"Hanno condannato un innocente"

| La moglie di Massimo Bossetti, condannato all'ergastolo, lo difende e accusa i giudici di avergli negato un secondo esame del Dna. Nel corso dei processi la sua vita privata è stata resa pubblica con un grave danno d'immagine

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Vittime diverse, ma vittime. Marita Comi, la moglie di Massimo Bossetti il muratore di Mapello condannato all’ergastolo in via definitiva per la morte di Yara Gambirasio, oggi afferma di “credere ancora nella sua innocenza ed è per questo che sono rimasta accanto a lui. E ai miei due figli ogni giorno ripeto che il padre non ha ucciso Yara”. Oggi Marita che non aveva mai lavorato prima dell’arresto del coniuge, lavora in un’impresa di pulizia e con l’aiuto della sua famiglia cresce i suoi tre figli. Nel corso del processo ha scoperto che Bossetti e la sorella gemella sarebbero frutto di una relazione extraconiugale della suocera con un autista della zona; ha visto identificare due uomini, uno il tecnico dei computer che aveva contattato a suo tempo, suoi presunti amanti, ha ascoltato i carabinieri che hanno ricostruito i suoi movimenti, produrre in aula “nove ricevuto di un motel di Stezzano” in cui avrebbe li avrebbe incontrati; per esigenze della difesa, per spiegare come mai nei pc di casa c’erano ricerche di siti porno ha dovuto rivelare, sempre in pubblico, “che li guardava anche lei”. Un massacro. E quando è arrivata in tribunale, una mattina, sulla Porsche del criminologo che fa parte del team della difesa, alcuni media lo definirono il “suo amante”. Costui fu costretto a spiegare che era semplicemente andato a prenderla a casa per accompagnarla in udienza, dove la donna avrebbe dovuto testimoniare. Marita Comi ha ammesso di avere avuto un compenso per le interviste rilasciate ai media negli anni del primo processo e fu di nuovo indotta a giustificarsi. “ Le spese della difesa, della nostra sopravvivenza sono tante, come avrei potuto tirare avanti?”, aveva replicato agli odiatori di professione che ogni volta si scatenavano sul web. Oggi difende ancora il marito, che - dopo la condanna definitiva - sta per essere trasferito in un carcere destinato a chi, davanti a sè, ha il “fine pena mai”. Rossetti ha chiesto con forza di lavorare, per aiutare il bilancio della famiglia, ma non riesce ancora, dopo 7 anni di detenzione, a rassegnarsi. “Molti reclusi - spiega Comi - si adattano alla vita carceraria perché la vedono come un percorso di recupero e redenzione, ma Massimo no. E’ innocente e vive ogni minuto trascorso in cella come la più grande delle ingiusitizie. Io sono cresciuta con lui, lo conosco benissimo, lo guardo negli occhi e so per certo che non è stato lui, alla fine me lo avrebbe detto. Perché non gli è stata concessa una seconda prova del Dna? Questo avrebbe fugato ogni dubbio, invece in molti, sempre di più, hanno la sensazione che sia stata commessa una gravissima ingiustizia”. 

Marita Comi non entra nel merito dell’inchiesta, resta come un macigno la presenza del Dna del marito sulle mutandine di Yara. Ma su questo punto, determinante per i giudici, ha sempre lasciato la parola ai suoi due avvocati che - affermano - difendono Bossetti a “titolo gratuito” e ora sono pronti a presentare un ricorso anche alla Corte Europea dei Diritti Umani. “La battaglia non è finita, non lasceremo nulla d’intentato”.

Il Caso
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