I bounty killer dell’anidride carbonica

| Oltre a ridurre la produzione di CO2, le ultime tecnologie stanno sviluppando metodi per catturare i gas già prodotti e imprigionarli nelle profondità della Terra. E qualcuno sta già pensando di trasportarla nello spazio

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Di Marco Belletti
Secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration l’ultima volta che la quantità di CO2atmosferica è stata alta come oggi risale a oltre tre milioni di anni fa: la temperatura era di 2-3 gradi Celsius maggiore rispetto all’era preindustriale e il livello del mare di 15-25 metri più elevato.

Questi aumenti di temperatura causeranno – a sentire la NASA – uragani più devastanti e condizioni meteo estreme: siccità e ondate di calore diffuse, livello del mare sempre più alto, mare Artico senza ghiaccio durante l’estate. Il tutto in un rapido lasso di tempo, probabilmente già a partire dalla metà di questo secolo.

Limitare questi cambiamenti è un tema quanto mai sentito ai giorni nostri ed è affrontato dagli scienziati a livello teorico mentre le aziende stanno studiando e lavorando a soluzioni con un doppio obiettivo: migliorare la qualità della vita e soprattutto mettere in piedi un’attività redditizia.

Finora l’attenzione di quasi tutti è stata concentrata sulla riduzione delle emissioni di carbonio utilizzando energia pulita in sostituzione di quella inquinante, ma da qualche tempo a questa parte alcuni scienziati e industriali stanno cercando di rispondere alla domanda: e perché invece di immettere meno CO2non ci limitiamo semplicemente a eliminare quella già prodotta e presente in atmosfera?

Sono già numerose le tecnologie attive in questo ambito, che viene comunemente definito cattura o sequestro del carbonio. La startup svizzera ClimeWorks ha ideato “Direct Air Capture”, praticamente un enorme filtro che imprigiona l’anidride carbonica. Aziende come Newlight e Carbicrete producono materiali da costruzione carbonio-negativi, che durante il loro processo produttivo aspirano carbonio dall’atmosfera.

Al momento, sono stati industrializzati tre metodi per sequestrare la CO2. Il primo è la cosiddetta post-combustione grazie alla quale l’anidride è catturata dai fumi di combustione esausti, assorbita in un idoneo solvente chimico, da cui viene poi separata e compressa per poter essere trasportata e immagazzinata. Il metodo di pre-combustione è invece un processo detto gassificazione grazie al quale il combustibile viene convertito in una mistura di idrogeno e anidride carbonica che può essere trasportata e stoccata. Infine, l’ossicombustione prevede l’uso di ossigeno nella camera di combustione per produrre anidride carbonica concentrata, più semplice da trattare e immagazzinare.

Tornando agli ambiziosi progetti ambientali per eliminare la CO2, ce ne sono di particolarmente visionari, come quello che ipotizza la copertura dei mari con rocce vulcaniche: al contatto con gli agenti atmosferici dovrebbero teoricamente eliminare il carbonio dall’atmosfera. E c’è addirittura chi va oltre, immaginando di utilizzare fitoplancton e alghe per assorbire l’anidride carbonica, magari coltivando questi organismi vegetali in aree desertiche inondate artificialmente. Forse basterebbe attendere qualche anno, con il livello dei mari che dovrebbe alzarsi di una sessantina di metri a causa dell’innalzamento delle temperature e del conseguente disgelo.

La Bio-energy with carbon capture and storage (BECCS) prevede la creazione di nuovi boschi, utilizzandoli per produrre biocombustibili ai quali applicare tecniche di sequestro. E ancora, catturare l’anidride in atmosfera tramite filtrazione o processi di scrubbing dell’aria con appositi solventi.

Anche le cosiddette élite tecnologiche stanno investendo sulle tecnologie di rimozione del carbonio, con proposte quasi fantascientifiche come trasportare i gas indesiderati addirittura nello spazio remoto. Si tratta di progetti innovativi che affascinano gli investitori ma le teorie proposte sono molto costose e difficilmente realizzabili e redditizie senza l’assistenza governativa.

C’è anche chi pensa a dove nascondere la CO2sulla Terra senza spedirla nello spazio e senza che faccia danni. Le ipotesi che vanno per la maggiore prevedono il trasporto allo stato liquido – con idonei autocarri a cisterna, navi serbatoio o tubazioni – e iniettata in siti di confinamento preventivamente identificati, per lo più “trappole geologiche”, come sono definite dagli esperti, luoghi remoti in grado di contenere i gas per centinaia di anni. Attualmente, le soluzioni migliori sembrano essere vecchi giacimenti di idrocarburi esauriti o formazioni calcaree saturate con acqua salata.

A fianco di startup e aziende che ipotizzano come catturare la CO2ne sono quindi nate altre che immaginano dove e come confinarla: ora ne stanno venendo al mondo altre ancora che valutano i rischi – cercando di risolverli – collegati a sequestro e stoccaggio dei gas.

Sulla base delle esperienze finora maturate, in caso di “conferimento” della CO2in un luogo sul nostro pianeta, i rischi sono in linea di massima di due tipi. Il primo è la fuga imprevista e consistente di gas a causa di eventi geologici (come per esempio terremoti non prevedibili) o cambiamenti delle strutture manufatte per il contenimento. La seconda tipologia è la graduale e non immediatamente percepibile fuoriuscita in atmosfera dei gas, perdita che può prolungarsi nel tempo.

Nel primo caso tutti gli organismi che vivono in prossimità della fuga massiccia sarebbero in pericolo di vita, come è successo la notte del 21 agosto 1986 quando la valle del lago Nyos in Camerun fu saturata da una nube di CO2che uccise nel sonno oltre 1.700 persone e circa 3.500 capi di bestiame. Il fenomeno fu causato probabilmente da una frana che provocò la fuoriuscita dall’acqua del lago dell’anidride carbonica contenuta in una sacca di magma sotto il fondale del bacino. Eventi simili – sempre naturali – si sono verificati anche nei pressi del lago Monoun (non distante dal Nyos) e del lago Kivu in Ruanda.

Molto meno evidenti ma decisamente subdole le conseguenze del secondo tipo di perdita, che provocherebbe gravissimi danni a medio e lungo termine, tra l’altro reimmettendo in atmosfera tutti i gas imprigionati, annullando di fatto la vantaggiosa operazione di stoccaggio.

L’Intergorvenmental Panel on Climate Change (IPCC, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) ha recentemente diffuso un documento in cui afferma che le profondità geologiche previste per i futuri siti in progetto – da selezionare con molta attenzione – probabilmente renderanno il metodo particolarmente sicuro, con il 99 per cento di CO2imprigionata nel deposito per almeno mille anni.

Senza mettere in dubbio la neutralità e la competenza degli esperti che compongono il Panel, resta comunque in dubbio che le conoscenze attuali possano suffragare completamente questa teoria, garantendo che per un periodo così lungo non subentrino problemi di altro genere. Forse, sarebbe meglio cercare di ridurre al massimo la produzione di CO2.

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