondo il ministro degli Interni saranno tutti processati e giudicati in Francia, compreso Adrien Guihal, catturato dalle forze curde l’anno scorso. Le autorità ritengono che abbia avuto un ruolo fondamentale nell’attentato terroristico che ha ucciso più di 80 persone a Nizza, nel 2016.

Ma c’è una questione ancora più spinosa, sollevata da un avvocato britannico: i figli dell’Isis. Le centinaia di bambini rimasti orfani, nati da uno e entrambi i genitori europei, il cui destino è un caso spinoso e complicato. Parigi ha in mente di rimpatriare i minori valutandoli caso per caso: l’unico calcolo disponibile, risalente al 2014, stimava in 550 i bambini nati o cresciuti nei territori dell’ISIS. Di questi alcuni sono morti, 84 sono già stati riportati in Francia e circa 90 sono in attesa di essere rimpatriati nelle prossime settimane.

Molti di loro, quasi tutti, sono orfani: mamma e papà sono morti in azione o sotto le bombe della coalizione. E per le loro famiglie riaverli non è solo un dovere, ma anche un barlume di speranza.

Samia Maktouf è un avvocato che rappresenta le famiglie delle vittime dell’attentato del novembre 2015 al teatro Bataclan, ma difende anche le famiglie che sperano di recuperare figli e nipoti perduti nei territori dell’ISIS, ed è convinto che la Francia abbia agito troppo lentamente. “Sono bambini, sono del tutto innocenti, perché cosa dovremmo perseguirli? L’unica cosa che meritano è la nostra protezione, hanno il diritto di ottenere i diritti e la tutela legale dal governo. Abbiamo già sprecato un anno, sappiamo da tempo in quali campi si trovano, sappiamo che sono francesi e che hanno famiglie in Francia, ma non abbiamo ancora fatto niente”. È d’accordo anche Nadine Ribet-Reinhart, che ha perso suo figlio nell’attacco del Bataclan, ma concorda sulla necessità di fare una distinzione tra coloro che hanno scelto l’ISIS volontariamente e chi invece è stato costretto, ma i bambini in tutto questo non c’entrano, devono essere portati a casa con urgenza: “Essere genitori di morti e feriti non ci ha fatto perdere la nostra umanità, ci auguriamo che quei bambini siano rimpatriati e che trovino una famiglia: sono i loro genitori a dover essere giudicati, quei piccoli sono soltanto altre vittime di una follia collettiva”.

Secondo le stime di “Save the Children”, ci sono più di 2.500 bambini provenienti da oltre 30 paesi parcheggiati in campi profughi nel nordest della Siria, alcuni piccolissimi, con poche settimane di vita. Si tratta di minori che sono stati separati dai campi per sfollati e la loro segregazione incide sulle reali possibilità di ottenere accesso agli aiuti e ai servizi. “Come milioni di bambini siriani hanno vissuto conflitti, bombardamenti e gravi privazioni. Hanno bisogno di un aiuto specializzato per riprendersi dalle terribili esperienze che hanno vissuto e tornare alla normalità insieme alle loro famiglie - si legge in una dichiarazione di Save the Children - ma questo è impossibile nei campi di sfollamento: o agiamo adesso, o sarà troppo tardi”.

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