Zambia, strage di cinesi

| Tre cittadini della comunità cinese residente nel Paese africano massacrati all’interno dell’azienda tessile che gestivano da 20 anni. Cresce l'odio verso l’influenza crescente di Pechino nella vita del Paese africano

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Dura 17 minuti, il filmato delle videocamere di sorveglianza che ha permesso alla polizia dello Zambia di classificare come strage quello che ai primi soccorritori era apparso come un tragico incidente.

I fatti risalgono a domenica 24 maggio, intorno a mezzogiorno, quando tre uomini di colore entrano all’interno di un magazzino tessile di proprietà di alcuni cinesi che da tempo risiedono nel Paese africano. È probabile che si fingano clienti, ma la messinscena dura poco. I filmati delle videocamere mostrano i tre con in mano delle pesanti barre di ferro con cui si accaniscono nei confronti di due uomini e una donna. Quando la carneficina termina, trascinano i corpi in un magazzino adiacente.

Qui finisce il filmato. Secondo la polizia, gli aggressori hanno smembrato i corpi e cosparso di sostanze infiammabili la “Blue Star”, un’azienda di abbigliamento che pochi minuti dopo era avvolta in fiamme altissime: le autorità zambiane hanno impiegato tre giorni per recuperare i resti carbonizzati dalle macerie.

Il raccapricciante omicidio di Cao Guifang, 52 anni, moglie del proprietario del magazzino tessile - che il giorno dell’assalto si trovava a Jiangsu, la loro città d’origine - e due dipendenti, Bao Junbin, 58 anni, e Fan Minjie, 33 anni, è il culmine di un sentimento anti-cinese che da tempo si temeva fosse vicino al punto di esplodere.

Nei giorni precedenti al triplice omicidio, il sindaco di Lusaka, Miles Sampa, aveva accusato alcune aziende asiatiche presenti sul territorio di “induzione in schiavitù”, usando il termine “cinese” in senso dispregiativo. Senza forse rendersi conto di aver alimentato le divisioni razziali, aveva ricordato in un video postato sul suo account Facebook che “gli zambiani non hanno colpa del coronavirus. Questo ha avuto origine in Cina, ricordiamolo sempre”.

Si stima che in Zambia vivano circa 22.000 cinesi che gestiscono 280 aziende, per lo più distribuite tra Lusaka e una zona industriale nel nord, e Pechino possiede circa il 44% del debito dello Zambia, il che fa temere un controllo eccessivo sul Paese.

La polizia non ha collegato direttamente l’omicidio al sentimento anti-cinese, anche se la strage si aggiunge ad una serie di episodi violenti ai danni di cinesi che vivono nel Paese africano. Lo Zambia ha segnalato i primi casi di coronavirus il 18 marzo, e come per gran parte dell’Africa le infezioni iniziali non provenivano dalla Cina ma dall’Europa, in particolare dopo il ritorno di una coppia che aveva viaggiato in Francia. Poco dopo, il Paese è andato in isolamento parziale chiudendo le frontiere e invitando aziende e cittadini alle norme di distanziamento sociale.

E mentre la pandemia si ripercuoteva sull’economia del Paese, sono iniziate ad emergere notizie secondo cui alcune imprese cinesi stavano mettendo in quarantena i lavoratori zambiani all’interno dei loro locali, in modo da non permettere loro di uscire. Il sindaco Miles Sampa è stato fra i primi a denunciare questi casi: il 18 maggio ha ordinato la chiusura di un ristorante cinese che avrebbe tentato di vendere prodotti etichettati in cinese e non in inglese, come prescritto dalla legge. Qualche giorno dopo, anche un barbiere orientale si è visto revocare la licenza per “discriminazione nei confronti dei neri”.

In un altro “blitz”, Sampa ha postato il video di un’irruzione in una fabbrica di assemblaggio di camion, in cui si diceva che ai lavoratori fosse stato imposto di vivere all’interno durante la pandemia per continuare a lavorare. “Abbiamo trovato lavoratori zambiani fatti dormivano su materassi di fortuna sul pavimento all’interno di un piccolo container”. Lo stesso giorno Sampa visita un cementificio in cui sembra accada la stessa cosa, come conferma un dipendente ripreso dal sindaco: “Ci è stato chiesto di rimanere e lavorare fino alla fine del coronavirus: ci forniscono cibo e materassi. Chi si è rifiutato è stato licenziato e qualcuno costretto a restare con le minacce”. Contattata dalla CNN, l’azienda attraverso un portavoce ha replicato: “Non stiamo trattenendo nessuno, li proteggiamo dalla pandemia, e gli operai che hanno accettato sono pagati di più”.

La presenza cinese in Zambia è e delicata e controversa da decenni. Nel 2005, un’esplosione in una miniera vicino a Chambeshi, città della “cintura del rame”, ha ucciso decine di lavoratori locali. Cinque anni dopo, due dirigenti cinesi hanno aperto il fuoco contro i dipendenti che protestavano contro le cattive condizioni di lavoro nella miniera di carbone di Collum. Nel 2012, alcuni zambiani hanno ucciso un imprenditore cinese nello stesso modo. Gli incidenti hanno attirato l’attenzione dei media e spesso sono stati ritenuti una prova delle cattive condizioni di lavoro imposte dai cinesi in tutto il continente africano.

Così, quando la vicenda dei lavoratori zambiani costretti in quarantena dai padroni cinesi è emersa, “ha riacceso dei vecchi rancori” - aggiunge Kanenga Haggai, docente del Dipartimento di Studi per lo Sviluppo dell’Università dello Zambia - se non sarà gestita bene, la situazione ha il potenziale di rovinare le relazioni fra Cina e Zambia”.

Oggi la Cina commercia con lo Zambia più di qualsiasi altro Paese africano, tranne il Kenya: nel 2018 il commercio bilaterale superava i 5 miliardi di dollari. Eppure, mentre le esportazioni dello Zambia verso la Cina sono considerevoli grazie alla produzione di rame, ciò a cui molti zambiani assistono è l’invasione di aziende cinesi nel loro Paese. Importanti progetti infrastrutturali tra cui aeroporti, autostrade e dighe sono stati costruiti da imprese cinesi di proprietà statale, ma la Cina opera anche nel settore minerario e ha persino acquistato una quota del 60% dell’emittente statale zambiana.

Lunedì, centinaia di persone si sono radunate sul luogo del triplice omicidio: secondo chi li conosceva, Cao e suo marito vivevano in Zambia da circa 20 anni e vendevano tessuti, biancheria e abbigliamento che importavano da Nantong. L’ambasciatrice dello Zambia in Cina, Winnie N. Chibesakunda, ha dichiarato che il Paese rafforzerà le misure per proteggere la comunità cinese, mentre la polizia annunciava l’arresto di due uomini e una donna sospettati del massacro.

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