La storia di Sixty-Six Garage

| Un uomo in stato vegetativo è rimasto quasi 20 anni ricoverato in una clinica specializzata di San Diego senza che nessuno chiedesse di lui. È stato grazie alla testardaggine di una giornalista, se oggi quell’uomo ha un nome e dei parenti

+ Miei preferiti
Per quasi vent’anni, “Sixty-Six Garage” è rimasto su un letto di “Villa Coronrdo Skilled Nursing Facility”, una struttura di San Diego. Sixty-Six Garage non è il suo vero nome, è quello che gli hanno dato in ospedale, prendendo a prestito l’unico dato certo: l’indirizzo dove nel giugno del 1999 si è schiantato riportando gravi danni al cervello che da allora non gli permettono di comunicare con il mondo esterno. Tutto quello che riesce a fare è seguire i movimenti: passa quasi tutte le sue giornate in un letto nell’angolo della “Room 20”, che condivide con altre due persone: delle macchine lo aiutano a mangiare e a respirare. I costi delle sue cure, circa 700 dollari al giorno, sono coperti da “Medi-Cal”, il programma statale per poveri e disabili.

“Ci chiediamo tutti: da dove sei venuto? - ha raccontato Ed Kirkpatrick, direttore della clinica - vorremmo saperne di più: ti sei diplomato al liceo, com’era la tua vita prima dell’incidente? Eravamo convinti che fosse un cittadino messicano che aveva tentato di attraversare il confine illegalmente: un adolescente o poco più che aveva trovato posto in un furgone quando si è schiantato al confine tra Stati Uniti e Messico, vicino a El Centro. In tasca aveva una tessera telefonica messicana e qualche pesos, ma nessun documento”.

Sixty-Six Garage è una delle 4.000 persone che vivono in unità speciali di supporto vitale in tutta la California, e lui è uno degli otto, secondo lo stato, la cui identità è sconosciuta. Per dargli un’identità l’hanno chiamato Sixty-Six Garage, una prassi comune per i pazienti senza identità. Qualcuno nel tempo ha protestato: quello non può essere il nome di una persona, ma andare avanti avrebbe messo l’uomo in grave pericolo, perché ormai la pratica dell’assistenza è registrata a nome Sixty-Six Garage.

Lo scorso ottobre, una donna ha presentato una petizione al consolato messicano, convinta che l’uomo senza identità poteva essere suo fratello, ma il test del DNA ha dimostrato che i due non avevano legami di sangue. A quel punto però, Villa Coronado ha permesso di fotografare e filmare il volto dell’uomo, nella speranza di risalire alla sua identità. Da allora, sette persone si sono fatte avanti, convinte che 66 Garage fosse un parente. La donna texana, Yolanda Ibarra Lara, è la più recente: suo fratello - Gilberto Ceron Lara - è scomparso 16 anni fa cercando di attraversare il confine dal Messico agli Stati Uniti, e da allora non ha saputo più nulla.

Probabilmente anche Sixty-Six Garage sarebbe stato sepolto così, senza che nessuno potesse mai riconoscerlo, se la sua vita immobile non fosse stata sfiorata da quella di Joanne Faryon ed Enrique Morones, la prima una giornalista investigativa del Los Angeles Times, il secondo fondatore dell’associazione “Border Angels”: per due anni hanno cercato di ricostruire l’esistenza dell’uomo senza nome e senza età. Un puzzle iniziato dal rapporto di 16 pagine della California Highway Patrol sull’incidente: c’erano i nomi dei testimoni, dei primi soccorritori e dei sopravvissuti all’incidente. Era il 10 giugno del 1999, Sixty-Six Garage e almeno uomini salgono sul retro di un pickup Chevy del 1988 e si nascondono sotto una pila di valigie. L’autista imbocca la Bowker Road, una strada a due corsie che inizia al confine e incrocia la Evan Hewes Highway, un tratto pianeggiante a quattro corsie: c’era uno stop, ma quella mattina l’autista del pickup l’ha ignorato finendo su una Toyota Celica. L’impatto è devastante: nove persone sul pick-up sono sbalzate fuori. Chi può scappa nei campi prima dell’arrivo della polizia, chi non ce la fa per le ferite resta lì. Due hanno lesioni alla spina dorsale, un altro è volato sbattendo con forza su un divisore in metallo delle corsie: è morto il giorno dopo. Sixty-Six Garage è atterrato sull’asfalto della corsia opposta: è grave. Viene trasportato in un ospedale di El Centro, poi in un centro traumatologico di San Diego: lo operano per ridurre il gonfiore al cervello, e aspettano che qualcuno si presenti per dire chi è.

Il primo indizio sull’identità di Sixty-Six Garage è emerso nell’estate del 2015, quando un’impronta digitale dell’uomo compare nel database del Border Patrol: il file parla di un adolescente messicano di nome Ignacio Ilama, arrestato tre mesi prima dell'incidente. Attraverso il consolato messicano viene individuato il certificato di nascita e rintracciata una donna in Ohio che poteva essere sua sorella: mesi dopo, i test del DNA confermano con il 99,5% di precisione che si trattava di Juliana, la sorella di Sixty-Six Garage. Juliana ha attraversato il confine con gli Stati Uniti pochi anni dopo il fratello, viaggiando per lo più a piedi attraverso il deserto. È finita in Ohio, dove ha trovato lavoro in una fabbrica e affittato un appartamento in un quartiere operaio: è sempre stata convinta che Ignacio fosse morto. Era il più giovane di una famiglia che viveva nello stato di Oaxaca, in una fattoria a poca distanza dal piccolo villaggio di San José de las Flores. Ignacio era l’unico di figli che ha proseguito gli studi anche dopo le elementari. “Non voleva lavorare nei campi come tutti noi, studiava perché mia madre gli diceva sempre che era l’unico modo possibile per cambiare le cose”.

Ma intorno ai 15 anni, i piani del suo futuro crollano: i suoi genitori vengono uccisi per questioni politiche. Un mese dopo Ignacio lascia la scuola e raggiunge i fratelli nei campi. Nel marzo del 1999, quando aveva 17 anni, Ignacio decide di fare quello che facevano tanti ragazzi adolescenti intorno a lui: “Attraversare il confine”. Poche settimane dopo la partenza, Ignacio chiama la sorella per dirle che era stato catturato dalla polizia di frontiera. Racconta agli agenti di avere 18 anni, perché se avessero saputo che era minorenne l’avrebbero trattenuto. Ignacio non voleva mollare: a Juliana racconta di aver trovato lavoro come raccoglitore di peperoncini, e quando avrebbe messo insieme soldi a sufficienza, ci avrebbe riprovato. Quasi 17 anni dopo quella telefonata, Juliana ha rivisto per la prima volta Ignacio. È il consolato messicano a organizzare il viaggio e accompagnare la donna: si trattava di un viaggio rischioso, se fosse stata fermata dai funzionari dell’immigrazione lungo la strada avrebbe potuto essere espulsa e costretta a lasciare i suoi tre figli nati negli Stati Uniti. Il consolato aveva allertato un avvocato, per sicurezza.

Secondo gli infermieri, Sixty-Six Garage ha riconosciuto sua sorella: lo dicono per il modo in cui l’ha guardata. 

La festa del 34esimo compleanno di Ignacio, la prima da quando era partito, nel 1999, è stato un grande evento per la clinica e la storia di Ignacio Ilama è diventata “Room 20”, una lunga storia di Joanne Faryon, pubblicata dal Los Angeles Times.

Galleria fotografica
La storia di Sixty-Six Garage - immagine 1
La storia di Sixty-Six Garage - immagine 2
Il Caso
Hayfa, la principessa in fuga
Hayfa, la principessa in fuga
Sesta moglie dell’Emiro di Dubai, ha iniziato una causa presso l’Alta Corte inglese per ottenere il divorzio, la custodia dei figli e la protezione per le vittime di violenza. Prima di lei avevano tentato la fuga anche due figlie dell’Emiro
Rogo di Notre-Dame: le prime verità
Rogo di Notre-Dame: le prime verità
Un allarme incomprensibile, una verifica nel punto sbagliato: la cattedrale di Parigi è ancora in piedi solo perché i vigili del fuoco hanno deciso di rischiare tutto
Silvia Romano, rapita perché aveva visto troppo
Silvia Romano, rapita perché aveva visto troppo
È una delle nuove ipotesi investigative sulla scomparsa della cooperante milanese: poco prima di essere sequestrata la giovane avrebbe denunciato un uomo per violenza sessuale su due bambine
I silenzi della Grenfell Tower
I silenzi della Grenfell Tower
Due anni fa il grattacielo londinese diventava un enorme tizzone ardente: morirono in 72, fra cui una coppia di giovani italiani. Ma 24 mesi dopo ci sono solo carte, inchieste e promesse di una giustizia ancora lontana
Un alieno nel vialetto di casa
Un alieno nel vialetto di casa
La telecamera di sorveglianza di una donna del Colorado ha ripreso una misteriosa creatura che si aggira di notte davanti a casa sua. In tanti si dicono convinti che si tratti di un alieno
Amore, erotismo, disperazione e pentimento
Amore, erotismo, disperazione e pentimento
Il giudizio feroce sui social dell'infermiera innamorata di un 15enne, ma la storia è ricca di analogie. Analisi di una relazione "folle e malata": la 31enne ai domiciliari si rassegna: "Torna alla tua vita da adolescente"
Nuovi sospetti su O.J. Simpson
Nuovi sospetti su O.J. Simpson
In una registrazione dimenticata e mai andata in onda, l’ex gigante del football avrebbe svelato alcuni dettagli dell’omicidio della sua ex moglie e del suo amico, per cui è stato assolto
La coscienza di Bruno Boniface, psichiatra
La coscienza di Bruno Boniface, psichiatra
Per cinque mesi ha avuto in cura un giovane di 30 anni affetto da agorafobia: lentamente riesco a convincerlo ad uscire di casa, ma è la sera sbagliata…
Consip, contraddizioni
e risarcimenti record
Consip, contraddizioni<br>e risarcimenti record
INCHIESTA Il colosso del Mise naviga da mesi in acque tempestose tra inchieste e fallimenti. Il caso Qui Ticket! E ora Romeo chiede un miliardo e mezzo di risarcimento dopo il flop delle inchieste
"Hanno condannato un innocente"
"Hanno condannato un innocente"
La moglie di Massimo Bossetti, condannato all'ergastolo, lo difende e accusa i giudici di avergli negato un secondo esame del Dna. Nel corso dei processi la sua vita privata è stata resa pubblica con un grave danno d'immagine