A che ora è la fine del mondo?

| Chi avrà ragione, l’ONU che considera i prossimi anni cruciali per la sopravvivenza del genere umano, o chi invece ritiene che il riscaldamento globale sia solo una fase transitoria vissuta dal nostro pianeta? Intanto il 2050 si avvicina…

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Di Marco Belletti
Lo scenario è apocalittico: temperature sempre più elevate, terreni sempre più aridi e sterili, estinzione degli insetti impollinatori, crisi idriche e alimentari in buona parte del pianeta. Le conseguenze di una situazione del genere sono immense migrazioni di massa delle popolazioni con effetti negativi per la ricchezza e la salute di chi occuperà le poche aree che resteranno abitabili della Terra. Tensioni e conflitti disastrosi porteranno al tracollo della civiltà umana così come la intendiamo oggi. Questo scenario degno del miglior James Ballard – lo scrittore inglese di fantascienza famoso per la sua tetralogia di romanzi di genere catastrofico – è molto più vicino a noi di quanto il genere umano sia in realtà disposto ad accettare. Stiamo parlando del 2050, soltanto 30 anni nel futuro.

A prospettare questa situazione è l’ONU e i circa 200 scienziati firmatari di una lettera per la salvaguardia del nostro pianeta, in cui affermano che non si tratta di catastrofismo, ma di un avvertimento per lavorare tutti insieme in modo da recuperare una situazione già compromessa. Traguardo ideale sono le zero emissioni di gas serra entro il 2050.

Se non faremo nulla, a questa scadenza catastrofica ci arriveremo perdendo inutilmente, fino al 2030, occasioni per indirizzare tutti i nostri sforzi, le risorse economiche e tecnologiche disponibili verso l’unico obiettivo di dare vita a un sistema a zero emissioni. Teoricamente tutti i politici e gli scienziati dovrebbero lavorare per abbattere i livelli di CO2, in modo di avere almeno una possibilità di mantenere il riscaldamento globale al di sotto del limite dei due gradi. E invece, come risultato di una totale mancanza di compattezza di visione strategica – che appare evidente nei discorsi dei più importanti capi di stato e di governo del mondo – ci ritroveremo nel 2030 con un livello di anidride carbonica mai raggiunto negli ultimi due milioni di anni. A quel punto l’umanità cercherà in tutti i modi di porre rimedio al disastro, ma inutilmente: nel 2050 il riscaldamento globale raggiungerà i 3 gradi, di cui 2,4 legati alle emissioni e il resto dovuto al cosiddetto “carbon feedback”, cioè la violenta reazione di difesa del pianeta al riscaldamento globale. Sarà l’inizio della fine per il genere umano.

E mentre l’anticiclone delle Azzorre – che proteggeva ogni estate il Mediterraneo dalle violente manifestazioni temporalesche fino alla metà di agosto – non sarà che un lontano ricordo, il livello del mare lungo le coste si sarà innalzato di quasi un metro (150 centimetri entro la fine del secolo) sommergendo vaste aree dei litorali, gli economisti si cospargeranno il capo di cenere, almeno quelli che saranno ancora vivi e che ricorderanno quanto affermato dall’economista, e premio Nobel 2018, William Nordhaus: “Un aumento di 6 gradi della temperatura media globale intaccherebbe il PIL mondiale solo del 10% per cento”.

E invece nel 2050 con un aumento di “soli” tre gradi buona parte degli ecosistemi terrestri collasseranno, per primi Amazzonia e barriere coralline. Più di un terzo della superficie terrestre vivrà estati torride con picchi di calore insopportabili per chi, oltre la metà della popolazione mondiale, abiterà quelle zone. Circa il 30 per cento della superficie terrestre sarà arida e vaste aree intorno al Mediterraneo, in Asia occidentale, Medio Oriente, Australia e Stati Uniti saranno inabitabili. I ricercatori del centro sul clima Crowther Lab di Zurigo prevedono che nel 2050 Londra sarà calda come oggi lo è Barcellona, che a sua volta diventerà torrida come Adelaide in Australia, che dovrà essere abbandonata dai suoi abitanti. Oltre due dei quasi 10 miliardi di persone che popoleranno il nostro pianeta non avranno facile accesso all’acqua, la produzione agricola crollerà e i prezzi di frutta e verdura saranno fuori controllo e trascineranno tutta l’economia al tracollo. E con buona pace di chi oggi considera un’emergenza planetaria la migrazione di qualche migliaio di fuggiaschi attraverso il Mediterraneo, il genere umano si troverà ad affrontare lo spostamento di ben oltre un miliardo di profughi che cercheranno zone abitabili.

Da una situazione del genere è molto probabile che la civiltà umana come la intendiamo ai giorni nostri sia destinata a concludersi.

Contro chi definisce queste previsioni credibili e realizzabili, si è schierato un gruppo di scienziati ed esperti i quali invece ritengono che l’anidride carbonica non sia un agente inquinante ma un gas indispensabile per la vita del nostro pianeta. Sostengono che le responsabilità dell’uomo nel riscaldamento della Terra siano “congetture non dimostrate”. Alcuni sono anche italiani, come il fisico e climatologo Franco Prodi e il professore di fisica Antonino Zichichi: secondo loro gli allarmi lanciati dall’ONU sono catastrofismo irrealistico e per questo motivo hanno recentemente firmato – insieme con un centinaio di altri promotori – una petizione sul riscaldamento globale in cui affermano che gli eventi estremi di questa estate rientrano in una gamma di “variabilità climatica naturale”. La crescita globale delle temperature sarebbe una delle ripetitive oscillazioni climatiche con frequenza di circa 60 anni che da sempre sono provocate dall’attività solare o dall’inclinazione dell’asse terrestre. Inoltre, gli ultimi vent’anni sono stati caratterizzati da una “sostanziale stabilità climatica” e quindi non devono preoccupare i ghiacci della Groenlandia che si sciolgono o qualche temporale un po’ più violento del solito.
Secondo questa sorta di negazionisti, la fase che stiamo attraversando non sarebbe straordinaria e quindi non è un pericolo per l’ecosistema terrestre.


Presto, probabilmente entro la prossima estate, gli scienziati avranno una visione più chiara di che cosa ci aspetta nei prossimi 30 anni. Ma anche se l’obiettivo zero emissioni sarà raggiunto nel 2050, saremmo comunque costretti a convivere con le temperature tropicali che abbiamo iniziato a scoprire in questi ultimi anni. D’ora in avanti la ricerca scientifica assumerà un ruolo sempre più centrale per trovare i mezzi con cui arginare questa drammatica deriva, ma è assolutamente fondamentale che la politica internazionale si renda finalmente conto della situazione e agisca senza populismo e facili demagogie per provare a garantire la sopravvivenza del genere umano.

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