Clima: un disastro a settimana

| Il cambiamento climatico in atto è il più grave e globale nella storia dell’umanità. Lo sanno bene alle Nazioni Unite che registrano un sempre maggior numero di disastri naturali. E come se non bastasse, altre minacce arrivano dallo spazio

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Di Marco Belletti
Ormai “cambiamento climatico” è un’espressione entrata nella nostra quotidianità e ben presto non ci impressionerà più parlarne, sopraffatti dall’abitudine: del resto non ci sconcertano più le centinaia di morti nel Mediterraneo e le migliaia di omicidi nelle numerose guerre in giro per il mondo, che disturbo potrebbero mai arrecarci pochi gradi di caldo in più?

L’ente per la riduzione del rischio legato ai disastri naturali delle Nazioni Unite ha recentemente annunciato che il numero di catastrofi è aumentato esponenzialmente negli ultimi anni e ormai ha raggiunto il valore record di un evento a settimana. La notizia è stata ripresa da The Guardian, con un articolo che ha messo in evidenza che esistono innumerevoli episodi minori per durata ed estensione geografica che si sommano agli eventi di livello continentale o addirittura mondiale. I piccoli episodi meno appariscenti seminano comunque morte e provocano sofferenze nelle popolazioni, spesso spinte a migrare per sfuggire a questi eventi naturali sempre più invasivi.

Il quotidiano britannico azzarda anche una stima dei costi che l’umanità è costretta a sostenere a causa dei cambiamenti climatici: si tratta di una cifra astronomica, 520 miliardi di dollari all’anno.

E dalle Nazioni Unite fanno notare che per rendere più sicure le coste, le città e le infrastrutture costruite dall’uomo – in pratica per fare prevenzione e non correre dietro alle tragedie già avvenute – sarebbe sufficiente un misero 3 per cento di quell’importo, meno di 16 miliardi di dollari.

Ma se da un lato gli esperti delle Nazioni Unite sono convinti che sia fondamentale lavorare per cercare di ridurre al massimo i cambiamenti climatici – per esempio diminuendo sempre più le emissioni di gas a effetto serra per limitare l’aumento della temperatura media globale nei prossimi decenni – dall’altro ritengono che saranno cruciali investimenti per adattarci a questi cambiamenti: saranno fondamentali per salvare vite umane e preservare sistemi economici e produttivi.

Ormai non è più possibile negare l’intensificazione degli eventi meteorologici estremi. In questa prima metà del 2019 i disastri naturali sono davvero all’ordine del giorno. In Australia l’anno è iniziato con un caldo eccezionale: 22 giorni consecutivi di temperature superiori ai 40 gradi nelle regioni nord-occidentali del Paese. Dopo il gennaio più caldo di sempre, febbraio ha portato piogge torrenziali su buona parte della nazione che hanno provocato inondazioni senza precedenti storici.

A marzo l’uragano Idai si è abbattuto su Mozambico, Malawi e Zimbabwe e un mese dopo il ciclone Kenneth (definito il più potente di sempre) ha devastato ancora il Mozambico. L’Iran in marzo è stato flagellato da settimane di piogge torrenziali, con inondazioni che hanno provocato decine di morti. Il golfo del Bengala a maggio è stato sferzato dall’uragano Fani: è stato il più forte degli ultimi 43 anni con venti a oltre 200 chilometri all’ora. Ancora l’India protagonista in giugno con la più potente ondata di caldo della sua storia, con temperature mai registrate, oltre i 50 gradi. È poi stata la volta dell’Europa, attanagliata da un’ondata di caldo record con la temperatura più alta mai raggiunta nel nostro continente, registrata in Francia il 28 giugno: 45,9 gradi centigradi a Gallargues-le-Montueux. E ancora più recentemente il governo giapponese ha disposto l’evacuazione di un milione di cittadini per le violente piogge in alcune prefetture.

Per gli esperti non c’è mai stato un periodo storico negli ultimi 2 mila anni con un cambiamento climatico così veloce e globale. Viene così a mancare uno degli argomenti più citato dagli scettici: già in passato si sono verificate fluttuazioni delle temperature molto consistenti. I più celebri sono il riscaldamento nel III-V secolo dopo Cristo, il periodo caldo medievale (X-XIII secolo) e la piccola era glaciale tra il XIV e il XVI secolo. Ma oggi è chiaro che l’attuale riscaldamento è planetario, non regionale come i precedenti storici, per quanto di ampia portata.

Un team internazionale di ricercatori ha pubblicato (su Nature e Nature Geoscience) un’indagine che ricostruisce l’andamento del clima degli ultimi 2 mila anni analizzando indicatori naturali come gli anelli degli alberi, i coralli delle barriere, i ghiacci ai poli e sulle vette andine e himalayane, i depositi di laghi e mari: tutti elementi in grado di “raccontare” con precisione le caratteristiche climatiche anno per anno. Sommando tutte le informazioni raccolte, è emerso che ci sono stati effettivamente aumenti o cali sensibili delle temperature, ma sempre a carattere più o meno locale, mai in modo da coinvolgere tutto il pianeta.

Per esempio, uno dei cambiamenti più evidenti nel passato è stato il periodo caldo medievale che coinvolse circa il 40 per cento della Terra. Il riscaldamento progressivo che stiamo affrontando oggi interessa invece il 98 per cento del pianeta.

Del resto, da oltre un secolo e mezzo l’umanità immette in atmosfera una quantità di gas serra maggiore a quella prodotta in centinaia di migliaia di anni. Ormai abbiamo raggiunto il record di 415 parti per milione di CO2e secondo i climatologi potrebbe non essere sufficiente neppure ridurre drasticamente le emissioni per evitare che la temperatura continui a crescere, ben oltre il grado e mezzo in più rispetto all’obiettivo dell’accordo di Parigi.

E come se non bastasse, è ormai certo che un grosso asteroide sta viaggiando verso la Terra: lungo forse mezzo chilometro, 2006 QQ23 (questo il suo nome) dovrebbe sfiorarci il 10 agosto, ma parrebbe senza pericolo. Non sarebbe il primo e neppure l’ultimo, visto che in luglio quattro “sassi” simili sono passati dalle nostre parti, l’ultimo dei quali venerdì 26. Non lo farà, ma se 2006 QQ23 dovesse colpire la Terra causerebbe una catastrofe di livello continentale con un impatto devastante, che avviene statisticamente ogni 200 mila anni.

Sembra che NASA ed ESA (le agenzie spaziali statunitense ed europea) abbiano tutto sotto controllo e che oltre a sorvegliare il cielo per scoprire le possibili minacce (sarebbero oltre 5 mila gli asteroidi più grandi di 100 metri, due terzi dei quali ancora da scorgere) studiano contromisure per deviare la corsa di quelli che punterebbero verso la Terra: sperando di riuscire a evitare di farci fare (al caldo) la fine dei dinosauri…

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