Sempre più studenti stranieri espulsi dagli Stati Uniti

| Le università americane svelano che si sono intensificati i casi di studenti soprattutto iraniani in possesso di visto a cui viene negato l’ingresso negli USA. “Una situazione preoccupante”

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Lasciano l’Iran con un visto valido in mano, ma quando atterrano negli Stati Uniti, sono costretti a tornare indietro, imbarcati a forza su voli che li avrebbero riportati al punto di partenza.

Dal Massachusetts al Michigan, aumentano le autorità di frontiera che impediscono l’ingresso agli studenti iraniani sul suolo americano. Un ingegnere di 27 anni, prossimo al dottorato alla “Michigan State University”, lunedì scorso è stato costretto a ripartire per l’Iran dall’aeroporto di Detroit. Una settimana prima, uno studente ventiquattrenne della “Northeastern University” è stato scortato fino all’aeroporto di Boston mentre numerosi manifestanti protestavano.

Per gli studenti è una situazione devastante, per i sostenitori dei diritti degli immigrati è un precedente preoccupante che dimostra quanto le tensioni tra gli Stati Uniti e l’Iran abbiano raggiunto livelli di guardia. E per le università americane, che sperano di convincere i migliori studenti del mondo a studiare nelle loro aule, è fonte di grande preoccupazione.

“I campus sono in allarme, perché i fermi sono imprevedibili e all’apparenza casuali - ha commentato Terry Hartle, senior vice president dell’American Council on Education, che rappresenta circa 1.800 college e università – un tempo si tirava un sospiro di sollievo quando uno studente straniero riusciva ad ottenere il visto: ora tiri un sospiro solo quando arrivano al campus. Fino ad allora non c’è alcuna certezza”.

La dogana e la protezione delle frontiere degli Stati Uniti affermano che le ispezioni tengono conto di fattori diversi e possono scoprire dettagli che non sono emersi nelle precedenti verifiche dei visti. Non c’è alcuna garanzia, dice l’agenzia, che qualcuno con un visto possa entrare negli Stati Uniti: ogni giorno, a centinaia di persone viene negato l’ingresso nei porti e negli aeroporti statunitensi. “Il visto è soltanto il permesso di bussare alla porta degli Stati Uniti: all’arrivo è il CBP a decidere in via definitiva se la richiesta soddisfa o meno tutti i criteri di ammissibilità”.

Ma secondo le organizzazioni di difesa dei diritti civili, la situazione è ben lontana dall’essere normale routine: “È qualcosa di ben diverso, il numero delle espulsioni non è normale”.

Dallo scorso agosto, almeno 17 studenti iraniani sono stati allontanati dagli Stati Uniti, ed è un aumento notevole rispetto agli anni precedenti, quando i casi non erano mai superiori a uno o due all’anno.

“Non sappiamo se sia una decisione del Customs and Border Protection, o un ordine dell’amministrazione Trump, perché tutto viene fatto in gran segreto”, afferma un portavoce dell’American Civil Liberties Union of Massachusetts. Secondo Michael S. McCarthy, responsabile del CBP all’aeroporto di Boston, “Sono state stabilite rigorose politiche e procedure di controllo per garantire che le pratiche dei viaggiatori siano conformi a tutti i requisiti costituzionali. Il CBP si impegna a proteggere i diritti civili e le libertà civili di ogni individuo: i nostri funzionari sono addestrati a far rispettare le leggi degli Stati Uniti in modo uniforme ed equo e non fanno discriminazioni in base a religione, razza, etnia o orientamento sessuale”.

La settimana scorsa decine di manifestanti hanno riempito la sala arrivi dell’aeroporto con cartelli che recitavano: “Proteggete gli studenti iraniani” e “Fermate la discriminazione contro gli iraniani”. Avevano avuto notizia che un laureando della Northeastern University era stato trattenuto per essere interrogato dopo l’arrivo all’aeroporto Logan e stava per essere espulso. Il caso sembrava essersi risolto quando un giudice federale ha emesso un’ordinanza che bloccava temporaneamente qualsiasi tentativo di allontanamento. Ma il giorno dopo, il caso è salito alla ribalta nazionale: Mohammad Shahab Dehghani Hossein è stato imbarcato su volo diretto a Doha malgrado l’ordine del giudice. “Non sappiamo cosa sia successo - afferma Kerry Doyle, un avvocato che rappresenta lo studente - ma è un segnale molto preoccupante se il CBP non accetta il parere di un giudice federale”.

“A Dehghani – spiegano i funzionari del CBP - è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti perché si ritiene che il padre fosse affiliato a una società di trasporti che avrebbe fornito armi a Hezbollah per conto del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche”.

Secondo le ultime statistiche governative, ci sono più di un milione di studenti internazionali negli Stati Uniti, e più di 12.000 sono iraniani. Ma non sono solo gli iraniani ad essere stati colpiti: anche alcuni studenti di altri Paesi sono stati respinti negli ultimi mesi, come ad esempio un gruppo di cinesi che lo scorso settembre erano diretti all’Arizona State University.

“Vogliamo assicurarci che i nostri studenti abbiano gli stessi diritti di chiunque altro e siano in grado di completare il loro percorso di studi. E vogliamo avere rassicurazioni che il governo agisca in circostanze limitate e realmente giustificate”.

Diversi studenti espulsi e i loro avvocati hanno raccontato l’esperienza traumatica vissuta negli aeroporti statunitensi, descrivendo quelle che, secondo loro, sono state ore di interrogatorio che li hanno lasciati esausti e confusi.

Reihana, una studentessa iraniana che preferisce non rivelare il suo vero nome, lo scorso settembre è sbarcata a Boston per iniziare un master in studi teologici alla “Harvard Divinity School”. Arrivata all’aeroporto, i funzionari del CBP l’hanno torchiata sulla situazione iraniana e sulle sue opinioni politiche, chiedendole cosa sapeva dell’attacco a un giacimento petrolifero saudita avvenuto pochi giorni prima. “Non ne sapevo nulla, ma quella era un’inquisizione: ripetevo solo io sono una studentessa, non sono un politico o un diplomatico”. Dopo circa nove ore di interrogatorio, i funzionari le hanno confermato la revoca del visto e il rimpatrio forzato in Iran: per cinque anni, le hanno detto, non potrà più mettere piede in America. “Avevo rifiutato l’opportunità di studiare in Europa per andare ad Harvard: nel giro di poche ore tutte le mia strade si sono chiuse”.

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