Felicità, questa sconosciuta

| Alcune indagini e ricerche effettuate su campioni differenti e in tempi diversi mettono in evidenza come la mancanza di curiosità spinga l’umanità a essere sempre meno creativa e, indirettamente, meno felice

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Di Marco Belletti
Era il 1953 e Bertrand Russell – filosofo, logico e matematico nonché premio Nobel per la letteratura – aveva già 81 anni quando scrisse il breve saggio “Come invecchiare” [leggi quil’articolo di ItaliaStarMagazine su Bertrand Russell].

La visione del mondo di Russell poggia su quattro pilastri – fisica, fisiologia, psicologia e logica matematica – e il suo pensiero lucido e moderno lo ha portato a difendere sempre chi subiva ingiustizie da parte dell’ordine costituito, schierandosi a favore dei più deboli, contro le iniquità del capitalismo e l’oppressione di bolscevismo, antisemitismo e nazismo, contro armamenti atomici e guerre in generale.

In un recente articolo su Youmanist – magazine online di approfondimento culturale – si parla di felicità proprio partendo da questo saggio in cui Russell paragonò le nostre vite a un fiume che si getta nel mare, spiegando che invecchiando si diventa meno individualisti, un po’ come il corso d’acqua non è più costretto all’interno di argini ma confonde le sue acque con quelle del mare. In queste condizioni è più facile essere felici, per il lavoro o il volontariato svolti, per il tempo dedicato alla famiglia o agli amici. Per Russell la “felicità è fatta di cose semplici e le persone complicate non riconoscono quali sono le cose delle quali sentono realmente la mancanza”.

In pratica – affermava il filosofo – se siamo infelici è perché siamo concentrati su noi stessi e non riusciamo a scoprire i nostri interessi, le nostre passioni. Se invece lo facessimo, otterremmo la felicità accorgendoci meno degli anni che passano.

Molti anni dopo, nel febbraio 2007, Andrew Olsen – professore di economia e scienze comportamentali all’università di Warwick – realizzò uno studio per individuare la curva della felicità durante la vita degli esseri umani. Dall’adolescenza in avanti siamo sempre meno in grado di essere felici, fino a raggiungere il punto più basso con la ben conosciuta “crisi di mezza età”. Secondo Olsen, superata questa fase torniamo a essere più felici e per trovare conferme alla sua teoria ha coinvolto in un test addirittura 500 mila persone provenienti da 72 nazioni: con i dati raccolti è riuscito a dimostrare che il modello da lui ipotizzato è credibile e uguale in tutto il mondo a prescindere dal sesso, soltanto con alcune piccole differenze tra i Paesi esaminati e nell’età in cui la felicità è al suo minimo. In pratica, le donne raggiungono il momento peggiore intorno ai 38 anni, gli uomini verso i 53.

L’articolo di Youmanist passa quindi a considerare – sempre in tema di felicità – un altro studio, decisamente più recente, pubblicato su “Psychology & Marketing” che ha invece valutato il differente modo con cui le persone apprezzano un’identica esperienza piacevole nel caso scattino fotografie o no. Dai risultati dell’indagine sembrerebbe che lo sforzo di ricercare la foto perfetta faccia perdere di vista ciò che davvero gratifica. Quindi, chi non scatta fotografie apprezza di più i momenti felici che vive. L’articolo trasla lo stesso ragionamento dalle foto scattate a quanto ci circonda a quelle scattate a noi stessi: in pratica, concentrarsi su di noi e sulla nostra immagine da diffondere sui social ci impedisce di vivere il nostro presente, di guardarci intorno, di essere curiosi. E più siamo curiosi, più siamo predisposti a imparare. Infatti, le menti a caccia di informazioni sono più predisposte a imparare, meno spaventate dalle novità e risolvono più facilmente i problemi che affrontano.

Certo, non si può affermare che chi fotografa è meno curioso e quindi meno disposto a imparare, ma essere costretti ad accettare la moderna e invadente tecnologia con cui conviviamo e l’impossibilità di capire il funzionamento di molti oggetti che utilizziamo regolarmente – perché troppo tecnici o complicati – ci porta a un livello di demoralizzazione tanto elevato da spingerci a smettere di farci domande. Il crescendo rossiniano di prestazioni offerte da un moderno smartphone nell’arco degli ultimi pochi anni impedisce alla grande maggioranza delle persone di capire come funzionano le sue “app”. Non conta come faccia whatsapp a metterci in contatto con gli amici in ogni parte del mondo o come l’app dell’home banking ci permetta di ricaricare la carta di credito in un attimo: l’importante – anche se sembrano magie – è che tutte queste applicazioni funzionino.

Youmanist prosegue citando un’interessante indagine di Kyung Hee Kim – ricercatore del College William & Mary negli Stati Uniti – sul calo della creatività negli ultimi trent’anni. Analizzando precedenti studi e sottoponendo oltre 300 mila bambini al test di Torrance (per misurare la capacità di fornire risposte diverse e precise a domande semplici) Kim mette in evidenza che oggi alle scuole elementari gli scolari pongono in media un centinaio di domande al giorno, quantità che scende del 50 per cento alle scuole medie. E il calo è addirittura del 74,5 per cento per quanto riguarda le domande poste in famiglia.

Il ricercatore ritiene che inconsciamente i bambini si rendono conto che gli adulti non conoscono le risposte alle loro domande e – convincendosi che non ci sia nulla da capire – smettono di cercare le risposte. Purtroppo senza la curiosità e il desiderio di approfondimento si smette di cercare il “perché delle cose” e così vengono completamente a mancare le basi per la creatività.

Oggi sembra che sia possibile ottenere ogni informazione in pochi secondi e questa possibilità ci spinge a credere che possedere le risposte in stile Wikipedia sia sufficiente per comprendere davvero il mondo che ci circonda.

E non comprendendo la realtà in cui viviamo, ognuno di noi focalizza la propria attenzione su se stesso, abbandonando completamente la conoscenza delle persone che ci circondano e con le quali interagiamo (o dovremmo farlo) per poter essere appagati e quindi felici.

Come affermava Russell “una persona felice sa che il proprio ego non è che una minima parte del mondo”. E invece vivendo focalizzati su noi stessi e confrontandoci solo con le persone rispetto alle quali vorremmo sentirci superiori, ci spinge verso insuccessi e fallimenti che non sapremo elaborare e superare. Invece, se saremo in grado – come il fiume di Russell che entra nel mare – di connetterci con le cose e chi ci circonda, avremo buone possibilità di essere creativi e felici.

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