Nuovi sospetti su O.J. Simpson

| In una registrazione dimenticata e mai andata in onda, l’ex gigante del football avrebbe svelato alcuni dettagli dell’omicidio della sua ex moglie e del suo amico, per cui è stato assolto

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La notte del 13 giugno 1994, all’875 di South Bundy Drive, a Brentowoord, California, vengono ritrovati i corpi senza vita di Nicole Brown e Ronald Lyle Goldman: sul corpo di lei i segni di dodici coltellate e la testa quasi mozzata, su quello dell’uomo si contano 20 ferite profonde inferte con un coltello. Nicole Brown è l’ex moglie di O.J. Simpson, una leggenda vivente del football americano: è proprio su di lui che si concentrano fin da subito le indagini, trasformando il caso in uno dei più celebri e mediatici processi della storia americana. “Era la soap perfetta, il primo vero reality show della storia”, ricorda Jim Moret, un giornalista che seguì ogni fase del caso.

O.J. riuscì a scamparla davanti alla corte, ma non ad allontanare i sospetti di essere realmente l’assassino di quella notte di quasi venticinque anni fa. Ora, in America si stanno riaccendendo le luci sul caso che più di ogni altro ha diviso il paese: tutta colpa, o merito, di un’intervista dimenticata, datata 2006, e realizzata nel corso della promozione del libro “If I did it” (se l’avessi fatto), e mai mandata in onda per le proteste delle famiglie delle due vittime. Nell’intervista, diffusa dalla Fox, O.J. Simpson racconta come avrebbe ucciso la ex moglie e il suo amico del cuore, “se” fosse stato lui a farlo. Il racconto di O.J. è alquanto dettagliato: quella sera aveva deciso di andare a casa dell’ex moglie per dare un’occhiata, quando Nicole e Ronald gli erano comparsi davanti. La discussione degenera in un acceso litigio in cui è Nicola a rimetterci di più, cadendo per terra nel tentativo di fermare i due uomini. Nel nastro della registrazione, O.J. quasi in stato di ipnosi termina sussurrando “Ricordo di aver afferrato il coltello…”, poi si riprende, capisce di aver detto troppo, sorride e aggiunge, “Se fossi stato io a uccidere, certo”.

O.J. Simpson VS America

O.J. Simpson, iniziali di Orenthal James, nasce a San Francisco nel 1947: il padre Jimmy Lee, lavora come custode, chef ed è una delle più celebri drag-queen di San Francisco. Affetto da rachitismo, O.J. entra in una gang di adolescenti rimediando un soggiorno nelle celle del “San Francisco Youth Guidance Center” dove scopre per la prima volta il football americano. Quando torna ad una vita all’apparenza normale, le scuole se lo contendono per la straordinaria abilità dimostrata nel ruolo di “running back”. Poco tempo dopo, O.J. diventa l’atleta di punta della University of South California, entrando come professionista nella “NFL” alla fine degli anni Sessanta: gioca per 11 stagioni con i “Buffalo Bills”, per due nei “San Francisco 49ers”. Al termine della carriera sportiva tenta di aprirsi la strada del cinema partecipando a “Una pallottola spuntata”, “Radici”, “L’inferno di cristallo”, “Cassandra Crossing” e “Capricorn One”. Ambizioni cinematografiche che svaniscono di colpo nel giugno del 1994, quando O.J. diventa il protagonista dell’omicidio di sua moglie Nicole e del suo amico Ron Goldman.

Secondo le prime ricostruzioni della polizia, la donna era andata con la madre al ristorante “Mezzaluna”, e tornando a casa quest’ultima si era accorta di aver dimenticato gli occhiali da sole. Ron Goldman, cameriere del ristorante, si era semplicemente offerto di riportare gli occhiali alle due donne.

A pesare su O.J. Simpson alcune denunce per maltrattamenti presentate dalla moglie tempo prima. Convocato dalla polizia il 17 giugno, preferisce fuggire a bordo della sua Ford, dando vita al “Bronco Chase”, un inseguimento seguito in diretta da cento milioni di persone e passato alla storia della televisione. Alla fine, decide di tornare a casa, dove viene arrestato.

Il processo a suo carico inizia il 24 gennaio 1995: a difenderlo un pool di avvocati che rappresentano il meglio d’America. L’accusa tenta di incentrare il processo sull’indole violenta di O.J., forte di una prova che sembra schiacciante: tracce di sangue nell’auto di Simpson. Ma la difesa riesce a scardinare il pilastro dell’accusa dimostrando che il test del Dna non è stato realizzato secondo quanto prescrive la legge.

Il verdetto arriva il 3 ottobre 1995, dopo 250 giorni di processo costantemente seguito da milioni di persone: secondo la giuria, composta da dodici persone, O.J. Simpson è innocente.

Non va altrettanto bene in sede civile, dove O.J. è ritenuto colpevole dell’omicidio e condannato a versare otto milioni e mezzo di dollari come risarcimento, più altri venticinque come cifra punitiva.

Ma i guai con la giustizia sono solo all’inizio: nel 2004, O.J. Simpson è accusato di aver captato abusivamente i segnali televisivi e condannato a 30mila dollari di risarcimento. Tre anni dopo si vede sottrarre anche i diritti delle vendite di “If I did it”, il libro di memorie in cui racconta come avrebbe, in modo ipotetico, messo in pratica il duplice omicidio: ogni dollaro guadagnato spetta alla famiglia di Ron Goldman.

Nello stesso periodo, scatta un’altra denuncia: insieme ad altre quattro persone, O.J. è accusato di aver sottratto con la forza beni e arredi da una camera d’albergo di Los Angeles che riteneva di sua proprietà. Viene arrestato per furto con scasso, ma anche per possesso illegale d’arma da fuoco e truffa, per avere organizzato una finta vendita all’asta di suoi cimeli. Il 4 ottobre del 2008, il tribunale lo condanna a 33 anni di carcere per rapina a mano armata e sequestro di persona.

Nell’ottobre dello scorso anno, O.J. Simpson è uscito in libertà vigilata dal carcere di Lovelock, in Nevada, dov’era rinchiuso dal 2008. Ha 70 anni e nessuna paura: in America non puoi essere processato due volte per lo stesso reato. Non è su questa terra che dovrà rendere conto di ciò che ha fatto.

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