Migranti, i morti dimenticati della rotta balcanica

| Il dramma dell'emigrazione verso l'Europa lungo le strade e le ferrovie dei Paesi dell'Est. Migliaia le vittime, tra cui molti bambini. Anna Clementi e Diego Saccora hanno scritto un libro: "Lungo la rotta balcanica", ed. Infinito

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Di Floriana Naso

Agosto 2015: un flusso inarrestabile di persone attraversa il confine greco-macedone in prossimità della cittadina di Idomeni e prosegue verso il confine serbo. La Macedonia, che fino a qualche giorno prima aveva schierato esercito e polizia per impedirne il transito, pone ufficialmente fine a quella politica a singhiozzo portata avanti all’inizio dell’estate e decide di aprire definitivamente i confini alle migliaia di richiedenti asilo bloccati in Grecia. Subito dopo, anche la Serbia adotta la stessa politica concedendo un visto di 72 ore ai migranti in transito.

Dopo decine di morti lungo le rotaie e innumerevoli proteste al confine, viene riaperta la vecchia strada verso l’Europa. Per la prima volta, la rotta balcanica, che per anni ha rappresentato una delle tante vie di accesso illegali, diviene l’unica porta legalizzata per entrare nel vecchio continente. Un passaggio temporaneo di libera circolazione che sospende l’accordo di Schengen e i controlli ai confini, una sorta di corridoio umanitario dove però a gestire i flussi e a coordinare i movimenti sono i militari e la polizia di frontiera.

Sfidando la sorte su un gommone, attraverso quel tratto di mare di sole quattro miglia che separa Smirne da Lesbo – dove già sono state mietute molte vittime – migliaia di uomini, donne e bambini si muovono verso le isole greche per poi proseguire in direzione di Atene. Sono siriani, afghani, iraniani, ma anche marocchini, sudanesi, eritrei e pachistani, da anni bloccati tra Turchia e Grecia. Da Atene inizia il percorso militarizzato, a pagamento, lungo gli interminabili confini della rotta balcanica, a piedi, in bus, in treno, passando per campi militari chiusi tra Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria, Croazia, Slovenia e Austria.

In pochi mesi centinaia di migliaia di persone raggiungono l’Europa: siriani, iraniani, marocchini e iracheni si dirigono prevalentemente verso la Germania e i Paesi del Nord Europa, dove trovano ad attenderli i loro connazionali; afghani e pakistani preferiscono andare verso l’Italia, dove pensano di ottenere più agevolmente un permesso di soggiorno per protezione internazionale.

Ben presto, però, le politiche migratorie degli Stati lungo la rotta balcanica si fanno più restrittive; vengono reintrodotti i controlli, militarizzati i confini ed erette nuove barriere: l’Ungheria annuncia la costruzione di un muro lungo la frontiera con la Serbia che si materializza nel giro di pochi mesi. Dal mese di ottobre del 2015 la via per l’Ungheria non è più percorribile e la rotta si sposta verso ovest attraverso la Croazia e la Slovenia. Il 18 novembre 2015, in totale violazione della Convenzione di Ginevra, la Slovenia decide di consentire il passaggio solo ai SIA, cioè ai Siriani, agli Iracheni e agli Afghani, in possesso di un documento rilasciato dal governo ellenico che ne attesti la nazionalità. A catena anche Croazia,Serbia e Macedonia adottano le stesse misure. Tutti gli altri migranti, anche se potenziali richiedenti asilo, vengono bloccati al confine greco di Idomeni che si trasforma in un vero e proprio luogo di selezione: i non-SIA, quelli che l’Europa non vuole, vengono respinti e costretti a trovare un’altra via, illegale, all’Europa.

Secondo i dati dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) nell'intero arco del 2015 il numero di arrivi in Europa attraverso il Mediterraneo è stato di oltre un milione di persone (e di oltre 3.735 morti/dispersi in mare), di cui 850 mila sbarcati in Grecia e circa 150 mila in Italia. Nel mese di dicembre 2015, una media di oltre duemila persone è transitata quotidianamente nei paesi della rotta balcanica (Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia): di questi la maggior parte era costituita da donne e da bambini. Un dato allarmante riguarda i minori stranieri non accompagnati: secondo l'Ufficio di Polizia europeo, l'Europol, diecimila minori non accompagnati entrati in Europa nel 2015 sono scomparsi dopo il loro arrivo. Con molta probabilità molti sono finiti nelle mani di una rete internazionale di trafficanti.

Anna Clementi e Diego Saccora sono gli autori del libro Lungo la Rotta Balcanica, edito Infinito. Esso è un viaggio nella storia dell’umanità del nostro tempo, tratta di storie e di persone attraverso il fango dei campi profughi, in mezzo a donne e bambini incatenati dalla burocrazia.



 Come nasce Lungo la Rotta Balcanica?

 Il libro nasce inizialmente come reportage dei nostri primi viaggi tra ottobre e dicembre 2015 ai confini tra Austria e Slovenia, poi in Serbia, Macedonia e Grecia. Un testo molto più semplificato e didascalico di situazioni che avevamo incontrato. In seguito abbiamo aggiunto elementi narrativi e fotografici, e con questo materiale abbiamo costruito le prime serate di testimonianza. Quando poi lo scritto è arrivato a contare circa cinquanta pagine, abbiamo pensato di farlo pervenire per informazione ai nostri contatti, tra cui Luca Leone - scrittore, giornalista e fondatore della Infinito Edizioni - che Diego ha conosciuto a Sarajevo qualche anno fa.

Avevamo già in programma un altro viaggio lungo i Balcani passando anche per l'Albania e il Kosovo, Paesi di provenienza di molti minori stranieri non accompagnati accolti a Venezia, quando lo stesso Leone ci ha proposto la stesura di un libro. Così siamo ritornati a Belgrado, in Macedonia e a Idomeni, visitando poi altri campi in Grecia, senza però arrivare fino ad Atene perché le ferie non sarebbero bastate per rientrare in tempo. Tutto questo via terra con mezzi pubblici e con un'auto a noleggio. Ci siamo trovati davanti a una situazione completamente modificata rispetto a qualche mese prima. Dopo la chiusura della rotta balcanica a marzo 2016 decine di migliaia di persone erano rimaste bloccate nei campi senza più nessuna speranza di poter raggiungere l'Europa per vie legali.

Quanto è stato difficile documentare e soprattutto scrivere di un dramma che sembra senza soluzione?

Partendo dal presupposto che non abbiamo certo la presunzione di farci portatori di soluzioni, la scintilla, come anche il punto da cui siamo partiti, è stata renderci conto mentre la stavamo vedendo, che una pagina indelebile della storia del nostro tempo, stava scorrendo di fronte a noi. Ne eravamo testimoni e anche partecipi. Quindi abbiamo cercato di unire quanto possibile le competenze, le emozioni e le prospettive di entrambi per raccontare. Ci è sembrato doveroso, ci è parso un impegno irrinunciabile e una responsabilità.

So che voi siete scesi in campo, non vi siete limitati alle informazioni delle varie organizzazioni e dei mass media nazionali, quali differenze avete trovato? Quale è stata la vera realtà con la quale vi siete confrontati?

Abbiamo incontrato migliaia di persone disorientate. E stiamo parlando di tutti, non solo delle persone in cammino ma anche dei volontari, dei membri delle associazioni, delle forze dell'ordine, dei militari. Ciò a cui si assisteva in particolare tra la seconda metà del 2015 e il marzo del 2016, quando poi la “rotta” è stata chiusa ed è stato stipulato l'accordo con la Turchia, era sicuramente paragonabile a un esodo. La straordinarietà è che non stava avvenendo da un Paese in conflitto o colpito da un cataclisma, verso un altro limitrofo, si stava sviluppando lungo centinaia di chilometri, attraverso territori, nazioni, confini aperti ad hoc con un apparato di gestione del flusso composto da polizie, compagnie di trasporti, grandi ONG, associazioni e volontari. Qualunque tipo di legislazione locale ed internazionale è stata messa in secondo piano per praticare questo canale, ma a chi lo stava percorrendo e chi stava dando il proprio contributo e sostegno in termini umanitari, non veniva spiegato il significato di quell'andare. Soprattutto cosa avrebbe comportato dopo qualche anno. Oggi. Verso l'Austria, verso la Germania, verso l'Ungheria, verso un Europa con la E maiuscola che rappresentava la stella polare sulla base della provenienza: via libera infatti per siriani, afghani ed iracheni, non per tutti gli altri. Ad ogni modo tutti dovevano fornire un documento a comprovare identità e nazionalità; questi due fatti hanno senza dubbio generato un aumento del traffico di esseri umani e della contraffazione. Aggiungiamo che molti partivano da una situazione di guerra e si trovavano scortati in massa da eserciti, costretti a viaggiare a pagamento per giorni stipati in treni e bus. Per poi finire in campi. Destino riservato in particolare a quanti non sono riusciti a raggiungere la meta prima di quel marzo 2016. Una volta abbassato il sipario infatti lo scenario è cambiato e da postazioni di transito molti dei luoghi di sosta e ripartenza, si sono trasformati in campi stanziali. Padri, madri, figli, fratelli sono stati disgregati a causa della confusione, del classismo e dell'opportunità di partire che ha definito un differimento nei tempi di viaggio per i membri di una stessa famiglia e quando i confini sono stati rialzati e ancor più militarizzati, in tanti si sono dispersi. Ovviamente i più vulnerabili hanno pagato le conseguenze più pesanti.

Nei mesi successivi si è fatto un gran parlare mediatico di Idomeni, dove il numero di persone e le dimensioni non potevano passare inosservate, tuttavia le situazioni drammatiche si sono continuate a verificare soprattutto altrove, lungo queste linee immaginarie ma terribilmente reali chiamate confini, dove le vite vengono monetizzate e messe a repentaglio, affidandosi ai trafficanti. quando l'attesa del momento propizio veniva vissuta in condizioni inumane se si vuol parlare di civiltà, democrazie, di territori ove vige la pace e non una guerra. Purtroppo usiamo un verbo coniugato al passato, ma è l'attualità per migliaia di persone ancora oggi sparse in tutti i Paesi dell'area balcanica, come anche del resto in Italia o in Francia e in quelle stesse Austria e Germania, traguardi tanto ambiti al tempo dell'apertura della “rotta balcanica”. Ma qualcuno si chiede come siano proseguite le vicende di quanti sono stati fatti arrivare in questi Paesi.

Quanto tempo avete impiegato per scrivere di questo viaggio?

Abbiamo iniziato a scrivere a gennaio 2016, concludendo a fine maggio.

Quali emozioni affronterà il lettore alla fine del viaggio che lo avrete portato a compiere?

Speriamo di essere riusciti il più possibile ad avvicinare i lettori a queste storie, apparentemente lontane, in verità così prossime, nello spazio e nel tempo. Purtroppo forse anche nei rischi di potercisi ritrovare in un futuro. Indubbiamente portano a riflettere su quanto siamo tutti coinvolti, su cosa ognuno di noi nel proprio piccolo possa fare per influire, a riguardare anche il proprio passato, quello della propria famiglia, come hanno fatto molte persone incontrate in Grecia e Macedonia, e a vederne un'assonanza. E decidere, di esserci per gli altri, chiunque essi siano.

 Che cosa ha lasciato a voi, invece, questa esperienza?

Questa esperienza, che è il frutto di tante altre esperienze passate, ci ha lasciato tanta umanità, tanta forza, tanta voglia di continuare nella strada che abbiamo intrapreso.

In che modo è affrontato, secondo voi, il fenomeno dai mass media?

Troppo spesso si parla solo di numeri, si parla di invasione, si mostrano masse di uomini disumanizzati in arrivo sui barconi. In questo clima di recente intolleranza, dove il tema della migrazione è stata incorporata al tema della sicurezza e alla lotta della criminalità e dove i partiti di destra sdoganano e danno sostegno al razzismo e al fascismo dilagante, è estremamente importante fare un altro tipo di informazione a cominciare dall'utilizzo stesso delle parole.

Esiste, secondo voi, un modo per migliorare l’accoglienza e limitare il numero di vittime tra i popoli costretti a fuggire dai loro paesi?

Di sicuro chiudere e militarizzare i confini, esternalizzare le frontiere e respingere le persone sta portando solo ad un esponenziale aumento del numero di morti, senza considerare tutte le persone scomparse, in mare e lungo i confini di terra, di cui non verremo mai a conoscenza.

Allarghiamo ad altri Paesi il progetto dei corridoi umanitari che in questi due anni ha portato in Italia più di mille persone, consolidiamo le reti di accoglienza e di solidarietà sul territorio e superiamo l'emergenzialità del sistema di accoglienza dei CAS (i Centri di Accoglienza Straordinaria), opponiamoci come persone, come cittadini a questi disumani accordi siglati dal nostro governo che non fanno altro che rinforzare le reti dei trafficanti e della criminalità organizzata.

Qual è il vostro messaggio a tutte quelle persone in difficoltà che vogliono intraprendere il viaggio della speranza?

Il messaggio che vorremo dare a tutti coloro che sono in viaggio è che la forza e l'autodeterminazione delle persone è sempre riuscita a sconfiggere le più crudeli politiche migratorie. Che, in ogni luogo dove andranno, troveranno sempre persone che li sostengono, che lottano assieme a loro per il diritto di movimento, per il diritto di appartenenza. Per il diritto di avere diritti.

Qual è il vostro messaggio ai popoli che invece accolgono i migranti?

Lungo la rotta balcanica, come in Italia, in Francia, in tanti altri Paesi europei, sono tante le persone che ogni giorno si spendono nel quotidiano, fianco a fianco, alle persone migranti. E' necessario conoscersi, fare rete, entrare in relazione. Siamo in tanti, in Paesi diversi, e ognuno nel proprio piccolo, col proprio vissuto e la propria lotta, porta avanti una battaglia importantissima. Questa è la forma di politica più importante, quella che parte dal basso, transnazionale, al di là dei confini statali imposti.  

La società in cui viviamo è destinata a mutarsi, ad arricchirsi; la globalizzazione non è solo unidirezionale. E' una sfida che tutti siamo chiamati ad affrontare. E criminalizzare, marginalizzazione, “invisibilizzare” i migranti togliendo loro il diritto di essere persone riducendoli a clandestini o illegali, non è certo una soluzione.

Progetti futuri?

Dalla pubblicazione del libro sono successe tante cose, abbiamo avuto l'occasione di fare presentazioni in diverse città d'Italia, di conoscere associazioni, movimenti e reti informali di persone che ogni giorno si spendono nell'accoglienza. Abbiamo iniziato ad accompagnare operatori che lavorano all'interno nei centri di accoglienza italiani lungo i Paesi della rotta balcanica, in particolare in Slovenia, Croazia, Serbia e in Italia stessa, per incontrare ong e associazioni che operano sul terreno e per vedere con i propri occhi quanto sta avvenendo in questi paesi di transito. La Serbia è un osservatorio strategico per capire e, ahimè, visualizzare concretamente le politiche dell'Unione Europea. A volte è necessario uscire dalla propria realtà e guardarla dall'esterno per riuscire a comprenderla meglio e tornare a lavorare sul particolare con un punto di vista rinnovato.

Adesso abbiamo un progetto, ambizioso, difficile, che è anche una scelta di vita. Abbiamo appena lasciato il lavoro di operatori dell'accoglienza che svolgevamo a Venezia per dedicarci a tempo pieno a questo nuovo progetto. L'idea è di ripercorrere la rotta balcanica partendo dall'Italia per arrivare in Iran. Alcuni Paesi li abbiamo già visitati, altri saranno una scoperta. In questi mesi stiamo leggendo molto, ci stiamo documentando sugli aspetti storici, politici e sociali delle realtà che incontreremo. Vogliamo stare, vivere in questi Paesi, in modo che non sia più una toccata e fuga, prendendo ferie, come eravamo costretti a fare mentre lavoravamo a Venezia, vogliamo entrare a contatto con le realtà formali ma soprattutto informali che si occupano di accoglienza in questi Paesi, fare rete, documentare, analizzare, fare ricerca su quanto è avvenuto e sta avvenendo in questi luoghi. Vogliamo dare voce e sostegno a chi si spende ogni giorno nel proprio territorio per un'accoglienza degna, a chi lotta ogni giorno per superare l'ennesimo confine, a chi è partito ed è stato costretto a tornare. A chi, nonostante tutto, sogna di potersi ricostruire altrove la propria esistenza.

 

 

Gli autori:

Anna Clementi è operatrice legale e mediatrice culturale presso il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati di Venezia. Ha vissuto per alcuni anni tra Siria e Palestina occupandosi di giornalismo e collaborando con associazioni e organizzazioni non governative.

 

Diego Saccora è operatore sociale nell'ambito dei minori stranieri non accompagnati. Tutore legale, è attivo nell'associazionismo con progetti locali rivolti all'autonomia dei neo-maggiorenni e richiedenti protezione internazionale oltre al sostegno di iniziative a favore dei giovani in Bosnia Erzegovina.

 

Dal 2012 Anna e Diego seguono le rotte dei migranti provenienti dall'Africa subsahariana e dal Medio Oriente e supportano associazioni operative sul campo in Italia e all’estero occupandosi in particolare della difesa dei diritti umani e della diffusione di una cultura di pace.

A partire da ottobre 2017 Lungo la Rotta Balcanica si è costituita Associazione di Promozione Sociale.

Blog https://lungolarottabalcanica.wordpress.com/

Facebook https://www.facebook.com/lungolarottabalcanica/?ref=aymt_homepage_panel

 

Floriana Naso

 
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