Dal terrorismo ai barconi

| Anche nelle nazioni africane dove il jihadismo non è mai stato presente, negli ultimi anni la situazione è sensibilmente peggiorata. Solo la cooperazione internazionale permetterà di evitare attentati e salvare vite umane

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Di Marco Belletti
Risale a metà giugno l’attacco di un gruppo di uomini armati che ha ucciso 19 persone e ne ha ferite 13 nel nord del Burkina Faso, verso il confine con il Mali. A essere stata colpita la comunità locale di fedeli cristiani che nell’arco di soli quattro mesi ha dovuto subire ben 5 attentati terroristici e sebbene quest’ultimo assalto non sia ancora stato rivendicato da alcun gruppo terroristico, i sospetti ricadono sulle milizie di Al Qaida attive nella repubblica africana.

Il Burkina Faso è una repubblica fino al 1960 colonia francese, quando ottenne l’indipendenza diventando repubblica dell’Alto Volta. Risale al 4 agosto 1984 il nome attuale – proposto dal presidente Thomas Sankara – che significa “la terra degli uomini integri”.

Negli ultimi quattro anni il Burkina Faso ha subito un forte aumento dell’attività jihadista, con i rivoluzionari che controllano soprattutto l’area nordorientale del Paese.

Questo genere di terrorismo è un fenomeno nuovo per la nazione, storicamente lontana dalla violenza jihadista perché – nonostante la netta predominanza islamica – il quadro sociale e politico è sempre stato caratterizzato da un ampio pluralismo religioso. 

È dal 2014, dopo il colpo di Stato che ha rovesciato il governo del presidente Blaise Compaoré, che il Burkina Faso ha dovuto affrontare un difficile e articolato cambiamento politico che ha indebolito l’assetto istituzionale e il controllo del territorio da parte di forze armate e polizia, favorendo in questo modo il radicamento del terrorismo jihadista. Feroci attentati a partire dal gennaio 2016 hanno insanguinato la capitale Ouagadougou, con obiettivi istituzionali e militari, nazionali e stranieri oltre ad attività commerciali come ristoranti e alberghi, frequentati soprattutto da europei e asiatici.

Protagonista di questi attacchi è stato il cartello jihadista “Gruppo per la salvaguardia dell’Islam e dei musulmani” (GSIM) che riunisce gruppi armati salafiti attivi nella regione, come la brigata sahariana di al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQMI), al-Morabitoun, Ansar al-Din, il Fronte di Liberazione di Macina (FLM) e Ansarul Islam.

Il GSIM vuole trasformare il Burkina Faso in un emirato governato secondo interpretazioni estreme della Sharia, la legge islamica, e cerca di raggiungere l’obiettivo accusando le istituzioni statali di essere degli usurpatori e creando malcontento sociale ed economico.

La crescita delle attività jihadiste potrebbe celare un intervento dell’ex presidente Compaorè e del suo luogotenente Gilbert Dienderè, già responsabile del disciolto reggimento di sicurezza del deposto capo della nazione. Secondo alcuni analisti africani, lo Stato e il movimento jihadista avevano siglato una sorta di accordo informale per cui, in cambio di denaro e immunità, i terroristi islamici non avrebbero compiuto attentati in Burkina Faso: ovviamente, la caduta del governo di Compaorè ha fatto decadere ogni genere di accordo.

In realtà il radicamento jihadista è motivato anche dall’instabilità politica della regione che ha consentito l’estensione in Burkina Faso della fitta rete terroristica presente nelle nazioni confinanti. Secondo il Centro Studi Internazionali (l’istituto di analisi delle dinamiche di politica dei Paesi di maggior interesse per l’Italia in Medio Oriente, Africa, Asia e Balcani) per arrestare la crescita del terrorismo islamico in Burkina Faso, è indispensabile intervenire a livello globale sull’intera fascia del Sahel, il territorio sub-sahariano che si estende tra il deserto del Sahara a nord e la savana del Sudan a sud, tra l’oceano Atlantico a ovest e il mar Rosso a est.

Per combattere la minaccia terroristica, in effetti i governi di Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad hanno dato vita da alcuni anni al “G5 Sahel” che collabora strettamente con enti governativi internazionali, come la “Mission multidimensionnelle intégrée des nations unies pour la stabilisation au Mali” dell’ONU e la missione europea “Eucap Sahel”.

Pur considerando fondamentale la stretta cooperazione tra i Paesi sub-sahariani, il Centro Studi Internazionali mette in evidenza come sia necessario l’impegno della comunità internazionale per rendere più forti le capacità nazionali nel contrastare l’avanzata di Al Qaida. Purtroppo, al momento il lavoro delle missioni internazionali non sembra totalmente efficace per rallentare la crescita del jihadismo.

Del resto, la complessità del fenomeno terrorista e le numerose cause che lo provocano mettono in evidenza la necessità di dover lavorare su più fronti: solo così potrà essere possibile favorire un processo di stabilizzazione interno alle nazioni coinvolte.

Inoltre, lo sviluppo di un efficiente sistema di “governance” e una forte attività di inclusione sociale dovrebbero essere priorità per eliminare radicalmente le cause più profonde del terrorismo.

In conclusione, il Centro Studi Internazionali ritiene fondamentale ridefinire le strategie di cooperazione tra le varie nazioni per favorire il dialogo all’interno delle comunità tribali, ricostruendo uno stretto rapporto tra la società e le istituzioni nazionali.

In questo modo, oltre a combattere fattivamente la nascita di nuovi movimenti terroristici, dovrebbe anche essere possibile convincere la popolazione a non dover fuggire dai loro territori mettendosi in mano a mercanti d’uomini senza scrupoli che portano migliaia di persone a morire nel Mediterraneo.

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