Silvia Romano, rapita perché aveva visto troppo

| È una delle nuove ipotesi investigative sulla scomparsa della cooperante milanese: poco prima di essere sequestrata la giovane avrebbe denunciato un uomo per violenza sessuale su due bambine

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Dal 20 novembre dello scorso anno di lei non si sa più nulla, e ciò che preoccupa di più è il silenzio che sta calando intorno al suo nome: Silvia Romano, 23 anni, milanese, volontaria con la Ong “Africa Milele” rapita in Kenya.

Troppi mesi di supposizioni e di illusioni, con la svolta che per qualche ora, mesi fa, era sembrata ormai prossima, ma finita in un nulla di fatto, ancora una volta letteralmente ingoiata dalle foreste kenyane e dai silenzi di chi potrebbe parlare ma tace. Si è detto sia passata di mano, venduta da una banda all’altra, che sia morta poche ore dopo il sequestro ed è tutto inutile, che per lei, come per Luca Tacchetto ed Edith Blais, rapiti qualche settimana dopo in Burkina Faso, è meglio rassegnarsi all’idea che non torneranno mai più.

Sul caso di Silvia, come d’abitudine, la Farnesina ha chiesto il silenzio stampa, ma inizia ad essere troppo lungo per pensare che non ci sia sotto qualcosa di decisamente più grande.

Le stranezze intorno al suo nome ci sono, e sono tante, a cominciare dalla prima: dai computer dell’aeroporto di Mombasa, dove Silvia è arrivata in Kenya, sono spariti tutti i file che la riguardano. Per legge, chi entra nel paese africano viene fotografato e gli sono rilevate le impronte digitali. È uno dei tanti misteri individuati da Massimo Alberizzi, giornalista direttore del sito “Africa Express” che si è spinto fino in Kenya per indagare sulla scomparsa della cooperante italiana. Un altro bel mistero è la certezza che Silvia abbia dormito per due volte, fra settembre e novembre, in una guest-house nel centro di Mombasa, il “Marigold”: se la ricordano ancora bene, Silvia è una bella ragazza, alta, bionda, di quelle che non si vedono spesso a quelle latitudini, e quasi mai viaggiano da sole. I titolari l’hanno riconosciuta quando per televisione hanno detto del rapimento, e si aspettavano la visita di qualche agente. Ma non si presenterà nessuno, italiani o kenyani che siano.

Alla polizia di Nairobi, uno dei corpi governativi che ha indagato e indaga ancora sulla scomparsa di Silvia, in quella che sembra una gara a chi viene a saperne di più, si fanno due ipotesi: un sequestro a scopo di estorsione, o un rapimento per metterla a tacere su almeno due casi di molestie a cui avrebbe assistito a Likoni e Chakama, il villaggio da cui è stata prelevata. Ma c’è anche altro, piste passionali che si portano appresso dei nomi: quello di Alfred Scott, fisioterapista all’ospedale di Mombasa che su Facebook le giurava amore eterno, e ancora quello di un 31enne milanese, titolare della Onlus “Orphan’s Dream” con una condanna a sei anni di reclusione per rissa e lesioni, conosciuto ad una festa, che per primo le propone di volare in Africa per aiutare i bambini.

Ma i nuovi sospetti si concentrano in particolare sul villaggio di Likoni, dove Silvia è stata qualche giorno prima di raggiungere Chakama con la Ong Africa Milele. Una donna, madre di tre bambine, scoppia a piangere quando sente pronunciare il nome di Silvia Romano: “Mandavo le mie tre figlie nella struttura di Likoni, ma ho preferito toglierle: accadevano cose poco corrette. Sono state loro a raccontarmelo”.

Voci confermate anche alcuni funzionari kenyoti: “Ci sono indicazioni sul fatto che Silvia manifestasse un certo disagio nei confronti di una struttura dove, secondo i suoi racconti, si verificavano molestie nei confronti dei bimbi. A gestirla è un’organizzazione che al contrario è molto ben vista a livello governativo perché a presiederla insieme all’italiano c’è Rama Hamisi Bindo, figlio di un politico molto influente”.

C’è anche altro: l’11 novembre, nove giorni prima di sparire nel nulla, Silvia si presenta in compagnia di altri due volontari italiani ad una stazione di polizia per denunciare Francis Kalama di Marafa, pastore anglicano, accusato di molestie verso due bambine del posto. Esiste un messaggio audio Whatsapp inviato da Silvia, in cui dice di aver avuto rassicurazioni dalla polizia sul prossimo arresto del pastore e sulla possibilità di poter sottoporre le due bambine a test clinici. Di quella denuncia è rimasta traccia, ma nessuno ha mai indagato: giace sul fondo di un cassetto a prendere polvere.

In galera, per il caso di Silvia ci sono tre uomini: Moses Luari Chende, Gababa e Ibrahim, due kenyoti e un somalo. La polizia è convinta che loro sappiano molto, e aspettano con molta calma e pazienza che confessino chi sono i mandanti del sequestro: ma è un’attesa infinita. Non va meglio alla centrale di polizia di Malindi, dove ricordano l’arrivo del console onorario italiano in compagnia di due persone: “Hanno fatto un paio di domande, poi se ne sono andati: niente di più”.

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