I bambini non si toccano

| Il “caso Cardito “, come lo chiamano gli inquirenti, è l’ennesimo atto violento di un adulto verso un bimbo. Il parere della dottoressa Caterina Signa, psicologa e psicoterapeuta

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Di Germana Zuffanti
A far saltare i nervi di Badre Tony Essobti fino ad uccidere il piccolo Giuseppe, di sette anni, è stato un danno alla sponda in legno del lettino che, confesserà lui stesso, avevano acquistato con grandi sacrifici. Quella domenica pomeriggio, il piccolo Giuseppe con la sorellina Noemi giocavano a saltare sul letto nella loro casa di Cardito, finché la struttura ha ceduto. Il compagno della madre, un ventiquattrenne italo-tunisino ora rinchiuso nel carcere di Poggioreale, si è infuriato e ha preso a pugni, schiaffi e bastonate il bambino, oltre a massacrare di botte la sorellina. Fatti assurdi, scene tragiche di una vita quotidiana che hanno avuto un terribile epilogo. 

Rabbia sopita o il carattere violento dell’uomo che abitava con loro ma che non era il padre dei piccoli? Illesa, di fatto, è rimasta la figlia biologica dei due, tenuta fuori dalla sfuriata mortale: coincidenza o volontà di fare male a bambini non figli suoi?

Di certo non era la prima volta che Tony picchiava i figli della convivente. Ma alla luce dei fatti, la furia di un momento sembra celare ben altro, rapporti ed equilibri difficili all’interno di famiglie “ricostruite”, con uomini che fanno da padri a bambini non propri e madri che sembrano non intervenire per paura di non si sa cosa.

La ricostruzione della scena violenta e delle ferite mortali dimostra che l’uomo doveva essere accecato da un odio represso che lo ha spinto a usare tutta la propria forza di adulto per uccidere il bambino colpendolo a mani nude e con il manico di una scopa, per poi riservare lo stesso trattamento alla bambina, che per fortuna è stata salvata.

Caterina Signa è un’attenta e conosciuta esperta psicologa, psicoterapeuta, dottore di ricerca in Neuroscienze e Psichiatria, Vice-Presidente di “Diaction”, un’organizzazione senza scopi di lucro guidata dall’Avvocato Maurizio Cardona, che, con metodo multidisciplinare difende e sostiene le persone nei conflitti familiari, tutelando i soggetti deboli nelle crisi familiari.

Dottoressa, cosa ne pensa di questa ennesima vicenda che vede vittime i bambini? Un istante di rabbia o la conclusione di violenze di cui ogni giorno erano vittime i piccoli?

Questa drammatica vicenda rappresenta l’apoteosi della violenza domestica, che purtroppo è un fenomeno dilagante, sottovalutato e silente. I maltrattamenti all’infanzia sono espressione di un disagio che interessa tutta la famiglia. Nel caso di specie, gli attori protagonisti di questa barbarie si muovono in un contesto di degrado e sono un personaggio patologico (termine che non vuole rappresentare un’attenuante), una madre con evidenti fragilità, che non è stata in grado di proteggere i suoi figli, e tre bambini. Dico tre perché se è vittima il piccolo Giuseppe, massacrato a sette anni, sono vittime anche la sorellina brutalmente picchiata e quella “sopravvissuta”, poiché entrambe saranno probabilmente segnate a vita dal punto di vista psicologico. La violenza assistita purtroppo produce danni a lungo termine sullo sviluppo cognitivo ed emotivo che vanno ben oltre l’eventuale guarigione fisica. Lo sconcerto è che le manifestazioni di violenza domestica vengono perpetrate sempre contro i soggetti deboli: bambini, donne, anziani. Questo le rende ancora più vili e vergognose. Credo che sia ora di aprire gli occhi: ci dobbiamo mettere in testa che “di conflitti familiari si muore”, come dico sempre in occasione delle campagne di sensibilizzazione dell’Organizzazione di cui sono Vicepresidente e che da anni impegna nella tutela dei soggetti deboli coinvolti nei conflitti familiari.

È di questi giorni il dibattito legislativo, sociale e politico circa il “ Disegno di legge Pillon” che vorrebbe mettere mano a divorzio, separazioni, affidamento dei figli, riscrivendo le norme sul tema della teoria del PAS (Parental Alienation Syndrome). Ciò su cui si dibatte ancora oggi è quindi il ruolo della famiglia, nucleo fondante della società umana: cosa si può e si potrà fare per vigilare e contrastare le violenze familiari?

Ascoltando o leggendo le notizie di cronaca sono personalmente molto colpita dalla frequenza con cui sento utilizzare il termine “raptus” e parlare di gesti violenti, di atti compiuti improvvisamente sotto l’influenza di una sorta di corto circuito mentale. Attenzione: nella maggior parte dei casi non è così! I segnali ci sono. Dobbiamo tornare a guardarci intorno, a sentire, a tendere una mano. La protezione della privacy che oggi va tanto di moda non deve trasformarsi in un comodo distacco per i problemi altrui. L’episodio di Cardito non è un evento che accade da un momento all’altro. La donna, infatti, ha confermato agli inquirenti le violenze commesse dal convivente, ma ha riferito di non averle denunciate, forse per paura, nei suoi confronti e dei figli. Dobbiamo risvegliare il nostro senso civico, parlarne, educare i nostri figli alle relazioni, avere il coraggio di reagire, di segnalare e di affrontare le paure, soprattutto quando ci sono i bambini a farne poi le spese, perché casi come questo non riguardano solo il piccolo Giuseppe.

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